La guerra in Siria peggiora: la sua tragicità ci ricorda l’epico dolore della guerra di Troia

Nove anni fa sono iniziate le proteste per la libertà in Siria, ma la pace è talmente lontana che questo conflitto assume sempre più le sembianze dell’omerica guerra di Troia.

Sull’Internazionale, il giornale, è uscito un articolo che raccontava della Siria, della guerra infinita del Vicino Oriente e dei profughi. Sappiamo tutti come sono andate le cose, anche in linea di massima, conosciamo la situazione di chi si trova costretto a vivere in pessime condizioni per una guerra che non è sua, o se anche lo era all’inizio del conflitto, ora non lo è più. La guerra in Siria, nelle zone di confine tra il Vicino e Medio Oriente, ricorda la primissima guerra di cui la letteratura ci dà notizia. Anzi, la nostra letteratura inizia proprio con un conflitto logorante come questo. Omero è dall’epoca di Pericle che ci racconta di un conflitto simile, che narra di persone costrette da lunghi, lunghissimi, anni à vivere in un campo, ad affrontare fatiche, assedi, imprese per noi eroiche per sopravvivere.

La guerra contro Assad e il nostro immaginario

Della guerra in Siria sono pochi coloro che non sanno nulla. O almeno, che all’apparenza sanno cosa stia succedendo. E’ difficile trovare, al giorno d’oggi un individuo che non sappia che in Siria c’è la guerra, che ci siano migliaia, se non milioni, di sfollati nei campi profughi ammassati contro le frontiere con altri Stati confinanti, e che uno dei protagonisti politici di questo conflitto è Bashar al-Assad. Fino a qui, pochi dubbi. I giornali hanno riempito pagine e pagine su questo conflitto, entrato anche negli interessi delle persone comuni per via del coinvolgimento di tutte quelle forze pilitico-religiose di tipo estremista che ci terrorizzano e che noi chiamiamo comunemente Califfato, Stato Islamico, ISIS (la cui storia e differenziazione è estremamente complicata, fermiamoci solo all’opinione comune che si ha di queste organizzazioni). L’interesse del grande pubblico, di solito, si ferma qui. Si ferma alla paura nata dalla lettura, dall’ascolto o dalla visione delle atrocità commesse da tutte quelle organizzazioni che spesso confondiamo l’una dall’altra; si ferma alla semplice conoscenza del fatto che Assad sia un dittatore e che siano morte molte, moltissime persone. Con questo non significa che il nostro immaginario sia sbagliato, certo, documentarsi maggiormente non è mai un male, ma è naturale che molte notizie si posseggano e si conoscano solo superficialmente. In ogni caso, è proprio il nostro immaginario che suscita collegamenti con la vicenda omerica.

Omero e una guerra interminabile

Di nuovo, si parla ancora una volta dell’immaginario comune, di una memoria collettiva. Chiunque sa cosa sia la Guerra di Troia. Magari non si ricorda bene cosa sia successo, ma di sicuro un minimo di conoscenza ce l’ha. Anche perché sarebbe impossibile non averne, sono più di 2000 che questa storia viene raccontata. Anzi, Cicerone afferma nel De Oratore che sia stato Pisistrato, tiranno di Atene a volerne la prima copia scritta. Al di là delle questioni filologiche, non pertinenti a questo contesto, il racconto omerico circola in una prima forma più o meno standardizzata dal VI secolo avanti Cristo. Avanti Cristo. E’ impossibile, dunque, non conoscerne la storia. Tutta la nostra letteratura nasce con Omero, con un racconto di guerra, di atrocità, d gesta eroiche e chi più ne ha più ne metta. La nostra sensibilità di europei, quindi, è molto suscettibile a questo tema. Simpatizziamo, per natura culturale ormai, con conflitti tanto lunghi e terribili.

Omero, la Siria, il conflitto e noi

Forse è anche per questa simpatia, inteso come concetto etimologico, cioè dal greco “patire, sopportare insieme”, che siamo tanto colpiti quando ci troviamo a contatto con le notizie provenienti dalla Siria. Certamente il fatto che sia una vera e propria tragedia umanitaria è altrettanto importante, tuttavia, tutto il nostro modo di pensare, i nostri valori, il nostro modo di ragionare, sono legati alla guerra e soprattutto all’omerica guerra interminabile. La nostra mente, la nostra identità culturale è stata forgiata e plasmata da Omero in primis. Come figli di anni di guerra interminabilmente tragici, ne siamo sensibili, ne siamo estremamente colpiti. Ma Omero aveva già parlato della situazione in Siria, quando descrisse la peste nel campo degli Achei, quando parlò dei suoi morti, della fame, della carestia, della sete. Omero aveva già descritto il dolore, quello atroce, quello inevitabile narrando del saluto di Ettore ed Ecuba alle Porte Scee (per chi se lo fosse perso è il momento in cui Ettore e la moglie si salutano, entrambi consapevoli che egli dovrà morire per salvare la sua città). Quante volte in Siria è successa una cosa simile? Quanti padri, madri, mogli, mariti, fratelli, hanno salutato i propri familiari con la consapevolezza che sarebbero spirati, solo per proteggerli? Per non parlare della lunghezza del conflitto. Vent’anni a Troia, più di dieci in Siria. Sono talmente tanti anni che il conflitto è diventato una normalità per noi che non lo viviamo, quasi non esistesse più, quasi fosse stato dimenticato. Dimenticato come tutti gli eroi Achei che non sono mai tornati in patria sono stati dimenticati dai propri sudditi. E gli esempi sono infiniti. Omero ci insegna ancora una volta quanto il dolore e la sofferenza di fatto non siano mai cambiati, siano sempre gli stessi, terribili e profondi, nell’animo degli uomini da più di venti secoli. Il punto è che sta a noi ora non dimenticarsi che la guerra di Troia non ha smesso di essere combattuta con il famoso cavallo, che in realtà si combatte ancora oggi, che le cose che ci hanno fatto inorridire nelle pagine della letteratura di fatto esistono anche nella realtà, che non dobbiamo guardare ai profughi siriani come guarderemmo al ritorno, anch’esso lunghissimo e infinito, a casa di Ulisse. Ancora una volta, la letteratura ci aiuta a contestualizzare la realtà e non il contrario.

 

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