“Inferno” untold: 3 personaggi danteschi di cui forse non hai mai sentito parlare

Della “Divina Commedia” la cantica più conosciuta e studiata in assoluto è l’Inferno. Ma anche di quest’ultima in realtà alle scuole medie e superiori non si leggono tutti i canti. La prospettiva fornita agli studenti sul poema dantesco si riduce di molto nei programmi scolastici, per ovvi motivi di tempo, perdendo così una grande ricchezza di contenuti.

Illustrazione di Gabriele Dell’Otto del primo canto nell’edizione “Inferno”, commentata da Franco Nembrini, di Mondadori

Tutti conosciamo Virgilio, Caronte, Minosse, Paolo e Francesca, Farinata, Pier delle Vigne, Brunetto Latini, Ulisse, il conte Ugolino, Lucifero… Ma questi sono solo alcuni dei tantissimi personaggi e demoni che compaiono nei trentaquattro canti dell’Inferno. Oltre a quello che viene studiato in classe c’è un mondo più vasto, brulicante di vita e potenza espressiva. Ecco una lista di 3 personaggi fra i numerosi, non ‘mainstream’, di cui non si parla mai se non nell’ambito di studi più approfonditi.

Illustrazione di Gabriele Dell’Otto del quattordicesimo canto nell’edizione “Inferno” di Dante Alighieri, commentata da Franco Nembrini, di Mondadori

Capaneo

Chi è quel grande che non par che curi

lo ‘ncendio e giace dispettoso e torto,

sì che la pioggia non par che ‘l maturi?

Così Dante presenta il dannato Capaneo nel canto XIV. Siamo nel settimo cerchio, quello dei violenti, e precisamente nel terzo girone, in cui sono puniti i violenti contro Dio. Il paesaggio consiste in una distesa sabbiosa su cui piove fuoco e i peccatori violenti in base al loro tipo di colpa tengono posizioni differenti. Capaneo, essendo un bestemmiatore, è costretto a rimanere disteso e dunque più esposto alla tempesta rovente senza possibilità di tregua o difesa. Non si tratta di un personaggio storicamente esistito, quanto di una figura tratta dal mito, si trova infatti nella “Tebaide” di Stazio. Era uno dei sette re che assediarono Tebe e proprio da Stazio viene già definito come empio bestemmiatore, che aveva osato sfidare Giove nella scalata delle mura della città venendo colpito per punizione da una folgore dello stesso dio. Nella descrizione dantesca il dannato si staglia in modo maestoso ed imponente, con atteggiamento sprezzante e incurante nei confronti del supplizio a cui è sottoposto. Continua, anche dopo la morte, ad essere colmo di rabbiosa e impotente superbia, persevera nella sua inconcludente ribellione verso Dio e nel non voler ammettere la propria sconfitta. Capaneo con arrogante strafottenza afferma che se anche Giove facesse lavorare affannosamente Vulcano e tutti gli altri fabbri dell’Etna, i Ciclopi, per la produzione di folgori e lo colpisse con quelle, nemmeno allora otterrebbe di piegarlo. È quindi un exemplum pagano dell’umana superbia, che tuttavia si rivela in tutta la sua pateticità, in un furor quasi bestiale che si dichiara vincitore quando è in realtà vinto. Insieme a Farinata, è una delle più grandi, orgogliose e potentemente descritte figure infernali.

Illustrazione di Gabriele Dell’Otto del diciassettesimo canto nell’edizione “Inferno” di Dante Alighieri, commentata da Franco Nembrini, di Mondadori

Gerione

Ecco la fiera con la coda aguzza,

che passa i monti e rompe i muri e l’armi!

Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!

Con queste parole Virgilio al principio del XVII canto introduce Gerione, la bestia infernale che deve trasportare Dante e la sua guida dal settimo all’ottavo cerchio attraversando un enorme baratro. L’ispirazione per questa creatura deriva da un mostro della mitologia, già presente nell’Averno di Virgilio, ma soprattutto dalla Bibbia. Secondo il mito classico era un re mostruoso di un’isola iberica affrontato da Ercole e secondo una leggenda riportata dal Boccaccio accoglieva gli ospiti per poi derubarli nel sonno. È infatti “sozza imagine di froda“, cioè rappresenta l’inganno malizioso, freddo e calcolato, che implica l’uso malvagio e perverso della ragione, suprema facoltà umana, caratteristica dei peccati puniti nell’ottavo e nono cerchio, diversamente dai precedenti che erano dovuti all’impeto delle passioni. Per quanto riguarda l’aspetto di questo demone è evidente il rimando al serpente della Genesi, al drago e alle locuste dell’Apocalisse e al Leviatano, mostro marino, del libro di Giobbe. Ha la faccia “d’uom giusto“, quindi benevola, ma il busto di serpente, le zampe leonine e la coda biforcuta di scorpione. La frode dunque dietro l’apparenza benigna cela i raggiri simboleggiati dai “nodi” e dalle “rotelle” arabescate sul fusto serpentino e infine la coda letale e velenosa che non emerge dal baratro ma rimane pronta all’agguato. L’orrore più grande della malizia è proprio quello di mascherare intenti malevoli con la bontà. Gerione tuttavia a differenza di altri guardiani infernali non parla, sembra una macchina inerte che presta le spalle ai viaggiatori affinché possano essere accompagnati in volo alla meta sottostante. Il volo nel vuoto del mostro è descritto attraverso metafore nautiche di un realismo straordinario in quanto Dante non poteva assolutamente aver sperimentato l’esperienza del volare. Portato a termine il suo compito questa fiera si dilegua velocissima come la freccia appena scoccata dall’arco lasciando soli i due poeti all’ingesso di Malebolge.

Illustrazione di Gabriele Dell’Otto del ventottesimo canto nell’edizione “Inferno” di Dante Alighieri, commentata da Franco Nembrini, di Mondadori

Bertran de Born

Nel canto XXVIII Dante e Virgilio si trovano nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, nella quale vengono puniti i seminatori di discordie, ovvero coloro che hanno spezzato l’unità delle comunità umane, a livello religioso, politico o familiare. Qui i dannati come in vita hanno provocato divisione fra le persone, così qui sono lacerati, infatti sono costretti a correre in cerchio e passare sotto la spada di un diavolo che li mutila. Correndo le ferite si rimarginano cosicché ogni volta che ritornano al punto di partenza ormai integri sono di nuovo cruentemente dilaniati. Dopo gli incontri con Maometto, Pier da Medicina, Curione e Mosca dei Lamberti, fa la sua macabra e spettacolare comparsa Bertran de Born così intensamente introdotto:

E ‘l capo tronco tenea per le chiome,

pesol con mano a guisa di lanterna:

e quel mirava a noi e dicea: <<Oh me!>>.

Di sé facea a sé stesso lucerna,

ed eran due in uno e uno in due

Questo dannato ha il capo mozzato e avanza reggendolo per i capelli e protendendolo in avanti come se fosse una lanterna con cui illuminare la strada, gesto descritto con un realismo estremamente drammatico. Si presenta da solo, identificandosi come il trovatore provenzale della seconda metà del XII secolo, lodato dallo stesso Dante nel “Convivio” per la sua liberalità. Era un cantore principalmente di battaglie, di armi e di politica e proprio dalle immagini di corpi straziati delle sue canzoni l’autore della “Divina Commedia” trae ispirazione per la rappresentazione di questa bolgia. È qui punito per aver incitato il figlio del re d’Inghilterra Enrico II a ribellarsi al padre e ne ha l’amara consapevolezza che gli conferisce un’aura di nobile dignità impregnando la parte finale del canto di pietà. Nelle parole finali di quest’anima per la prima volta viene nominato esplicitamente il principio del contrappasso (corrispondenza fra colpa e castigo) sottinteso anche in molte altre pene:

Perch’ io parti’ così giunte persone,

partito porto il mio cerebro, lasso!,

dal suo principio ch’è in questo troncone.

così s’osserva in me lo contrapasso.

 

 

 

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