Il Superuovo

La depersonalizzazione di Trelkowski: siamo noi la persona che vediamo nello specchio?

La depersonalizzazione di Trelkowski: siamo noi la persona che vediamo nello specchio?

Cosa intendiamo se parliamo di depersonalizzazione e derealizzazione? Polànski ne disegna un lungometraggio.

… non sentirsi il cranio, mente staccata dal corpo guardarsi la mano e vederla lontano dal volto… – Mattak

 

Può esserci capitato di trovarci in un gruppo di persone e di sentirci completamente “soli”. Forse, in una di queste evenienze, può essere persino successo di provare un senso di estraniazione dall’intero contesto. Eppure eravamo lì: cos’è successo?

Ho un identità che oscilla come pendoli passo la vita guardandomi allo specchio e non riconoscendomi… . Mattak

 

L’epifania dell’inquilino del terzo piano

Il film “L’inquilino del terzo piano” è un lungometraggio che vede un giovane Roman Polànski nel ruolo di regista. Il protagonista, un impiegato polacco, è interpretato da Roman stesso: Trelkowski. A Parigi in cerca di un appartamento, ne scopre uno abitato fino a pochi giorni prima da una ragazza, Simone Choule, che aveva tentato il suicidio lanciandosi dalla finestra. Quando l’uomo l’aveva incontrata era persino scoppiata in una crisi isterica che la portò poi a morire sul letto d’ospedale. Una volta stabilitosi nell’appartamento, ogni elemento del vicinato sembra trattarlo come fosse la ragazza da poco deceduta. Quando tutti lo iniziano a chiamare sotto il nome di Simone perde la testa e non riesce più a riconoscere cosa di reale ci sia in tutta quella “opera teatrale”. Prima di cadere in uno stato di psicosi si rifugia nelle braccia della sua amica Stella, ma i suoi occhi non sono già più in grado di vedere un mondo privo di distorsioni e così scappa di nuovo per tornare all’appartamento.

L’impiegato smette allora di contrastare una realtà che sembra smontare ogni sua convinzione. Trovati degli indumenti della precedente inquilina, inizierà ad indossarli, truccarsi e comportarsi come fosse lui stesso Simone Choule. Nei momenti di lucidità che raramente lo pervadono, Trelkowski non si riconosce più. Specchiandosi il suo riflesso non gli appartiene. La monotona vita da impiegato si è ormai trasformata nella cronica esperienza angosciosa dettata dall’incertezza della depersonalizzazione e, come nell’eterno ritorno dell’uguale di Nietzsche, delirante, decide di gettarsi dalla finestra, finendo in ospedale e morendo dopo una crisi isterica causata dalla la visione di sé stesso in piedi di fianco al letto d’ospedale dove è ricoverato.

 

Depersonalizzazione e derealizzazione

Assume un ruolo fondamentale la frase pronunciata dal protagonista Trelkowski all’interno del film durante il suo incontro con Stella:

“Dimmi.. in quale preciso momento.. un individuo smette di essere quello che crede di essere?”

Essa definisce il conflitto interiore di un uomo che non riconosce più cosa sia reale: il mondo reale pian piano si offusca e poi crolla. La depersonalizzazione implica così un appannamento del senso del sé, mentre la derealizzazione implica un appannamento del senso della realtà. Non c’è una sostanziale differenza tra i due stati, entrambi angosciosi, perlomeno non dal punto di vista qualitativo. Essi differiscono infatti, come emerge dalla distinzione oggettuale tra appannamento del sé e della realtà, dal punto di vista focale.

Secondo lo psicologo Nicola Ghezzani, sia la depersonalizzazione che la derealizzazione intervengono, al loro “livello minimo”, come esito di un attacco di panico e per sciogliere un soffocante nodo d’ansia. Il frutto di queste esperienze estreme, che godono però negli ultimi anni di una grande diffusione, è un’asimmetria tra ciò che appare reale e ciò che invece lo è. Alcune caratteristiche vitali diventano macchinosi automatismi e gli affetti vengono congelati in un sentimento rappresentabile come una linea completamente piatta.

Queste due esperienze condividono molti aspetti con il sogno. Difatti diverse caratteristiche della realtà vengono mantenute costanti mentre altre vengono, in maniera più o meno accentuata, distorte. Tutto inizialmente sembra normale. Il problema nasce nel momento in cui l’illusione si manifesta a livello conscio, con la consapevolezza che però si è svegli e immersi nel mondo quotidiano.

La personalità si appanna depersonalizzazione segue derealizzazione, colpa di una canna… – Mattak

 

I vari gusti di depersonalizzazione

Benché la depersonalizzazione e la derealizzazione siano esperienze ben definite nelle loro caratteristiche, non si presentano sempre nella stessa forma e intensità. Possono verificarsi come fenomeni estemporanei, passeggeri, che si presentano in determinate condizioni per poi scemare e scomparire dopo un certo lasso di tempo. Possono anche definire vere e proprie sindromi autonome che contaminano la percezione della realtà di un individuo per periodi di tempo nella misura di anni. Infine, possono accompagnare stabilmente altre sindromi psicopatologiche, con un potere accrescitivo di queste, dal punto di vista dell’ansia.

Nonostante questi fenomeni di disagio possano presentarsi naturalmente nel corso della vita, ci sono modi per produrli artificialmente. Il più comune è attraverso l’assunzione di allucinogeni come la marijuana. L’origine e il significato di queste esperienze definiscono infatti una forte componente psicologica. La conferma che la forte implicazione percettiva data dalle reti neurali non esaurisce completamente la natura delle esperienze è stata data da esami elettroencefalografici e psicologici e da colloqui clinici psichiatrici. Questi ultimi, effettuati su pazienti affetti dalle due sindromi, forniscono infatti risultati nella norma che ne escludono quindi la rilevanza psichiatrica. Depersonalizzazione e derealizzazione sono, per quanto fenomeni estremamente angosciosi, fenomeni prettamente psicologici e, in quanto tali, in grado di verificarsi in qualsiasi tipologia di persona.

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