In “The Lighthouse” e nella ballata di Coleridge uccidere l’Albatros non è una buona idea

Robert Eggers dà vita ad una pellicola zeppa di riferimenti letterari ed artistici, strizzando l’occhio alle atmosfere romantiche di Samuel Taylor Coleridge e rileggendo il mito di Prometeo.

L’opera con protagonisti Robert Pattinson e Willem Dafoe è un ricettacolo di elementi artistici, di leggende marinaresche, miti greci e superstizioni religiose, rimaneggiati e riadattati in un film che sembra un’autentica illustrazione di Gustave Doré in movimento. La maledizione che colpisce l’instabile duo del film, il novellino Thomas Howard e il burbero Thomas Wake coincide con la funeste vicende degli sciagurati marinai de La ballata del vecchio marinaio (The Rime of the Ancient Mariner) di Samuel Taylor Coleridge (1772-1834).

Robert Eggers si ispira a The Rime of the Ancient Mariner e alla poetica di Coleridge

È un film coleridgiano in tutte le sue sfaccettature quello del regista di The Witch (2015). E non è solo la nefasta uccisione dell’albatros, del sacro uccello marino, ad accomunare la ballata dello scrittore inglese con la pellicola di Robert Eggers. È l’atmosfera onirica intrisa di visioni raccapriccianti e di apparizioni terrifiche, la sottile e romantica inquietudine suscitata dalle due opere a renderle così simili. Nella mente del regista sembra essere ben presente la materia soprannaturale del romanticismo inglese di Coleridge, e non deve essere un caso l’uso di un’analoga impostazione dialogica e di un linguaggio evocativo e ricercato per i suoi personaggi. L’intera impalcatura narrativa e simbolica sembra reggersi sui principi espressivi della corrente romantica. Il film di Eggers trasuda Romanticismo da tutti i pori: dalle inquadrature iniziali che sembrano uscire direttamente dalla mente di Caspar David Friedrich (maggior esponente dell’arte romantica tedesca), con personaggi che si fanno minuti di fronte ad una natura spietata, alla scelta di un bianco e nero sporco che riporta alla mente le illustrazioni del pittore francese Gustave Doré (1832-1883), autore proprio di una serie di incisioni dedicate all’opera di Coleridge (oltre che alle più note illustrazioni della Divina Commedia).

The Lighthouse è una vera opera romantica

Non solo Coleridge dunque, ma l’intera gamma di elementi che contraddistinguono il Romanticismo letterario e pittorico. C’è il problematico rapporto dell’uomo con la natura, c’è lo streben e c’è la sehnsucht, il costante anelito all’oltre, all’infinito, e il suo stesso rinnegamento, lo struggimento provocato dalla sua irraggiungibilità. C’è tutto nel calderone di Robert Eggers, il piatto romantico è pronto. E ce lo serve, Eggers, con qualche spezia in più, con l’effettivo superamento della sehnsucht, con la folle cura per lo streben, con la concretizzazione di quell’ansia dell’infinito. Ma non c’è via di scampo per Thomas Howard, non c’è alcun infinito raggiungibile in quel finito ormai sorpassato: solo altro finito, altro struggimento, Titanismo e, dunque, ritorno al romanticismo. Il titanismo è l’atteggiamento peculiare della spiritualità romantica, dell’uomo che non può fare a meno di sfidare forze a lui superiori verso un’ineluttabile e prevedibile sconfitta, ed è il sentimento incontrollato che pervade Thomas Howard, attratto da quel faro tetro di cui il compagno più vecchio reclama l’accesso esclusivo. The light belongs to me, la luce mi appartiene, continua a ripetere il vecchio lupo di mare (che corrisponde decisamente alla descrizione che Coleridge fa del suo spettrale marinaio), quasi instillando in Howard il desiderio incessante di sottrargli quella luce, di conoscerne il segreto e di farlo suo. Titanismo, si, anzi, Prometeismo, altro termine per indicare lo stesso sentimento romantico che pare calzare a pennello visto che il riferimento al titano della mitologia greca è ovvio.

Thomas Howard è un Prometeo romantico senza qualità titaniche

Thomas Howard è un odierno Prometeo che si spinge oltre, ma per se stesso. È un Prometeo romantico che non ha nessuna intenzione di condividere l’oggetto per cui si strugge, un uomo, non un titano, la cui azione non racchiude nessun intento altruista. Ma l’atroce punizione divina è la stessa: Thomas, quasi consumato dalla luce del faro, sopraffatto ma soddisfatto per aver aperto una sua personale finestra verso l’apparente infinito a cui anelava, finisce per diventare inerme pasto per quegli albatros che aveva disprezzato, che si cibano dei suoi organi proprio come l’aquila inviata da Zeus, che senza sosta si nutre del fegato dell’incatenato Prometeo. È un dissennato Prometeo frutto di una concezione romantica quello del cineasta statunitense, spinto da una condizione di follia provocata dalla suo personale sehnsucht (per i romantici poteva persino assumere tratti psicopatologici), mai capace di vincere il divino, di resistere o di contemplare il sublime. È questa la fondamentale differenza tra il personaggio tutto irrazionale di The Lighthouse e il sensato titano del mito greco. Thomas è un eterno sconfitto, personaggio in eterna competizione con la natura (che è espressione del divino in terra per i romantici), alla quale non può che sottostare nonostante i suoi violenti e profani tentativi (l’uccisione dell’albatros e la salita al faro). È la natura sublime del mare in burrasca, della grandiosa tempesta che lo travolge, che lo inquieta ma lo attrae, che lo attrae ma lo rigetta. È la natura indifferente ma implacabile, fredda ma vendicativa.

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