Il Superuovo

È nostro dovere preservare la natura, o è essa un semplice mezzo? Kant, Linneo e Mononoke

È nostro dovere preservare la natura, o è essa un semplice mezzo? Kant, Linneo e Mononoke

Strappata al cielo ed alla libertà; lacerata dalla voracità umana, la natura  non è ormai che diventata una schiava dell’avidità, destinata a giacere in catene ai nostri piedi…

È davvero giusto considerare la natura solo un mezzo per la nostra sopravvivenza? Ogni legame implica in sè una responsabilità! Qual’è quella insita nel perenne contatto tra natura e uomo? Scopriamolo grazie a Kant, Linneo e il film Mononoke.

La natura come armonia e mezzo

Prima di comprendere il legame tra uomo e natura, è necessario almeno interrogarsi sulle peculiarità della natura stessa. Essa, nella filosofia Kantiana possiede numerose valenze, etiche, estetiche e metafisiche. Tuttavia, se la si osserva nella sua totalità, diviene evidente una sua organizzazione prestabilita, che mette in relazione ogni singola parte con le altre. La natura è un’armonico sistema, dove ogni singola parte racchiude un fine che si interseca con le altre. Ogni fine presente in essa, subordinato o sovraordinato agli altri, diventerà un ingranaggio essenziale per il corretto e armonico funzionamento della natura.

Se la natura contiene in sé una gerarchia di fini, qual’è il fine ultimo della natura?  Secondo Kant, non può essere che l’uomo. Grazie al suo intelletto, diviene l’unico essere in grado di pensare ,e quindi rielaborare, il concetto di fine. Così, l’uomo, essendo libero e dotato di intelletto, può creare nuove tipologie di fini, per poi perseguirli con i mezzi scelti. Diviene chiaro, che se l’uomo decide di incamminarsi verso il fine prescelto, non può che utilizzare un mezzo, e quindi, una parte della natura stessa.

Cosí, la natura non può diventare altro che il mezzo dell’uomo, il quale la userà per i propri scopi. Tuttavia, esiste un limite a questo uso? E se esiste, cosa comporterebbe superarlo?

 

Tra l’uomo e la natura, l’odio

Che forma avrebbe l’odio? Certo è qualcosa di tagliente ed aguzzo, in grado di fendere persino la pace, eppure… è anche qualcosa di malleabile e viscido, che striscia nei meandri della vita nella perenne attesa di colpire. L’odio è un cerchio, forgiato dalla collettività. Le ragioni della sua nascita sono diverse, eppure sempre spiacevoli. Nel caso di Mononoke, nasce dal superamento di un limite: quello tra uomo e natura. L’uomo, ritenendosi supremo dio di una natura servile, non esita ad utilizzarla come mezzo, distruggendo boschi e vita alla ricerca dei preziosi materiali necessari al proprio arricchimento. Il limite viene superato. La natura, da mezzo, diviene schiava; assoggettata ai desideri materiali dell’uomo.

Cosí, la natura non può che difendersi, scatenando una guerra disperata che fa  dell’odio la sua arma più scellerata. Un breve canto del cigno, prima di cedere alla civiltà.

All’ombra del bosco

Tuttavia, ai confini del mondo, l’uomo ricerca ancora la pace. In armonia con la natura, vivono ancora diversi villaggi, i quali, certo non smettono di utilizzarla, eppure, non la spersonalizzano a semplice oggetto senza vita. Il legame che ottengono con la natura sembra quasi essere simbiontico. È un dare e ricevere reciproco, che favorisce entrambe le parti. Questo lato umano sembra rispecchiare ciò che dice Linneo: il compito dell’uomo è di rivolgersi alla natura non per soggiogarla, ma per ricercare un duraturo equilibrio tra ordine e caos. Simbolo perfetto di questa filosofia è il rapporto tra Ashitaka, il protagonista, e la sua cavalcatura. Essa non è ridotta a semplice mezzo per un’azione, ma diviene parte integrante di un fervido legame. Ashitaka è legato a lei, e viceversa. Questo legame, duraturo e poetico, mostra come l’uomo possa intessere, con la sua volontà, un equilibrio tra natura e civiltà, tra ordine e caos.

Nell’utilizzo della natura esiste quindi un limite, che l’uomo non deve varcare. È quello di considerare la natura non come organismo vivente, è quindi parte interessata all’equilibrio con l’uomo, ma come semplice mezzo spersonalizzato e senza anima.

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