Il Superuovo

Kant e Willie Peyote ci spiegano cos’è la minorità della ragione e come poterne uscire

Kant e Willie Peyote ci spiegano cos’è la minorità della ragione e come poterne uscire

Una riflessione sull’importanza di emanciparsi dai propri tutori a livello intellettuale, per imparare a pensare con consapevolezza e senso critico. 

Willie Peyote
fonte: flickr.com

Willie Peyote è un rapper torinese che negli ultimi cinque anni ha riscosso grande successo nel panorama indie-rap italiano. Nei suoi album riesce a trattare una vasta gamma di tematiche, che vanno dell’immediata attualità a riflessioni di più ampio respiro sull’uomo e sulla società. Il tutto accompagnato sempre da quel suo caratteristico taglio cinico e nichilista, che gli permette di ironizzare con sagacia sulle contraddizioni in seno alla politica, alla vita civile o a dei tipici atteggiamenti degli esseri umani. In questo articolo cercherò di sviluppare un parallelo tra il brano “Mostro” del suo ultimo album e il celebre “Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo” di Immanuel Kant, un testo che anche a distanza di secoli non smette di essere urgentemente attuale.

Iodegradabile e Mostro

Nell’ottobre del 2019 esce l’album Iodegradabile, a distanza di due anni dal precedente. Come anticipa la Intro,

il tema portante della puntata di oggi è il tempo e il rapporto dell’uomo con esso, cercando di rispondere alla domanda: se sapessimo quanto tempo ci resta sapremmo davvero usarlo meglio? A seguire la nostra rubrica di approfondimento su società e costume.

A questo proposito è molto eloquente anche il titolo, che gioca sul legame tra esseri umani e beni di consumo sia sulla base della loro somiglianza – una durata effimera – che della loro più profonda differenza – il valore intrinseco che attribuiamo loro. Oltre al “tema portante“, che viene analizzato, a seconda dei brani, nelle sue varie declinazioni (rispetto ad esempio alle relazioni amorose), nella “rubrica di approfondimento” Willie Peyote si concentra sulle problematiche socio-politiche del nostro paese. Tra i pezzi con questo taglio spicca sicuramente Mostro, che ci parla di retorica politica, dei nuovi mezzi di comunicazione, di benaltrismo e dei pregiudizi comuni che affliggono il dibattito pubblico. La soluzione ad ogni problema è sempre quella di trovare il capro espiatorio (il mostro appunto) da sbattere in prima pagina, condannare ed eliminare, che si tratti di una persona o di uno specifico gruppo sociale nella speranza che il bersaglio “sia solo e sia debole“. La grande quantità di immagini evocate e il ritmo elevato della canzone convogliano un senso di grande e frenetica confusione, che riflette bene la mole di informazioni che ci investe ogni giorno attraverso tutti i vari canali informativi. Travolto da una moltitudine di presunte verità, l’io tende spontaneamente a cercare un appiglio sicuro per orientarsi nel caos, dimenticandosi spesso di consolidare il primo naturale punto di riferimento che possiede, cioè il proprio spirito critico.

La minorità “a se stesso imputabile”

Nel 1784 sulla rivista tedesca Berlinische Monatsschrift compare un articolo di Immanuel Kant, scritto per cercare di dare una risposta alla questione diffusa su che cosa fosse il movimento illuminista. Il testo verrà poi pubblicato separatamente per la sua portata storico-letteraria e ad oggi è ritenuto essere il vero e proprio manifesto di tutti gli Illuminismi europei del Settecento. Cos’è dunque l’Illuminismo?

fonte: wikipedia

L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità a lui stesso imputabile. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza essere guidati da altro. Sapere Aude! Abbi il coraggio servirti della propria intelligenza – è dunque il motto dell’Illuminismo.

Il principale bersaglio critico di Kant è la minorità intellettuale su cui molti uomini, anche inconsapevolmente, si adagiano per “pigrizia e viltà”, cioè per colpe da imputare a loro stessi. ‘Minore’ non è l’individuo che per motivi anagrafici ancora manca di facoltà intellettive sufficienti, bensì colui che sceglie di abdicare di proposito alla propria ragione per farsi guidare da un tutore. Mettendosi sulla scia dei principali filosofi moderni a partire da Cartesio, Kant rifiuta qualsiasi concezione del sapere per cui la conoscenza spetta solo a chi vi è indirizzato ‘per natura’. La minorità non è una condizione innata che alcuni possiedono ed altri no, ma piuttosto una scelta libera e individuale, che può avere conseguenze disastrose sulla collettività. Se pensiamo alla facilità con cui oggigiorno è possibile reperire informazioni, appare evidente il rischio che deriverebbe dal non aver sviluppato un senso critico che ci renda autonomi da ogni tutore. Il dibattito pubblico verrebbe talmente inquinato da notizie false o non verificate da mettere in pericolo i principi costitutivi del nostro vivere civile e della nostra conoscenza sul mondo.

Il paradosso del tutore

Rilevare le responsabilità a cui il minore viene meno in società sarebbe riduttivo se non ci soffermassimo anche sulla figura del tutore, con il quale il primo intrattiene un rapporto di dipendenza bilaterale. Se infatti non può esistere minorità senza garanzia di una guida per la ragione è vero anche il contrario: la sopravvivenza del tutore dipende dal minore di cui decide di fare le veci. L’interesse del tutore è che il proprio assistito non esca mai dalla sua condizione intellettuale, altrimenti lui stesso non avrebbe più nessun motivo di esistere. Questa complicità minore-tutore è denunciata a più riprese a Willie Peyote nella canzone, tra immigrazione, complottismi e leoni da tastiera sui vari social:

T’hanno detto ‘Il nemico è alle porte’ / E se entra puoi pure sparare / E se muore medaglia al valore […]

Ancora ti fidi? Son tutte cazzate / Le scrivono e voi ci cascate / Crede al complotto, si beve fake news /Tutto d’un fiato uno shot di Grey Goose

Il paradosso dell’interdipendenza tra tutore e minore è che l’efficienza del loro rapporto implica necessariamente il suo disfacimento. In primo luogo, se il minore intrattenesse relazioni con altre persone (non minori) che lentamente lo destassero dalla sua ‘pigrizia’ intellettuale, finirebbe per non aver più bisogno di un tutore. Quest’ultimo dovrà allora indurre il suo assistito ad avere contatti soltanto con altri minori, fino a modificare radicalmente le sue abitudini sociali e travalicare la sua tipica sfera di influenza. Il minore potrebbe perciò opporre resistenza a questo atteggiamento esagerato e distaccarsi da lui. L’altro aspetto paradossale del loro legame è il fine pedagogico di cui il tutore dovrebbe farsi promotore. Se ci fosse davvero questo intento da parte sua allora a conclusione del percorso la minorità si diraderebbe definitivamente, lasciando il tutore privo di uno scopo. Egli dovrà allora provare a evitare questo esito portando avanti atteggiamenti dissimulatori e trasformisti che sfoceranno inevitabilmente nell’ipocrisia più misera. Il minore ravviserà la contraddizione e, ancora, finirà per distaccarsi da lui. La minorità intellettuale come rapporto biunivoco tra minore e tutore è destinata a dissolversi, a favore di un dibattito pubblico finalmente aperto alla dialettica e ad un uso critico della ragione.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: