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In hac lacrimarum valle: tre strategie per affrontare il dolore ed essere felici

In hac lacrimarum valle: tre strategie per affrontare il dolore ed essere felici

La pandemia e il lockdown hanno messo a dura prova la serenità di molte persone. Scopriamo insieme come i grandi filosofi hanno affrontato il problema del dolore e sono riusciti a diventare davvero felici

Il problema del male, del dolore e della sofferenza costituisce uno dei nodi più problematici per la riflessione filosofica e teologica. Non a caso, e in prospettiva humeana, è proprio questo sentimento che vanifica tante consolazioni teoretiche. Uno skàndalon (“ostacolo”, “pietra d’inciampo”) contro cui sembrano sfracellarsi le consolazioni dell’ingenuo Teodoro leibniziano, per il quale il nostro è “le meilleur de tous les mondes possibles.” Scopriamo come diverse correnti filosofiche e teologiche hanno affrontato il tema del male, per riuscire a comprendere come superare il dolore e la sofferenza, ed essere finalmente felici.

La prospettiva pagana: il dolore come condizione originaria dell’uomo

La prospettiva pagana è connotata da un certo pessimismo: il dolore è la cifra essenziale, la quintessenza dell’uomo, e questo sin dalla nascita. Scrive Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (VII, 2) che l’uomo

Nudo sulla nuda terra, si abbandona subito ai vagiti e al pianto e nessun animale sarà incline alle lacrime più di lui, e questo sin dall’inizio della vita [et has protinus vitae principio].

Vi è come un unico, straziante grido di dolore che attraversa le pagine più alte della poesia antica. Dai toni drammatici dell’Encomio a Scopas di Simonide di Ceo, al lamento eschileo dei Persiani (v. 635), passando per il Dialogo di un suicida con la sua anima (papiro 3024), composto nell’Egitto faraonico 2000 anni prima di Cristo.

Nel mondo greco un “fermo–immagine” della condizione disperata e disperante dell’uomo, dell’insensatezza della vita e dell’esistenza ci viene restituito dal saggio Sileno, le cui parole, attribuibili a Teognide di Megara, sono state poi riprese da Sofocle, Aristotele e, più tardi, da Nietzsche, che così le espone nella Nascita della tragedia (1871):

Stirpe miserabile ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto.

Il divertissement pascaliano e l’ebrezza del vivere

Dinanzi all’insensatezza del vivere, alla vita come un barlume di essere nell’oceano del nulla, l’uomo si ritrova sofferente, angosciato e spaesato. Per far fronte a questo nichilistico “ospite inquietante” (Heidegger) una prima e diffusa “soluzione” consiste nel non pensarci, nel distrarsi forzatamente, anestetizzando il dolore con il divertissement pascaliano.

Abbandonandosi “al lavoro, all’amore e al giuoco” (Thagard) si prova a scacciare il dolore. Ma, a ben guardare, si tratta di un rimedio provvisorio, di una contraddizione differita. Poco importa che i mezzi anestetizzanti siano più materiali (alcol, droga) o più raffinati e spirituali (meditazione). Non si può scappare dalla realtà. Prima o poi il dolore ricomincerà a bussare alla porta.

Agostino e il buddismo: il dolore come illusione

Un’altra possibile soluzione consiste nel negare l’esistenza del male e dolore. Poco importa che questa operazione di rimozione sia fatta in termini mistici (il moha buddista) o in termini molto più profondi e filosofici: il malum come privatio boni di sant’Agostino. Per quest’ultimo, il male è privo di reale consistenza ontologica. Come l’ombra non è che l’assenza di luce, così il male non ha un proprio statuto ontologico, ma è soltanto assenza di bene, materia che corrisponde al limite dell’emanazione dell’Uno, direbbe Plotino. Questa soluzione, per quanto filosoficamente appropriata e teologicamente consolante, resta “valida” solo sul piano teorico. Perché, come osserva il libertino francese Pierre Bayle nel Dictionnaire historique et critique (1697) non c’è niente di più inopportuno che accostarsi a un sofferente per suggerirgli all’orecchio che il male non esiste.

La “pietra filosofale” che trasforma il dolore in gioia e salvezza

Una soluzione davvero efficace è contenuta nella cosiddetta teodicea morale cristiana. L’idea, cioè, che l’uomo, in quanto peccatore, e questo sin dalla nascita, a causa della colpa d’origine, debba riparare attraverso la sofferenza al male compiuto. In questo caso, non si tratta di scappare dal dolore e nemmeno di negarlo, bensì di abbracciarlo in tutta la sua drammatica realtà, in quanto dotato di senso e aperto a uno sbocco luminoso e pasquale. Nella Lettera 26 agli amici della Croce san Luigi Maria Grignon de Montfort (1673–1716) definisce la concezione cristiana del dolore come la

pietra filosofale che trasforma i dolori più acuti in delizie, la povertà in ricchezza, le umiliazioni più profonde in motivo di gloria.

Il dispositivo simbolico alla base di questa concezione è il differimento sacrificale: la sofferenza nel presente diventa motivo di felicità sperata nel futuro. In questo caso, nell’Aldilà paradisiaco.

Tuttavia, questa concezione del dolore, che non lo nega ma gli dà un senso, può essere declinata anche in modo “laico”, privandola dei suoi connotati originariamente religiosi. La sofferenza diventa una palestra che irrobustisce l’uomo, lo rende più forte e più combattivo, assicurandogli una vita migliore, più serena, nel futuro. Per questo il grande mistico fiammingo medievale Meister Eckhart scriveva nel suo Dell’uomo nobile che

Nulla sa di fiele più del soffrire, nulla sa più di miele dell’aver sofferto.

E la poetessa statunitense Emily Dickinson (1830–86) osservava che al dolore segue sempre “una pace di quarzo”. D’altra parte, già l’Inno a Zeus dell’Agamennone eschileo contiene la dinamica, nuovamente iscritta in un ordine religioso, del pathei mathos, dell’imparare attraverso la sofferenza. Nel V libro del De providentia Seneca sottolinea come l’uomo degno di questo nome, l’uomo forte e virile deve essere sballottato e reggere la navicella della sua esistenza come in mezzo ai flutti [fluctuetur ac navigium in turbido regat]. Fulgido esempio di questa alta concezione stoica è il senex Corycius del IV libro delle Georgiche di Virgilio che lavora alacremente un campo pietroso nec fertilis illa iuvencis. Egli riassume in sé la mistica del dolore che fa crescere, del chicco di grano che, morendo, produce gran frutto (Gv 12, 24), invitandoci a vivere un presente sofferente, nella speranza ferma e irremovibile che il dolore non è un impiccio da rimuovere, ma uno strumento che amplifica a dismisura le possibilità morali, intellettuali e spirituali di ogni essere umano, traendolo fuori dalla bambagia infantile dell’età dell’oro, come nota lo stoico Crisippo di Soli.

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