Il Superuovo

L’uomo è illusione, desiderio e paura: Inception, Ariosto e Tasso descrivono il subconscio

L’uomo è illusione, desiderio e paura: Inception, Ariosto e Tasso descrivono il subconscio

Nel proprio personale labirinto ognuno è sia Teseo che il Minotauro: se la mente inganna se stessa, come fidarsi del filo di Arianna?

Il film Inception descrive un mondo popolato da onironauti capaci di manipolare il subconscio altrui. Il Castello di Atlante è un non-luogo fatto di assenze che prendono la forma dei desideri. La Selva di Saron è un bosco di paure, in cui non si può entrare senza impazzire.

Inception: non inseguite i vostri sogni, ma la vostra realtà

Nella pellicola di Nolan, Dominic (Leonardo di Caprio) è un onironauta capace di entrare nella mente delle persone per generare idee ed estrarne segreti: aiutato dall’architetto Ariadne (Elliot Page)per farlo costruisce non-luoghi in cui il malcapitato si ingarbuglia come nella tela di un ragno. Si tratta di veri e propri labirinti onirici, che si avvolgono attorno al subconscio del sognatore e inevitabilmente lo influenzano. Inception è un film sul potere delle idee, descritte da Dominic come veri e propri virus: “resistente, contagiosa, una volta che un’idea si é impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla.” Lo stesso Dominic non è però invulnerabile: questo rovistare onirico dei sogni propri e quelli altrui è un intrattenimento pericoloso, richiede un equilibrio psichico da funambulo e una lucidità mentale disumana. E Dominic è un uomo, anzi rappresenta proprio tutti gli uomini: arginato sulla riva del proprio subconscio, esiliato dagli Stati Uniti, soffre per la tragica morte di sua moglie, Mal, che incontra in ogni esplorazione in quanto ella é presente nei suoi sogni e in quelli altrui. Inception spiega come le idee possono farsi ossessive e generare uno stato di paranoia che può diventare letale, e intrappolare l’Io in una sorta di Limbo, una prigione creata dal subconscio. “Non inseguite i vostri sogni, ma la vostra realtà” commenta Nolan: “le astrazioni di cui ci si innamora sono sottogruppi dell realtà.”

Il castello di Atlante

L’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto é un poema raggomitolato su se stesso e noncurante della coerenza narrativa, che segue la storia di un personaggio e poi di un altro secondo criteri misteriosi, troncando di netto vicende per acchiapparne altre che sono già a metà. A sparagliare i destini degli eroi è la forza del desiderio: Orlando, Ruggiero, Bradamante, Angelica, ognuno di questi personaggi si affanna dietro qualcosa o qualcuno, fugge o è sfuggito, si innamora o si disinnamora in maniera apparentemente aleatoria e irrazionale. Il poema è dunque un labirinto che, a sua volta, contiene altri labirinti: al suo interno contiene infatti un trabocchetto, un vortice che inghiotte i protagonisti. Si tratta del Castello di Atlante: descritto nel XII canto, esso in ultima istanza è un’allegoria dell’intero poema. Il castello è in realtà un non-luogo,costruito dal mago Atlante: i personaggi, mossi da rapimenti e ricerche affannose, si imbattono in questo castello, in cui i loro desideri prendono finalmente forma. Chi cercava un cavallo in fuga, chi una donna, chi una spada: i cavalieri sono sedotti dalla visione dell’oggetto perduto e si precipitano all’interno, in balia dei propri capricci. Il palazzo, tuttavia, é deserto di ciò che si cerca, e popolato solo di cercatori. Atlante ha dato forma all’illusione; se la vita è sempre varia e imprevista e cangiante, l’illusione è monotona e batte e ribatte sempre sullo stesso chiodo. Come nel film di Nolan, questo castello è un’architettura onirica in cui il tempo è fermo ma nel frattempo trascorre velocemente, mentre i protagonisti fanno i conti con il proprio subconscio.

La Selva di Saron

Siamo nel XΙΙΙ canto della Gerusalemme Liberata: Tancredi ha appena ucciso Clorinda e una parte di lui è morta con lei. “In sè mal vivo e morto in lei che è morta”, l’eroe cristiano si trascina, consumato dal rimorso, verso un’altra prova: l’esercito cristiano ha bisogno di legname per costruire le macchine d’assedio, e tale necessità spinge i cavalieri verso la selva di Saron. Lungi dall’essere un semplice bosco, la selva è un luogo incantato, un tranello del mago Ismeno, e rappresenta la proiezione della zona d’ombra che si trova nell’interiorità dei guerrieri cristiani. Al suo interno, il tempo è fermo, in una circolarità senza sviluppo e senza scopo, e lo spazio è magicamente alterato e annientato nell’inganno dei fantasmi che lo abitano: coloro che si avventurano all’interno della selva si espongono, nudi con le loro vulnerabilità, alle proprie paure più nere: ogni cosa al suo interno è apparenza e inganno, come un sogno diabolico: la selva incarna il topos della discesa all’Inferno, in questo caso l’Inferno privato che abita ogni uomo. Cosí, quando un albero prende la forma di Clorinda che, rivolta a Tancredi, comincia a piangere la propria sorte, il cavaliere rivive la tragedia della donna perduta, e il rimorso lo annienta, rendendolo incapace di portare a termine l’impresa. Cosí come Dominic non riesce a liberarsi della defunta Mal, Tancredi è perseguitato dal ricordo di Clorinda. In entrambi i casi, il ricordo si fa presenza, ossessione, chiodo fisso.

 

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