Il Superuovo

La moralità del suicidio nel Fedone si ritrova nel tema attuale dell’eutanasia

La moralità del suicidio nel Fedone si ritrova nel tema attuale dell’eutanasia

L’eutanasia è uno dei più grandi temi dell’attualità ma in realtà affonda le sue radici nella Grecia antica di Platone dove egli ne parla nel suo celebre dialogo: il Fedone.

La moralità del suicidio viene a lungo discussa nella storia della filosofia. La delicatezza del tema fa si che i paesi si dividano nelle opinioni e che non vi sia una visione comune e condivisa. Il non affrontare la tematica a livello legislativo crea confusione e va a discapito dei malati.

 

L’eutanasia nella storia

L’eutanasia è sicuramente oggi uno dei maggiori temi del dibattito pubblico e allo stesso tempo una questione ben più antica di quanto si pensi. Molto discussa anche in ambito filosofico la parola eutanasia deriva dal greco e significa letteralmente buona morte e sta ad indicare quella pratica che consiste nel porre fine alla vita senza dolore fisico. Esistono diverse tipologie di eutanasia ma in questo articolo ci fermeremo a parlare dell’eutanasia volontaria ovvero quando segue la richiesta esplicita del soggetto, essendo in grado di intendere e di volere. Partendo dai filosofi antichi che la ammettevano come procedure etica arriviamo all’avvento del cristianesimo dove invece la pratica viene vista come un gravissimo peccato contro il dono più grande di Dio e giudicata da San Tommaso come atto spregevole. Si giunge così all’epoca moderna dove Bacone, fondatore del termine eutanasia, rinnova la concezione religiosa parlando di scienza e fede come alleate e di conseguenza del dovere della scienza di portare sollievo ai pazienti sofferenti. Fino a quel momento si era parlato di eutanasia in chiave etica mentre Bacone afferma che la scienza deve essere caritatevole e non astratta e puramente speculativa. A livello legislativo odierno invece si suddividono paesi con un modello di ordinamento aperto dove il “diritto a morire” è subordinato all’espressa volontà del paziente e modelli a ordinamento chiuso(Italia) dove invece il paziente possiede solamente il diritto a sottrarsi alle cure.

 

Il Fedone e la morte di Socrate

Il Fedone è uno dei testi filosofici più influenti di tutta la cultura occidentale, esso racconta l’evento epocale della morte di Socrate. Il tema centrale del dialogo è la dimostrazione dell’immortalità dell’anima. La scena di apertura del dialogo si svolge a Filunte, qui si trova Fedone, un discepolo di Socrate che ha assistito alla morte del maestro e che su richiesta di Echecrate decide di narrare quanto successo. Nella visione religiosa dell’antichità (e in parte anche in quella attuale) gli uomini venivano visti come in custodia agli dei e quindi privi del diritto di sottrarsi a ciò che di più caro gli era stato donato. Il ragionamento di Socrate parte da alcuni presupposti: la vita terrena non può garantire la piena felicità degli individui e soprattutto dei veri filosofi, per questo deve esserci qualcosa di oltremondano che rende possibile questo conseguimento. Tutto questo parte dalla teoria principale del filosofo che troverà le dimostrazioni all’interno del libro: l’immortalità dell’anima. Secondo Socrate la gente ignora in che cosa consista davvero la morte a cui il filosofo aspira e che è effettivamente degna di lui: il filosofo è colui che desidera il sapere e il corpo costituisce un ostacolo per la conoscenza di esso facendo sì che in vita egli possa solo desiderarlo e mai possederlo. Essendo la morte la separazione dell’anima dal corpo allora o l’uomo non perviene in nessun modo a possedere il sapere oppure questo è possibile solo a chi è morto.

L’uomo è un prigioniero che non può aprire la porta della sua prigione e scappare… deve aspettare; e non è libero di gestire la sua vita finché un dio non lo chiama.
(Fedone)

 

La moralità del suicidio

Nel dialogo platonico il primo grande tema filosofico e filo conduttore è il “desiderio di morte” che Socrate sviluppa in margine alla discussione sul suicidio. Il filosofo non è solamente colui che si esercita a morire ma anche colui che desidera la morte come se fosse un bene. Suscita così una domanda spontanea in Cebete correlata con l’argomentazione di Socrate: “Se la morte è un bene, perché non è lecito darsela da soli?” Vi sono due possibili spiegazioni: (1) Se fosse vietato uccidersi perché la vita è sempre meglio della morte allora ci sarebbe da stupirsi che questo fatto sia in assoluto l’unico che non comporti eccezioni. (2) Tuttavia se ci fossero eccezioni significherebbe che esisterebbero occasioni dove sia preferibile la morte rispetto alla vita e di conseguenza sarebbe assurdo il fatto che il suicidio sia proibito in quanto, essendo in alcune eccezioni meglio del vivere, sarebbe come vietare che uno possa fare del bene a se stesso. Queste eccezioni corrispondono a sofferenza insopportabile e malattia irreversibile per i paesi in cui l’eutanasia è concessa. Secondo i sostenitori una legge servirebbe, oltre a guardare in faccia la realtà, a fare venire alla luce il problema e a distinguere caso per caso. In assenza di regole chiare che possano portare la persona a decidere invece tutto avviene clandestinamente e quindi, di fatto, i peggiori soprusi possono avvenire nell’ombra senza valutazioni effettivamente valide andando tutto al danno dei malati. Una legge, secondo i sostenitori, servirebbe proprio a distinguere quando una persona ha bisogno di aiuto a morire e quando invece una persona che chiede di morire in realtà, se aiutata in un altro modo, potrebbe scegliere di vivere.

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