Cosa succederebbe se ognuno di noi conoscesse il giorno della propria morte? 

Dal film “Dio esiste e vive a Bruxelles”, passando al racconto di Jose Saramago “Le intermittenze della morte”, come reagiremo se ognuno di noi  sapesse la data della propria morte? 

 

 

Scena del film “Dio esiste e vive a Bruxelles”

 

 

Ognuno di noi è destinato a morire. Tutti noi sappiamo ciò, come recita un vecchio detto:” l’unica cosa certa nella vita è la morte”. Vita e morte, l’inizio e la fine, sono i due eventi della vita più normali che esistono, eppure quando pensiamo alle nostre singole esistenze, tendiamo a dimenticarcene e a farle passare come eventi straordinari. In effetti, nella loro normalità hanno un qualcosa di straordinario, entrambi com’è naturale che sia, si manifestano una sola volta nell’arco di una vita. Entrambe non dipendono dalla nostra volontà, ma se la nascita è comunque più “programmabile”, perché legata naturalmente a due individui, il padre e la madre, la morte (naturale) al contrario è più imprevedibile, acquista quasi tutto un suo tempo al di fuori della nostra volontà. Il fatto di non sapere quando la nostra ora giungerà, crea nel quotidiano quasi un’illusione che essa non arriverà mai, distogliendo l’attenzione dal nostra inesorabile fine che avanza. Ma cosa succederebbe se invece sapessimo la data e l’ora esatta della nostra morte? Proviamo a rifletterci. 

 

 

 

Copertina del libro “Le intermittenze della morte” di José Saramago

“Dio esiste e vive a Bruxelles”: una commedia che comunicata la morte via SMS

Il film belga del 2015 diretto dal regista Jacob Van Dormael è una commedia ambientata in un contesto surrealista che narra le vicende di un Dio talmente cinico da sfociare nel divertente. Egli si diverte a tormentare e prendere in giro le persone scrivendo regole assurde, come ad esempio per quale motivo la fila di fianco alla nostra scorre sempre più velocemente di quella nella quale ci troviamo noi, o perché quando ci immergiamo nella vasca da bagno puntualmente squilla il telefono. Il tutto viene controllato tramite un computer situato nel suo appartamento a Bruxelles. Dio che viene rappresentato in maniera molto rozza, nelle vesti di un ubriacone, vive insieme alla moglie ed alla fine adolescente, mentre Gesù come tutti noi sappiamo, è sceso ed è scappato nel nostro mondo. La figlia che ha un carattere molto ribelle, decide di sabotare i divertimenti del padre, rivelando agli uomini la data della morte di ognuno, uno degli strumenti più forti che Dio usa per tenere sotto controllo le persone. Da questo punto in poi, il film svela la propria tematica principale: se fossimo consci del fatto di essere mortali, di poter realmente quantificare il nostro tempo qui sulla Terra conoscendo la data precisa della nostra morte, faremo sempre le stesse cose stupide o faremo diversamente? Questa è la domanda provocatoria che il regista Jacob Van Dormael lancia allo spettatore.

Anzi non morire o una morte con preavviso? Saramago e “Le intermittenze della morte”

Il premio nobel Josè Saramago scrisse un piccolo romanzo molto particolare, in cui la Morte è la protagonista dell’intero racconto, nel quale essa decide di fare un po’ quello che vuole. La storia ambientata ai nostri giorni in un paese non specificato, si apre con una comunicazione della Morte stessa, che stufa di essere sempre quella cattiva che tutti denigrano ed evitano, decide di non ammazzare più nessuno. La notizia per quanto assurda possa essere si rivela vera, le persone da quel giorno smettono di morire. Se inizialmente la notizia viene presa con grande entusiasmo, l’essere umano ha sconfitto la sua fine, è libero perfino dalle grinfie del tempo, presto ci si accorge che in verità non è così positiva come cosa. La morte è sparita ma l’invecchiamento continua ad avanzare, in caso di malattie incurabili si rimane sempre in quel limbo tra vita e morte senza possibilità di poter andare in nessuna delle due direzioni, e anche dal punto di vista sociale ed economico i problemi non tardano ad arrivare. Le compagnie assicurative cadono in crisi, le pensioni cominciano a pesare in maniera considerevole sulle tasche delle stato, il settore delle pompe funebri fallisce, e l’intero apparato dello stato si trasforma per dare assistenza agli anziani. In poco tempo, le persone iniziano a rimpiangere la morte. Un giorno con un altro comunicato, la Morte si rifà viva, e comunica che tornerà in servizio, ma in modalità diversa: si scusa  del fatto che in tutte queste migliaia di anni è sempre stata imprevedibile, senza preavviso, cosa che a suo modo di vedere è stata un po’ crudele, perché non dava tempo alle persone di salutare le persone amate, redigere un testamento, o chiudere qualsiasi questione ancora aperta. La Morte decide così di spedire ad ogni persona un avviso con una settimana d’anticipo sull’arrivo della propria ora. Le nobili intenzioni della Morte però non portano l’effetto voluto, infatti le persone si lasciano andare in spesse folli indebitando i propri successori, in feste di droghe o in orge clandestine aspettando lo scadere della settimana. Saramago esattamente come Jacob Van Dormael, interroga il lettore con la medesima domanda: se sapessimo esattamente quanto tempo ci rimane da vivere, faremo sempre le stesse cose o faremo diversamente? Esiste una maniera per onorare al meglio i nostri ultimi giorni in questo mondo? 

Se ci ritrovassimo in un mondo come quelli dei nostri due esempi sopra citati, come sarebbe “giusto” comportarci? Parmenide ci lancia un consiglio

Se improvvisamente per qualche assurdo motivo ci ritrovassimo a vivere in un mondo ipotetico nel quale ognuno di noi conosce la data della propria fine, beh sicuramente avremo una rottura immediata dell’illusione che a “noi la morte non ci tocca”, la sensazione che la maggior parte di noi sperimenta, “può accadere agli altri ma a me no”, scomparirebbe. Non voglio sembrare insensibile o senza tatto, ma a meno che non si sia vissuto un evento fortemente traumatico in quell’ambito, difficilmente nella vita di tutti i giorni uno riflette sulla propria clessidra che scorre. Vedendo la data nero su bianco, sicuramente si romperebbe l’illusione, ma non cambierebbe forse tanto se fosse tra tanto tempo, di certo le cose cambierebbero se la data “x” fosse in un tempo prossimo. Sia nel libro “Le intermittenze della morte” che nel film “Dio esiste e vive a Bruxelles”, i personaggi dei racconti appena apprendono della loro morte imminente, iniziano a fare le cose più pazze per recuperare il tempo che hanno “buttato” via, cercando in qualche modo di dare un certo valore e significato alla loro vita per combattere la paura dell’indeterminatezza della morte e la conseguenza perdita nel nulla.  Parmenide filosofo greco del V sec. di cui ci rimangono poche tracce, in alcuni sui frammenti ci parla proprio del nulla e dell’essere, frammenti che possiamo applicare anche al nostro caso. Parmenide pone due vie da percorre: l’essere e il nulla. L’essere è tutto ciò che si può conoscere e percorrere, il nulla è ciò che non può essere in alcun modo conosciuto. Applicandosi al principio di non-contraddizione, a partire dal quale, solamente, quello dell’alternativa sarebbe potuto apparire come il modo fondamentale dell’essere e del non-essere. Per via di tale principio le due diverse categorie non posso entrare in relazione, dal nulla non può crearsi l’essere, e dall’essere non può crearsi il nulla. Nella morte è individuabile la paura del nulla, la vita è essere, e tra vita e morte esiste un rapporto pallindromico. L’essere non è solo materiale ma è anche pensare, pensare ad un terzo. Parmenide scrive esplicitamente: “la medesima cosa sono il pensare e l’essere”. Appiccando in maniera epistemologica il diverso significato di essere e nulla secondo Parmenide, e facendolo nostro, provando a rispondere alla domanda: cosa fare se sapessimo il giorno esatto della nostra morte? Beh, io cercherei di rispondere così: sicuramente saluterei le persone a me vicine, ma di fatti non cercherei di fare chi sa cosa, non mi metterei a fare folli pazzie perché non fanno parte del mio essere. Penso che non esiste modo migliore di di onorare la propria esistenza e darne un valore silenzioso dando continuità del proprio essere all’interno del breve tempo che ci è rimasto, che poi pensandoci, forse sarebbe una massima da applicare sempre durante l’esistenza di ognuno di noi. 

 

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