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La Camera approva la Legge Zan: la svolta attesa contro omofobia, transomofobia e misoginia

Dalle condanne della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo all’approvazione della legge Zan: la Camera ha approvato il testo unificato delle proposte di legge di contrasto alla violenza e la discriminazione per motivi legati alla transomofobia, alla misoginia e alla disabilità. 

 

Il testo, che nasce dalla volontà del suo relatore, Alessandro Zan, prevedeva inizialmente misure di prevenzione e contrasto solo per per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Durante l’esame in Assemblea le maggiori tutele sono state estese alla disabilità, con il consenso del centrodestra. Una legge che si conforma a ciò che afferma l’articolo 8 della Cedu, il cui mancato adempimento era stato al centro di numerosi richiami.

Cosa ci dice nel dettaglio l’articolo 8 della CEDU

Questo articolo si occupa di salvaguardare il diritto al rispetto della propria vita privata e familiare. Esso si divide in due parti. Nella prima, viene stabilito che ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza. Nella seconda, invece, si afferma non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui. Non solo: attinente all’ambito della “vita privata” è stato ritenuto anche l’accertamento, nel diritto interno, del legame di filiazione rispetto al padre biologico ed, in particolare, del legame di filiazione tra minori nati all’estero con il metodo della surrogazione di maternità ed i genitori cosiddetti “intenzionali”. Dunque, si può affermare che l’art. 8 sia applicabile allorquando esista un legame familiare anche solo “di fatto”. In particolare, nella nozione di «vita familiare» rientrano, anche i rapporti di fatto tra partner di diverso sesso, rilevando, a tal fine, indici quali la durata del rapporto, la coabitazione e la presenza di figli.

 

Le condanne della CEDU all’Italia

Nel 2015, La Corte europea dei diritti umani aveva condannato l’Italia per non prevedere alcuna forma di riconoscimento delle unioni fra persone dello stesso sesso: la sentenza diffusa il 21 luglio di quello stesso anno riguardava la violazione dei diritti di tre coppie omosessuali che avevano presentato ricorso dopo aver chiesto ai loro comuni di fare le pubblicazioni per potersi sposare ma si sono viste rifiutare la possibilità. La quarta sezione della Corte, pur riconoscendo che la non estensione del diritto al matrimonio restava una scelta legittima dei diversi stati, aveva affermato come non fosse più ammissibile il vuoto normativo di qualsiasi tipo di riconoscimento. La corte aveva considerato che la tutela legale attualmente disponibile in Italia per le coppie omosessuali non solo fallisse nel provvedere ai bisogni chiave di una coppia impegnata in una relazione stabile, ma che non fosse nemmeno sufficientemente affidabile. La decisione era stata adottata all’unanimità. L’Italia è stata condannata in particolare per la violazione dell’articolo 8 della Convenzione CEDU sul “diritto al rispetto della vita familiare.”

L’attesa svolta con la legge Zan e cosa essa prevede

Nel testo Zan contro l’omotransfobia e la misoginia, approvato dall’aula della Camera, si stabilisce in premessa che: per “sesso” si intende il sesso biologico o anagrafico; per “genere” si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; per “orientamento sessuale” si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; per “identità di genere” si intende l’identificazione percepita e manifestata di sè in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione. Andando però nello specifico, questa legge modifica l’articolo 604 ter del Codice Penale integrando l’aggravante di discriminazione con i motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere o sulla disabilità. Inoltre, contro le accuse sul reato di opinione, avanzate dal centrodestra, (‘Pluralismo delle idee e libertà delle scelte’) la maggioranza ha precisato che la punibilità scatterà quando vi sia il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti e che le opinioni non istigatorie ‘restano salve’, in quanto già discendenti direttamente dall’articolo 21 della Costituzione. Infine, esso modifica l’articolo 90-quater del codice di procedura penale sulla condizione di particolare vulnerabilità della persona offesa: nella valutazione si terrà conto anche dei reati commessi in ragione del sesso, del genere, dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere.

 

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