Cosa c’è di più importante della famiglia? Il denaro, ovviamente. Giovanni Verga ed i Peaky Blinders ci spiegano la reale importanza della famiglia ed i suoi evidenti limiti una volta entrata in contatto con il personale interesse economico di un suo membro.
Si tradisce per la famiglia, si ammazza per la famiglia, si muore per la famiglia, tanto quanto si tradisce, si ammazza e si muore per il denaro. Chiunque abbandoni il retto sentiero tracciato dal patriarca è destinato ad andare incontro al peggior destino, ma cosa accade quando è la famiglia stessa a divenire un impedimento per il raggiungimento dell’interesse economico personale?
L’essere e l’avere in perenne conflitto
Il giorno 21 aprile del 1878 Giovanni Verga scrive una lettera a Salvatore Verdura, noto avvocato della città di Catania ed amico dello scrittore, dove presenta le primissime linee guida di quel suo progetto che intitolerà “I Vinti“, un ciclo di cinque romanzi volto a presentare al lettore “una specie di fantasmagoria della lotta per la vita” mediante la rappresentazione dei diversi ambienti della società e la creazione di una scala sociale. Nonostante questo suo alto proposito, il ciclo rimase incompiuto e Verga non riuscì mai a completare quell’affresco di “vita italiana moderna“. Nonostante ciò la sua vasta produzione di romanzi, novelle e testi teatrali ci consente ugualmente di delineare un “profilo filosofico” dell’autore. La poetica verghiana è sicuramente ricca e variegata – oltre al fatto che l’autore poteva contare su un’impeccabile perizia tecnica – e tra i temi che egli si propone di presentare vorrei utilizzare come spunto per la mia analisi le due “religioni” su cui il Verga si basa: la “religione della famiglia” e la “religione della roba“. Lo scrittore catanese raffigura la famiglia come l’unico argine in grado di contrastare le avversità palesate dal fato ed è definita come una “microcomunità” capace di rispondere alle esigenze di ogni singolo membro della famiglia che viene inteso come “un dito della mano“. Ciò che vuole mostrare è un concetto sacro ed impenetrabile. All’interno dei suoi testi il cerchio familiare appare fondamentale a tal punto che viene paragonato ad uno scoglio su cui ogni componente ha la possibilità di ancorarsi, proprio come un’ostrica. Questo è ciò che Verga chiama “ideale dell’ostrica“. Esso viene meno nel momento in cui uno dei membri decide di staccarsi dallo scoglio ed avventurarsi in mare aperto sicché il suo destino appare segnato: verrà travolto dalla fiumana degli eventi conducendolo all’esilio eterno dal nucleo familiare. Il valore della famiglia perde importanza a contatto con l’altro motore degli scritti verghiani: il primato della ragione economica. Ciò che allontana l’ostrica della scoglio inquinando il concetto di famiglia è l’egoistico interesse economico. L’accaparramento della roba diviene un idolo ed ogni personaggio è cinicamente ammaliato dal soddisfacimento del tornaconto personale. Nemmeno la famiglia può opporsi a ciò tanto da essere destinata a soccombere sotto i ripetuti colpi del fato.
Perché scegliere Gesualdo Motta?
Voglio, ora, assumere come punto di vista il secondo (ed ultimo) romanzo appartenente al ciclo dei Vinti: il “Mastro-don Gesualdo“. Questo testo viene pubblicato nel 1889 per l’editore milanese Treves e presenta l’ascesa economica e sociale compiuta dal muratore Gesualdo Motta, un uomo fatto da sé proprio di un fiuto per gli affari invidiabile che gli permette di entrare in possesso di una straordinaria fortuna economica. La sua nuova ed immensa ricchezza gli permette di sposare la nobildonna Bianca Trao – discendente di una casata nobiliare decaduta – sebbene sia senza dote e incinta di un altro uomo. Questo matrimonio favorirà il tanto atteso salto di status sociale anche se, una volta entrato in contatto con le famiglie aristocratiche, si renderà presto conto di quanto le due mentalità (quella borghese e quella nobile) siano diverse e, dunque, inconciliabili. Nonostante i copiosi guadagni la figura del mastro divenuto don attrae verso sé non gioie e lodi, bensì ingratitudine, invidia e vendette da parte della sua stessa famiglia. La smaniosa ricerca della roba finirà per trasformarsi in un “boccone amaro” tanto forte da condurlo ad una morte solitaria, abbandonato nell’ala del palazzo del genero e lontano da quegli affetti che, per un’ultima volta, gli hanno voltato le spalle. Il fatto che Gesualdo abbia indirizzato la sua vita al solo interesse economico lo ha portato alla totale privazione di affetti: ciò dimostra l’incompatibilità tra il piano dell’avere ed il piano dell’essere.
Il concetto di famiglia nei Peaky Blinders
Il 12 settembre 2013 la BBC distribuisce al grande pubblico la prima stagione della serie tv “Peaky Blinders“, creata da Steven Knight. Per quanto il programma, giunto al quinto capitolo, sia ancora in corso ci fornisce ugualmente degli elementi validi per una corretta analisi. La storia è ambientata nella cittadina di Small Heath, a Birmingham, e riguarda le vicende che coinvolgono la famiglia Shelby. Oltre ad operare nel campo delle scommesse (sono tutti allibratori con la licenza, come amano ricordare) sono membri della gang criminale dei Peaky Blinders. Sia la famiglia che la banda è capeggiata da Thomas Shelby. Nonostante Thomas non sia il maggiore dei fratelli (ad esserlo, in realtà, è Arthur, un uomo dal polso debole e dal carattere troppo poco fermo) è il capofamiglia e, in questo modo, è lui a prendere le decisioni più importanti. Organizza le riunioni, pone i veti quando necessari e, spesso, agisce privo del consenso degli altri membri. Grazie al suo incredibile fiuto per l’affare migliore riesce a portare gli Shelby ad una condizione sociale impensabile per dei discendenti di zingari. Da semplice allibratori e protettori di un miserabile paese fuori Birmingham raggiungono le stanze del Parlamento inglese, lavorando al fianco di Winston Churchill. Thomas è un essere umano che gioca a fare il Dio e benché le sue scelte risultino sempre le più corrette – per lui e per i membri della gang/famiglia – chi gli sta intorno agisce spesso contro il suo volere, disobbedendo agli ordini impartiti. Sono mossi dalla poca fiducia e dall’invidia, temono che le sue strategie non siano così efficaci e, di fatto, tradiscono i patti presi. Il vero insuccesso di Thomas non risiede nella diffidenza mostrata dai suoi più stretti parenti, bensì, proprio come nel “Mastro-don Gesualdo“, nell’impossibilità di sviluppare un adeguato contesto affettivo: a causa della sua attività di gangster, l’unica donna mai amata dal protagonista viene assassinata.
Le due storie non sono lontane nel tempo e rispecchiano la bramosia di due uomini capaci e intransigenti, la loro ricerca del benessere non è da intendersi come egoistica dato che in ogni loro azione vi è un secondo pensiero rivolto ad una famiglia ingrata ed opportunista.