La bella dama senza pietà: storie di una femme fatale dal Medioevo al cantautorato italiano

La donna amata priva di compassione miete costantemente vittime, dal Medioevo ad oggi.

La Belle Dame sans merci, Walter T. Crane

Le figura della Bella dama senza pietà, femme fatale splendida e spietata, affonda le sue radici nella Normandia del XV secolo. Nel 1424, Alan Chartier compone un poema di un centinaio di stanze, in cui dialogano un Amant e una Dame. Potrebbe essere l’inizio di una classica storia d’amore, eppure il poeta afferma che qui si sta parlando de “le plus dolent des amoureux”. È l’inizio di un topos letterario che arriva fino ai giorni nostri.

La Belle Dame sans Merci, John Keats

Un uomo piange solo e pallido su un freddo colle. “Che cosa ti tormenta, armato cavaliere, così affranto, così desolato?”. È il poeta che parla, rivolgendo le sue domande a un uomo sofferente. Il cavaliere, piangendo, rivela di aver incontrato in quei prati una signora, che aveva la bellezza delle figlie delle fate, chiome assai lunghe, un portamento leggiadro ma gli occhi selvaggi.

 I met a lady in the meads,
Full beautiful, a fairy’s child;
Her hair was long, her foot was light,
And her eyes were wild.

L’uomo, ignaro, la segue: viene condotto alla grotta degli elfi, dove dopo averla baciata si addormenta tra le sue braccia. È nel momento di massima vulnerabilità. Il cavaliere sogna principi, re e guerrieri, che lo avvertono, muovendo le pallide labbra:

I saw pale kings, and princes too,
Pale warriors, death pale were they all;
They cried—”La belle dame sans merci
Hath thee in thrall!”

I saw their starv’d lips in the gloam
With horrid warning gaped wide,
And I awoke and found me here
On the cold hill’s side.

Allora l’uomo si sveglia, e si trova solo sul freddo colle.

Nonostante la brevità – la ballata è composta da 12 strofe di 4 versi – il testo è ricco di enigmi. In entrambe le versioni che Keats compose, l’amore e la morte si intrecciano, danzando in un’atmosfera fatata e inquietante. Chi è davvero questa donna? Il cavaliere è vivo o continua a dormire in eterno, e il suo risveglio sulla collina è ancora parte del sogno? Keats non offre risposte esplicite, tutto rimane confinato in questo luogo magico primo di tempo. Il segreto della bella dama rimane appunto, un segreto. Di certo, il suo fascino oltre al povero cavaliere conquisterà anche i pittori preraffaelliti: Franck Dicksee, Arthur Hughes e Henry Meynell Rheam, solo per citarne alcuni, immortaleranno nei loro quadri l’incontro tra la dama e il cavaliere.

Tre varianti della storia nei quadri di Cowper, Rheam e Waterhouse

La Bella dama senza pietà, Angelo Branduardi

Il binomio amore-morte è sicuramente uno dei più fortunati argomenti non solo della poesia, ma anche della musica. Quando nel 1977 Angelo Branduardi fa uscire il disco La Pulce d’acqua, non può sottrarsi dal cantare l’amore e la morte, legati a personaggi fatati e misteriosi: così tra le altre abbiamo Ballo in Fa Diesis Minore (in cui la Morte viene sconfitta grazie a una danza festosa), Nascita di un Lago (ispirato all’amore tra Merlino e la Dama del Lago), La Sposa Rubata (in cui una sposa abbandona lo sposo, sedotta da uno sconosciuto) e La Bella dama senza pietà.

L’incipit è lo stesso di Keats: il poeta si rivolge a un uomo terrorizzato. Il volto pallido, le dita bianche e gelide. “Sembra tu sia fuggito, dall’aldilà”. L’uomo – qui non sappiamo se sia un cavaliere o no –  ha incontrato la donna in mezzo ai prati. Lei lo guarda come se lo amasse, si siedono nel prato e l’uomo si addormenta. “Io l’anima le diedi, e il tempo scordai”. Ma anche qui, durante il sogno, mille e mille altre vittime arrivano a compatire il pover’uomo:

Erano in mille
E mille di più,
Con pallide labbra
Dicevano a me:
– Quella che anche a te
La vita rubò, è lei,
La bella dama senza pietà.

La ballata dell’amore cieco, Fabrizio De André

Il ritmo allegro della musica, che quasi richiama una filastrocca, non riesce a mascherare la terribile storia di amore e morte che si sviluppa in questa canzone.

Un uomo onesto, un uomo probo,
tralalalalla tralallaleru
s’innamorò perdutamente
d’una che non lo amava niente.

La bella dama senza pietà, che non viene così definita da De Andrè ma indubbiamente la ricorda per le sue azioni, costringe l’uomo a dimostrare il suo amore con tre prove: prima chiede il cuore della madre, per offrirlo in pasto ai cani; poi di tagliarsi le vene dei polsi e infine, di morire per lei. Eppure, ed è una fondamentale differenza rispetto a Keats e Branduardi, nella versione di De Andrè è la dama a rimanere sconfitta:

Fuori soffiava dolce il vento
tralalalalla tralallaleru
ma lei fu presa da sgomento
quando lo vide morir contento.

Morir contento e innamorato
quando a lei niente era restato
non il suo amore non il suo bene
ma solo il sangue secco delle sue vene.

Dobbiamo immaginarci l’innamorato come un uomo felice, appagato. Ha dato tutto per amore, e sente di aver avuto la sua ricompensa. Ben diversa è la situazione della donna: priva di un amore che ha spietatamente rifiutato, non le rimane altro che guardare dissanguarsi le mani che tanto desideravano accarezzarla.

 

 

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