La bellezza cresce tra gli ultimi e gli emarginati: ce lo insegnano De André e Baudelaire

Con “Via del campo” il cantautore genovese si unisce al poeta parigino nell’esprimere il concetto per cui, tra bettole e lupanari, possono nascere e sbocciare i fiori della bellezza, dell’amore e dell’arte.  

Spesso si pensa che la bellezza si nasconda in una scultura perfetta, in un fisico statuario o in ciò che i canoni comuni di pensiero ci dicono essere bello; si crede che la bellezza si celi dietro la rispettabilità, la purezza, il buon comportamento; si ritiene che ciò che ci appare squallido, turpe e ignobile sia irrecuperabile e da allontanare, perché da lì non potrebbe mai emergere niente. Eppure, in verità, è proprio dallo sporco che spesso spuntano timidi fiori (parola chiave di questo articolo), di quelli tremanti e fragili che però rivelano la loro effimera e stupenda bellezza. Nei bassifondi del mondo, della città e della società prende forma il vero volto dell’arte, il vero luogo dove ricercare, nella vita reale, qualche sparuto fiore che ancora può nascere, che ancora non è appassito.

“Dal letame nascono i fior”

Una frase famosissima, il nostro sottotitolo, divenuta ormai di dominio pubblico, quasi più un aforisma di cultura generale che il verso di una canzone. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” dice De André nella sua canzone “Via del campo”, singolo rilasciato nel 1967. Quella stessa Via del Campo che, negli stretti vicoli di Genova, era sede di case chiuse e luoghi dove, come il cantautore narra nella canzone, le ragazze aspettavano i clienti fuori dalla porta. Le prostitute, quindi, sono quel letame di cui parla De André, persone viste come scarti della società, sporche nelle loro condizioni di vita e anche in quelle professionali, se professione vogliamo chiamarla. De André preferisce definirle come donne che “Donano a tutti la stessa rosa“, un fiore che nasce da un terreno maleodorante e decisamente mal visto, emarginato, che abita in un quartiere un po’ malfamato. Ed è qui che si consuma l’amore, forse quello vero per alcuni (che vorrebbero da illusi sposare una delle prostitute) e per altri solamente carnale, basso e amorale come il luogo dove si recano per riceverlo. De André porta sulla scena musicale la realtà di un luogo che tutti schifano, lontano dal buon gusto e dalla rispettabilità stabilita dai canoni comunemente accettati. Quel luogo è uno dei lupanari tanto comuni nelle città portuali (ricordiamo quelli di cui parla Saba a proposito della sua Trieste) dove si pensa che non ci possa mai essere niente di buono, di bello, di giusto.

 

E invece il cantautore ci fa vedere che anche lì, in quel fetore sia esteriore sia interiore, ci sono persone come tutte le altre, vere e persino belle, affascinanti nel loro sorriso un po’ ingenuo di bambina ma malizioso di donna vissuta e avvezza a certe situazioni. De André va oltre e afferma che anche in Via del Campo può nascere l’amore, lì può nascere la bellezza tanto agognata e che tutti credono preclusa a persone come le prostitute che lo abitano e a coloro che lo frequentano. Un altro tipo di bellezza, di amore, di vita che nessun diamante può dare, un fascino umile e basso ma ricco di naturalezza. “Nascono fiori dove cammina” una di quelle ragazze che concede se stessa per poter sopravvivere: la greve vita della donna è sublimata da un sorriso, da un gesto che reca con sé uno spiraglio di luce nel buio, una momentanea e spontanea meraviglia, che sembra aprire le porte del ParadisoSolo lì al primo piano“. I fiori nascono anche qui, in terreni grigi e apparentemente sterili. E anche se sono più opachi e fragili non è detto che siano più brutti di quelli coltivati in grandi giardini di lussuose ville alla moda. Di sicuro sono più sinceri, secondo De André, meno ipocriti e assolutamente più singolari, perché, circondati da così tanto marciume, risplendono di un’inaudita amenità, con un contrasto fortissimo. In questa presa di posizione di De André (piuttosto assiduo frequentatore, da giovane, di questo tipo di luoghi), che assume il punto di vista di chi è sempre guardato dall’alto in basso e giudicato, forse c’è la convinzione che ormai la vera bellezza, quella non necessariamente pura ma autentica, nella sua fragilità e unicità nasce proprio dove non ce lo si potrebbe aspettare ed è lì che l’artista moderno deve andare a cercarla: nei bassifondi della società, dove di nascosto qualche fiore sboccia timido.

Charles Baudelaire (1821-1867)

“Questi fiori malaticci”

Quando Charles Baudelaire stava per pubblicare la sua raccolta poetica, era costantemente tormentato dal problema di trovare un titolo adatto. Voleva che fosse allo stesso tempo accattivante, fastidioso per l’opinione pubblica borghese (“un petardo sotto la poltrona” come disse lo stesso Baudelaire) e che riassumesse in maniera efficace i contenuti dei suoi testi. Aveva provato con “Les lesbiennes” (“Le lesbiche”) ma non era troppo convinto. Alla fine, mentre era in un caffè, gli venne l’ispirazione per quello che sarebbe divenuto il titolo di una delle raccolte più importanti della letteratura europea: “I fiori del male“, pubblicato, non senza polemiche dell’opinione pubblica, per la prima volta nel 1857. Un titolo apparentemente ossimorico, che però nella sostanza rispecchia tutta la concezione artistica (e anche un po’ biografica) di Baudelaire. Quest’ultimo era immerso in una società, quella francese, che si trovava in un periodo leggermente confuso, con le spinte della rivoluzione ormai spente ma anche con la crisi della Repubblica che avrebbe portato presto al nuovo impero di Napoleone III. Baudelaire, culturalmente parlando, discendeva dalla fine del Romanticismo francese con i suoi lasciti ancora preminenti, ai quali vanno uniti la corrente nascente del Realismo, gli albori del Positivismo e una crisi fortissima del ruolo e della percezione degli artisti nella loro società. Una perdita di certezze, di preminenza, di considerazione che avrebbero finito per influenzare un po’ tutti gli intellettuali e colleghi di Baudelaire. Gli scrittori ormai dovevano fare affidamento sulla vendita delle loro opere per poter sopravvivere e cominciava a manifestarsi il fenomeno della mercificazione dell’arte che a Baudelaire stava parecchio stretto e per il quale ha sempre provato repulsione, anche se seppe abilmente giocare con il mercato come dimostrano i criteri per la scelta del titolo dell’opera. Se a tutto questo si aggiunge una brutta situazione familiare e un carattere anticonformista e ribelle, di quelli che se non sono d’accordo con qualcuno ci tengono fortemente a farglielo sapere ma con un tono a dir poco sarcastico e provocatorio, ecco che il quadro di vita e contesto storico di Baudelaire è completo. Un ragazzo che presto ha contratto la sifilide andando con delle prostitute, che frequentava da vicino bevitori di assenzio in locali squallidi pieni di emarginati sociali, che spesso si lasciava andare ad eccessi rimanendo al verde.

La mia giovinezza non fu che tenebrosa bufera,

attraversata qua e là da soli rifulgenti;

il tuono e la pioggia hanno fatto danni tali

che nel mio giardino restano pochi frutti vermigli.

Un intellettuale molto colto, profondo conoscitore della letteratura di tradizione (anche quella italiana) e degli artisti a lui contemporanei, che avvertiva un senso costante di disorientamento, di incertezza, di angoscia e di male di vivere. Un continuo collocarsi al di fuori di una società che lo incatenava, che non gli forniva lo spazio per librarsi in volo come avrebbe voluto e da cui si sentiva fortemente giudicato tanto da criticarla sprezzantemente a sua volta. Avvertiva nel profondo che ormai era cambiato tutto, persino i canoni di bellezza, persino il ruolo e le possibilità di fare arte, di trovare l’ispirazione. E allora si fece portavoce di un sonoro rinnovamento poetico, pioniere di coloro che, nel male di vivere e nella noia esistenziale, trovarono comunque la possibilità di elevare al massimo la propria spinta artistica, fondando una stirpe di eletti in grado di attuare questo processo poetico tramite l’ispirazione, il ricorso alle analogie e anche alle allegorie, ai significati nascosti della natura e degli oggetti. Dimostrò che, in un secolo dove si avvertiva il male, sia in senso artistico sia di condizione di vita, potevano nascere dei fiori, quei boccioli un po’ malaticci (come li definisce proprio Baudelaire nella dedica dell’opera a Gautier) che nascono, fragili come la vita stessa dell’uomo, tra il vizio e la morte, tra i piaceri e il dolore, tra l’amore e il peccato, accostamenti che riassumono in pieno l’esistenza di Baudelaire.

“I fiori del male” ebbero due edizioni diverse mentre Baudelaire era ancora in vita, perché appena uscita l’opera fu processata per immoralità e subì una condanna (foto: ilpost)

La musa malata

Tutto questo, però, concentrando il campo di ricerca nei bassifondi della società, dove si annidava il male, il turpe e il vergognoso; dove c’è il peccato, la morte, il dolore, il vizio, l’orrore. Niente di ciò corrispondeva ai canoni della bellezza antica, quella riportata in auge dall’ormai passato Neoclassicismo e ancora viva in alcune correnti poetiche della Francia del primo Ottocento. Non c’è armonia, serenità, vigore nei testi di Baudelaire:

Noi abbiamo, è vero, nazioni corrotte

Bellezze ignote a quei popoli antichi:

visi smangiati dalle cancrene del cuore

bellezze fiorite dalla spossatezza.

D’altro canto c’è spazio per la fragilità e per la corruzione dell’anima e del corpo, vittime dell’eccesso e del vizio che servono a placare quel male di vivere, quello “spleen” che ormai non ha altre possibilità di conforto: non c’è più la fiducia nella religione che avevano i romantici, non c’è più il ruolo di guida intellettuale e culturale che avevano prima i poeti e i letterati, non c’è più posto per loro e per la loro arte nella società in cui vivono. L’unica via di salvezza è l’arte, quella che porta alla ricerca continua di un modo per evadere dalla realtà, cercare significati che trascendano il semplice mondo sensibile e ricercare la suprema bellezza. E dove si annida questa bellezza? Nella natura, con i suoi messaggi nascosti; nella città moderna, con i suoi scorci pittoreschi e la moltitudine di persone; ma soprattutto, la bellezza si può trovare nel rifugio e nella casa che per lei è stata costruita nel mondo moderno, cioè nelle tenebre, nel buio. Non nei mausolei magnificenti, ma in un cimitero remoto. 

Molti gioielli dormono sepolti

nelle tenebre e nell’oblio

ben lungi dalle zappe e dalle sonde.

Molti fiori vi spandono controvoglia

profumi dolci come dei segreti

immersi in solitudini profonde.

L’oscurità, che non nasconde riferimenti amorali e peccaminosi, è la nuova sede della bellezza. L’oscurità del cuore, diviso tra un’ispirazione slanciata verso l’alto e una marea nera che lo annega, con l’oscurità della mente, piena di pensieri cupi e di angoscia. Ricompare l’immagine del fiore, che è in grado dunque di nascere proprio laddove non c’è luce, laddove c’è una malattia che non si può curare se non con la morte. Ed è con l’espressione “La musa malata“, con cui Baudelaire intitola una sua poesia, che possiamo definire la nuova arte: nessuna musa ha più sede sull’Elicona, nell’alto dei cieli, ma ora ogni musa è malata, debole, corrotta nel corpo proprio come i fiori che ne emergono, cioè quegli sprazzi di bellezza autentica che non può essere del tutto pura perché vive in un mondo malato. E un ammalato di sifilide fin da giovane come Baudelaire (piuttosto esperto del mondo della prostituzione, anche più di De André) poteva facilmente coniugare e avvertire dentro di sé la connessione tra malattia del corpo e malattia dell’anima, una sofferenza che stimola e che permette la fuoriuscita di pezzi di bravura artistica davvero lodevoli. E non mancò di dedicare a ubriaconi e prostitute delle poesie, soprattutto a quelle con cui probabilmente giacque (la sua Jeanne Duval, oppure una donna conosciuta alle Mauritius che divenne “une dame créole” nell’omonima poesia), portatrici di tormenti, di corruzione dell’anima, di atti perversi ma anche di momenti di piacere, di evasione da una realtà tetra, di elevazione dello spirito. Da qui, da una vita divisa tra sregolatezza e pentimento, nel buio dei bassifondi, possono nascere dei fiori, I “Fiori del male” fragili come la giovinezza che appassisce presto, segni inequivocabili della bellezza ricercata in ogni modo.

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