Il Superuovo

Kierkegaard e il buco: si può preservare l’etica quando si deve lottare per sopravvivere?

Kierkegaard e il buco: si può preservare l’etica quando si deve lottare per sopravvivere?

Nel mondo reale e nel mondo spirituale l’uomo ha la possibilità di scegliere per perseguire il proprio sé ideale, diventando uomo etico. Potrebbe mai riuscire a farlo in una dimensione dal calibro del “buco”?

Foto presa dalla recensione del film “Il Buco” di V. Addesso, 24/03/2020.

Spesso la dialettica filosofica offre degli spunti riflessivi eccezionali, specie in ambito etico. Marco Aurelio, Aristotele, Kant e molti altri alludono a comportamenti da assumere al fine di cercare di perseguire una vita felice sia moralmente che intellettualmente. Massime, imperativi, critiche e principi arricchiscono il lettore e costituiscono opere brillanti. Quelle etiche risultano essere generalmente argomentazioni complete, armoniose e realizzabili… Fino a quando non si scontrano con l’istinto di sopravvivenza. Un uomo realmente etico si incontra quando ha fame? Non è detto, ma è certo che: “El hambre desata la locura“.

Un aut-aut kierkegaardiano si rende necessario per sopravvivere?

Il buco” è un film spagnolo uscito recentemente su Netflix che tratta di una prigione verticale la quale ha un foro al centro in cui scende una piattaforma. Nei primi livelli essa è piena di cibo, ma immaginiamo quanto cibo possa rimanere appena sfiorato il cinquantesimo o il centesimo livello. I detenuti sono affamati, ma il cibo non arriva. Eticamente, se si dovesse scrivere una trattazione su questa prigione, si affermerebbero tutti quei principi saldi al nostro credo comunitario quali “siamo tutti uguali”, “se tutti mangiassero adeguatamente, ci sarebbe cibo per tutti” e ancora “se tutti collaborassimo, il mondo sarebbe un luogo migliore.” Purtroppo, quando la sopravvivenza cozza con il comportamento etico, vince quasi sempre la prima. Alcuni, nel buco, tentano una sorta di solidarietà spontanea preparando le razioni sufficienti “para los de abajo“, ma i tentativi sono sempre (o quasi) fallimentari. La logica nel buco è inevitabilmente un aut-aut: “comer o ser comido“. Come Kierkegaard costringe il lettore a prendere una decisione, allo stesso modo ai detenuti è imposta una scelta.

Dov’è l’etica quando si scende al livello n°200?

Quando si scende così in basso non c’è nulla che possa tenere. La solitudine sopprime l’animo, lo inquieta, lo rende cupo. La sopravvivenza sembra la Terra Promessa che si vede solo in lontananza e il compagno di cella lo si vede come potenziale cibo. La dottrina di Kierkegaard prevede vari livelli, come i livelli di questa prigione, e il più alto è quello della fede (paradossalmente la fede si percepisce al livello n°333). Forse solo di fede si può parlare quando ogni speranza sembra svanire nel nulla, quando per giorni interi sopra la piattaforma si possono osservare solo vetri rotti e posate. Nell’opera “Timore e Tremore” Kierkegaard individua la fede nel paradosso di Abramo: voler sacrificare Isacco credendo, in virtù della fede (dell’assurdo), nella sua restituzione. Forse i protagonisti che decidono di uscire da quell’inferno non hanno fede, ma hanno vissuto in ogni livello toccando il fondo. Vogliono quindi lanciare un messaggio all’amministrazione che spedisce il cibo: scendere fino all’ultimo livello dividendo il cibo per i più affamati e conservando un piccolo, ma squisito, dessert di panna cotta. Credono nella restituzione del finito, rassegnandosi a sacrificare ciò che a loro è più caro: il cibo, il loro temporaneo Isacco.

Lanciare un messaggio

Ho scelto di omettere un particolare del film per citarlo in questo momento. Durante la prigionia una donna cercava il figlio e i protagonisti lo ritrovano nell’ultimo livello. Hanno permesso che si mangiasse lui la panna cotta e hanno compreso che il messaggio da lanciare risiedesse nell’arrivo al livello 0 da parte del bimbo. Lascio al lettore le proprie considerazioni, così come il film le lascia all’osservatore. Tuttavia, una conclusione sembra esserci e Kierkegaard ci ha visto lungo: la fede è superiore all’etica perché tenta l’uomo ponendolo in situazioni paradossali. La salvezza nel buco è data dai comportamenti etici, ma oltre il cinquantesimo livello solo l’aver fede in virtù dell’assurdo può donare all’uomo un briciolo di speranza in una salvezza che sembra impossibile: un  ritorno alla realtà di tutti i giorni, quella reale quotidianità che diamo troppo per scontato.

 

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: