fbpx
La Città Incantata e la Scuola di Francoforte ci guidano alla ricerca della nostra unicità

Arriva un momento nella vita di tutti noi in cui ci chiediamo realmente chi siamo, chi vorremmo diventare, cosa ci rende unici gli uni dagli altri, e molto spesso non riusciamo a darci risposte. Com’è possibile, perchè neanche noi stessi, che viviamo la nostra individualità secondo dopo secondo, molte volte non riusciamo a rispondere alla fatidica domanda: “Ma io chi sono realmente?”. A trovare una risposta, ci guideranno la Scuola di Francoforte e il capolavoro cinematografico La Città Incantata

Già dagli albori della filosofia l’uomo si è sempre interrogato su se stesso, ma c’è stato un periodo all’interno della storia umana in cui le condizioni necessarie per trovare una risposta a questo quesito si sono vanificate, a partire dalla Seconda Rivoluzione Industriale, intensificandosi maggiormente durante tutto il corso del Novecento, arrivando ovviamente fino ai giorni nostri. E proprio durante questo lasso di tempo, si è verificato un fenomeno che noi chiamiamo Massificazione, o meglio, spersonalizzazione dell’individuo. Cerchiamo allora di capire meglio che cosa s’intende con questo termine,  prendendo come punto di riferimento gli studi della scuola di Francoforte, in particolare quelli di Herbert Marcuse,  aiutandoci con uno dei film d’animazione meglio riusciti nella storia del cinema, La Città Incantata di Hayao Miyazaki

La massificazione secondo la Scuola di Francoforte

La cosiddetta “Scuola di Francoforte” raggruppò una serie di studiosi che, a partire dal 1923, attraverso l’apporto di varie materie tra cui l’economia, le scienze sociali, la filosofia e la psicologia, elaborarono una “teoria critica della società” (detta anche “filosofia sociale” ) che, fondandosi principalmente sull’elaborazione delle teorie di Marx e Freud, si interrogarono sulla natura negativa della moderna società capitalista e tecnologica, integrandole in accordo col mutato contesto storico e culturale. Tra i pensatori  più influenti e rappresentativi di questa Scuola ricordiamo Max Horkheimer, Theodor Adorno, Herbert Marcuse e Walter Benjamin. Tutti questi pensatori sono accomunati dall’aver smascherato dei meccanismi di controllo all’interno della società a loro contemporanea, criticandola aspramente. Insieme ad Horkheimer, che fu il fondatore di questo istituto , T. Adorno rappresenta l’altra colonna portante della scuola. Entrambi questi due grandi pensatori hanno costatato che uno degli aspetti più caratteristici di quella società tecnologica a loro contemporanea è la creazione del gigantesco apparato dei mass-media, ritenendolo il più subdolo strumento di manipolazione usato dal sistema per conservare se stesso, tenendo sottomessi gli individui. Subdolo perché illude che il consumatore sia il soggetto di tale industria, mentre in realtà ne è il puro oggetto. Infatti, l’industria serve alle minoranze per suscitare bisogni e determinare i consumi, per imporre certi valori e modelli, riducendo gli individui a una massa informe, diventando così individui eterodiretti( letteralmente “diretti dall’esterno”). Altro grande autore fondamentale di questa “Scuola” fu W. Benjamin, che nel suo capolavoro “L’opera d’arte nell’ epoca della sua riproducibilità tecnica” analizza la nuova funzione dell’arte nell’ epoca contemporanea. Secondo il filosofo, il prodotto artistico, rispetto al passato, ha perso la sua “sacralità” derivante dalla sua unicità e irripetibilità. A poter godere dell’opera d’arte c’era soltanto un pubblico ristretto, in poche e specifiche circostante e questo gli conferiva  un valore commerciale inestimabile. Con l’avvento della tecnologia, le opere diventano “riproducili” attraverso i mass media, risultando così accessibili ad un pubblico vastissimo: chiunque può diventare fruitore di un grande capolavoro o, al tempo stesso, autore. Ma tra tutti i pensatori della Scuola, quello che più fa al caso nostro è sicuramente Herbert Marcuse, colui che ha descritto al meglio la forza della “manipolazione” degli individui all’interno del sistema capitalistico. Le influenze di S. Freud dominano la sua visione filosofica (in special modo nella sua opera Eros e civiltà), che proprio in questo scritto si rivolge alla psicoanalisi per analizzare le cause dello smarrimento, o “repressione”, dell’uomo contemporaneo. Alla dialettica fra “principio del piacere” e “principio della realtà”, individuata da Freud come origine della rimozione di pulsioni e istinti individuali, Marcuse aggiunge come caratteristica della società capitalistica il “principio della prestazione”, il quale impegna tutte le energie dell’individuo al solo rendimento lavorativo. A suo parere, la civiltà industriale richiede costantemente  una “repressione addizionale” ad ogni singolo essere umano, che, anziché avere come orizzonte e fine della sua esistenza il piacere e la ricerca della felicità, impiega tutte le sue forze nel lavoro e nella produttività. Questo “principio della prestazione” (cioè l’essere efficienti e dediti al proprio lavoro), non solo ha peggiorato enormemente la vita di ogni individuo, ma viene avvertito anche come un “fatto naturale” immodificabile. Inoltre, nel suo principale scritto “L’Uomo a una dimensione” (1964) , il filosofo denuncia la totale sottomissione e integrazione dell’individuo all’ interno del sistema capitalistico, il quale, viene visto dall’autore come una forma di autoritarismo in cui apparentemente tutto è possibile e a tutti è concessa la massima libertà, svuotata però di ogni effettivo contenuto. Questo sistema economico  ha reso la società incentrata sul lavoro e sullo sfruttamento, riducendo gli uomini a dei semplici “esseri-per-la-produzione”,  i quali devono alienare la propria prospettiva di essere liberi e felici in nome di una società che li rende schiavi, sottomettendoli al loro stesso lavoro, al riprodursi socialmente, al mainstream della cultura dominante, diventando così veri e propri servi della tecnica e della razionalità, trasformandoli in semplici produttori

 

La città incantata

Dire che questo film sia un’opera d’arte sarebbe come sminuirlo della sua reale potenza. Il genio di Hayao Miyazaki riesce ancora una volta a stupirci con un capolavoro, tanto che si è meritato per questo film l’oscar come miglior film d’animazione. E non è un caso, Miyazaki riesce a integrare in quest’opera molti temi che gli stanno a cuore, tra cui ovviamente la critica alla società moderna. Per chi non conoscesse questo meraviglioso film, e consiglio vivamente di recuperarlo, esso tratta della piccola Chihiro (la protagonista), una bambina di 10 anni, che insieme ai suoi genitori, sta traslocando a malincuore, lasciandosi alle spalle tutta la sua vita per cominciarne un’altra da capo. Ma qualcosa va storto, il padre infatti prende la strada sbagliata e i tre si trovano di fronte ad un tunnel. Incuriositi, decidono di proseguire a piedi, non ascoltando minimamente le lamentele di Chihiro, la quale sente che quel tunnel non porterà nulla di buono. Alla fine di quest’ultimo, trovandosi di fronte ad un parco divertimenti abbandonato, il padre si addentra nel complesso per visitarlo, seguito dalla moglie e, a malincuore, da Chihiro. I tre superano il letto di un fiume in secca e si trovano in una città composta interamente da ristoranti e locali, e su un bancone trovano un ricco buffet. Increduli, i genitori si siedono e cominciano a mangiare, pensando di pagare quando si mostrerà qualcuno. Chihiro intanto, sentendosi sempre più a disagio, in una situazione così strana, esplora la zona e trova un grande complesso termale. Ma un giovane ragazzo, Haku, le ordina di andarsene, prima che qualcosa di veramente brutto possa succederle. Tornando indietro la bambina scopre che i genitori si sono trasformati in maiali, a causa di un terribile incantesimo della strega Yubaba, (colei che controlla quel mondo fantastico), ma purtroppo i due non riescono ad attraversare in tempo il fiume ormai in piena, rimanendo così intrappolati. Il film prosegue con i vari tentativi di Chihiro di riportare i propri genitori alla normalità, così da tornare al loro mondo reale. Il problema però non è sopravvivere alle molte difficoltà che la città incantata presenta, ma riuscire a tornare a casa ricordando il proprio nome e chi si è. Questo è il regno di una maga che toglie il nome ai suoi sudditi per renderli prigionieri. La bellezza del luogo e la varietà dei fenomeni che vi accadono, contrasta con la pochezza di chi vi abita, creature fantastiche, o molto sciocche o molto crudeli, dai mille volti. Lungo questo cammino Chihiro non si troverà mai sola, anzi, tra mille rischi e pericoli, sarà sempre sostenuta da vari personaggi che scorgono in lei qualcosa di veramente speciale, che neanche la stessa protagonista credeva di avere.

 

L’identità come parte più preziosa di sè

Ma cosa accomuna allora la Città incantata alle teorie di Marcuse e dell’intera Scuola di Francoforte, vi chiederete voi. Ebbene, c’è un filo rosso che porta il meraviglioso film di Miyazaki a trattare di un argomento che sta molto a cuore anche a Marcuse, ed è proprio l’importanza di essere coscienti di se stessi, di cosa siamo realmente. In una società come la nostra, che ci impone di privarci di noi stessi, di essere solamente delle macchine produttrici di consumi, schiavi del nostro stesso lavoro, tanto da arrivare a dimenticarci della nostra interiorità, dei nostri sentimenti è sicuramente difficile capire realmente noi stessi. E questo ce lo fa notare Miyazaki attraverso il tema del nome. Da sempre, quando si vuole privare un uomo della propria individualità, per prima cosa lo si priva del nome. Il nome che abbiamo ricevuto alla nostra nascita, che sembra a prima vista una cosa banale, è in realtà la cosa che più di tutte ci contraddistingue: sostituire il proprio nome con quello che ci da un’altra persona significa cambiare se stessi. Dimenticare il nostro nome originario significa perdere definitivamente se stessi e ciò che eravamo. Emblematico, poi, è il fatto che il nome nel film si perda firmando un contratto di lavoro con Yubaba. Possibile allora che Miyazaki volesse muovere una critica alla spersonalizzazione che spesso opera nel mondo del lavoro, quella stessa spersonalizzazione di cui tratta anche Marcuse, dove l’uomo diviene strumento, e finisce per immedesimarsi totalmente nella propria mansione? La risposta non può essere che affermativa. Ma esiste allora un modo per tornare ad essere consapevoli della preziosità che ognuno porta dentro di sè, della propria unicità? Assolutamente e a questo proposito Marcuse individua tre vie di salvezza, l’arte la cui funzione salvifica risiede nella sua capacità di alimentare negli uomini l’utopia, cioè la speranza che sia possibile ribellarsi alla logica del lavoro e della fatica, l’Eros inteso come energia libidica originaria, non ancora repressa e razionalizzata dalle norme sociali. Secondo Marcuse, benché nella cultura occidentale la sessualità appaia incentivata e liberalizzata, in realtà è profondamente depotenziata. Essa non è che una liberalizzazione “controllata” dal sistema, con lo scopo di blandire i desideri degli uomini e dare l’illusione della loro soddisfazione, al fine di garantirsi il consenso e la sopravvivenza. Viene consentita una sessualità ridotta a pura soddisfazione materiale, in cui viene meno ogni componente creativa e liberatoria. In tale forza e creatività dell’eros risiede, per il filosofo, la possibilità per gli uomini di contrapporsi all’omologazione dominante. Infine Il grande rifiuto esercitato dai nuovi soggetti rivoluzionari, cioè gli emarginati rimasti fuori dal sistema capitalistico. Essi si trovano in una situazione oggettivamente rivoluzionaria, anche se non lo sanno ancora. Si tratta di far prendere loro coscienza di tale forza sovversiva che, essendo del tutto estranea alle logiche interne al potere, potrà risultare un giorno decisiva contro il potere capitalistico. Nella Città Incantata non vi è una vera e propria risposta, ma Miyazaki attraverso questo suo capolavoro vuole sottolineare l’importanza di non dimenticarsi mai di chi si è realmente, anzi, solo ricordandosi costantemente di quanto siamo unici rifiutiamo di sottostare ad una società che ci impone di privarci della nostra unicità, per questo il film da molta importanza al tema della natura che da sempre contrasta con quello della società, oppure l’importanza data al tema dell’infanzia, della tenerezza, della semplicità. Tutte tematiche che vengono usate per contrastare una realtà così dura e imponente come la nostra. Concludo con una citazione secondo me azzeccata per questo tema, tratta dal Re Leone, precisamente da Mufasa:”Ricordati chi sei”. Ricordatevelo, e siate orgogliosi di essere voi stessi

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: