La città di k mostra come influiscono natura e cultura nello sviluppo dell’essere umano

Natura o cultura? C’è un istinto naturale o un’influenza ambientale? Quanto incide la genetica? Quanto incide il contesto sociale?

Quasi come se fosse un esperimento psicologico nel libro “La trilogia della città di K” i due
protagonisti, due fratelli gemelli vissuti durante il periodo bellico in una citta russa senza nome, ci aiutano ad affrontare il dibattito psicologico natura o cultura.

Due gemelli in affido

Tutto ha inizio con due gemelli che una madre disperata è costretta ad affidare alla nonna, lontano da una grande città dove cadono bombe e manca cibo. Il contesto sociale è bellico, esattamente siamo in un paese dell’Est ma nessuna città precisa viene nominata. Dalla città i bambini si trasferiscono in campagna, da una nonna mai vista, mai presentata, mai amata forse dalla madre dei gemelli. È una “vecchia strega”, secondo il paese, sporca, avara e senza cuore che ha avvelenato il marito. È pronta a trarre vantaggio anche dai propri nipotini: “vitto e alloggio bisogna meritarseli” ripete più volte la nonna. Seppur piccoli sono costretti a lavorare seriamente, costantemente e duramente. E la scuola? I libri? Tutto ciò che gli permette di crescere culturalmente?

Natura di città, cultura di campagna

In periodo di guerra la scuola è chiusa, e seppur i bambini vogliano imparare la nonna non sembra ben disposta ad accettare che della forza lavoro diventi forza scolastica. Farebbe di tutto per non farli andare a scuola così com’è accaduto per lei. In effetti a cosa serve la scuola per una donna che vede nella sola fatica fisica una fonte di guadagno? Si tratta di un contesto culturale che spinge i due gemelli a rinunciare alle abitudini culturali dei propri veri genitori e delle proprie origini cittadine. Un contesto che influisce tanto: quando le scuole saranno aperte e obbligatorie saranno gli stessi bambini a voler mentire pur di non studiare tra i banchi. L’idea “senza la scuola si lavora di più” della nonna diventa anche la loro.
Eppure, seppur il contesto sia totalmente differente e in parte danneggiante, la natura un po’ riesce a vincere. I bambini iniziano a comprare, farsi regalare, trovare libri e quaderni in librerie e dal curato del paese. Si esercitano autonomamente in esercizi pratici e teorici: comprano quaderni e penne e a turno si assegnano temi da scrivere e da correggere per migliorare nel tempo.
Seppur l’ambiente intorno li porti ad allontanarsi dalla scuola, l’istinto naturale li spinge a diventare, di nascosto, autodidatti.

Studi sui gemelli e sui bambini adottati

Quasi come un esperimento psicologico il libro ci racconta del dibattito natura cultura. In effetti gli studi riguardanti tale dibattito in psicologia hanno quasi sempre a che fare con gemelli e bambini adottati.
Con i gemelli è possibile percepire quanto la natura incida nello sviluppo della persona. Per di più notare le differenze tra i gemelli omozigoti e dizigoti favorisce la comprensione di quanto la genetica, identica negli omozigoti e differente nei dizigoti, possa contribuire.
Con i bambini adottati si percepisce invece quanto possa essere influente la natura (le influenze dei genitori di origine) e quanto la cultura (le influenze dei genitori di adozione). E, in particolare per questi studi, è stata notata una collaborazione di influenze ambientali e culturali.
Per l’esattezza quando la famiglia di origine ha una cultura molto più elevata della famiglia di arrivo i bambini tendono a una conoscenza più influenzata dalla natura; quando, invece, è la famiglia di arrivo ad avere un indice culturale più elevato è lei a influenzare maggiormente il livello culturale dei bambini.
In ogni caso, porsi da un lato netto non è possibile: il dibattito psicologico natura cultura, così come nel libro, non si schiera da un lato, ma dà importanza all’incontro delle due influenze, naturali e culturali.

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