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Il Vangelo secondo Tolkien: la Bibbia, Platone e Hitler dietro “Il Signore degli Anelli”

“Il Signore degli Anelli” è un’opera religiosa e cattolica per ammissione del suo autore. Ma contiene anche una intrigante riflessione sul Potere che rimanda a Platone…e al totalitarismo nazista.

“La compagnia dell’Anello” di Peter Jackson (2001) (fonte: www.unimc.it).

Il Signore degli Anelli, trilogia heroic fantasy pubblicata da J.R.R. Tolkien tra il 1954 e il 1955, non è solo un’opera letteraria di evasione. Contiene un messaggio più profondo, filosofico e soprattutto religioso. Non si tratta dell’opinione di qualche interprete visionario, ma di un’esplicita dichiarazione del suo autore. D’altra parte, la presenza di innegabili spunti filosofici ci obbliga a riflettere sul nostro rapporto con la rappresentazione e la tentazione del potere.

John Ronald Reuel Tolkien, nato in Sud Africa nel 1892 e morto in UK nel 1973.

Il cattolicesimo di Tolkien

In una lettera all’amico e padre gesuita Robert Murray del 2 dicembre 1953 Tolkien dichiara: 

Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa cattolica.

In effetti, i legami di Tolkien con il cristianesimo sono parecchi. Dalla madre che, di ritorno da Bloemfontein in Sud Africa, si converte al cattolicesimo sotto la guida spirituale di J.H. Newman, passando per G.K. Chesterton, sino a C.S. Lewis, autore, oltreché delle Cronache di Narnia, anche di opere a tema religioso. E fondatore, con Tolkien, del club letterario Inklings presso il pub Eagle and Child di Oxford, ove entrambi insegnavano. Questo discreto cattolicesimo tolkeniano non si concreta però nell’ostentazione pacchiana di simboli e vessilli religiosi. Che infatti non appaiono mai esplicitamente nel romanzo. Ma si rivela sia nella riflessione meta–letteraria, inanellata da Tolkien nel saggio Tree and Leaf (1964), sia negli snodi cruciali della trama.

Il quarto Vangelo canonico, detto di san Giovanni, si apre con la celebre frase in greco, tradotta in latino da san Girolamo: “In principio erat Verbum. Et Verbum erat apud Deum. Et Deus erat Verbum” (fonte: medium.com).

La mitopoiesi: il Logos giovanneo e il Subcreatore

Partiamo dalla mitopoiesi, che è poi un termine tecnico con cui si indica la creazione di un’opera letteraria. Come nota Andrea Monda nella sua tesi di laurea in Teologia, pubblicata col titolo L’Anello e la Croce. Significato teologico de “Il Signore degli Anelli” (Rubbettino, Milano 2008, p. 33):

Prima del racconto delle storie degli elfi e degli uomini vi era stata, da parte di Tolkien, l’invenzione e la costruzione di nuovi linguaggi e alfabeti, a cui poi lo scrittore–filologo ha voluto dare vita, sviluppando storie compatibili con quegli idiomi.

Mentre la maggior parte degli scrittori cominciano col tratteggiare la spina dorsale della trama, per poi rimpolparla solo in un secondo momento con tutti quegli orpelli narrativi, quali sono, appunto, gli idiomi di fantasia, Tolkien compie il processo inverso. Prima inventa i suoi linguaggi fantastici, attingendo all’ugrofinnico, all’ittita e al greco antico. Poi, partendo da queste lingue, le cui grammatiche sono dettagliatamente esposte in Appendice, trae la storia dei rispettivi popoli. E non è forse questo il motivo evangelico In principio era la Parola” di san Giovanni (I, 1)?

Tolkien si spinge oltre, arrivando ad affermare che lo scrittore è un Subcreatore (Albero e foglia, p. 68). Questi, infatti, inventando e creando nuovi mondi, partecipa dell’attività creatrice di Dio. E accresce la propria somiglianza con il Creatore (Gen. 1, 26).

Il concetto di eucatastrofe e la vicinanza con Manzoni

Nell’epistolario, pubblicato in Italia con il titolo La realtà in trasparenza, Tolkien introduce il concetto di eucatastrofe, equivalente alla provvida sventura manzoniana. Molti elementi legano i due autori: dall’espediente dello pseudobiblion (la presentazione del romanzo come il ritrovamento di un antico manoscritto), passando per il protagonismo di “gente meccanica e di piccolo affare“, sino alla Divina Provvidenza.

L’Occhio di Sauron sulla torre oscura di Barad–dur a est del Monte Fato, nella Terra di Mordor (fonte: cinema.everyeye.it).

Due figure del male metafisico: Melkor e Sauron

Nella prima e più elegante opera del Legendarium, intitolata Il Silmarillion, viene presentata la divinità unica e personale Eru–Iluvatàr, accompagnata dagli angeli, che nella finzione letteraria prendono il nome di Ainur. Tra questi c’è Melkor, l’angelo ribelle. Tuttavia, nello Hobbit e nel Signore degli Anelli l’antagonista non è direttamente Melkor, bensì Sauron. Entrambi rappresentano uno dei due volti del male spirituale, descritto nella Bibbia. Melkor è il diavolo, che etimologicamente significa il divisore o il distruttore: egli, infatti, distrugge la melodia creatrice di Iluvatàr, inserendovi elementi di propria immaginazione. Sauron è, invece, Lucifero perché vuole essere come Dio (sicut Deus) e come tale viene infatti adulato dai suoi servi malvagi. La stessa forma spirituale di Sauron, presentato come un occhio infuocato che scruta la Terra di Mordor dalle alture di Barad–dur, ricorda l’Occhio della Divina Provvidenza, una delle rappresentazioni tradizionali di Dio. Ma l’occhio di fuoco non indica solo questo. Il fatto che l’antagonista abbia una forma spirituale, rimanda anche alla filosofia di sant’Agostino, per il quale il Male è assenza di bene (privatio boni).

Dettaglio della “Scuola di Atene” di Raffaello Sanzio (1509–11). Platone (a sinistra) tiene in mano il “Timeo” che, insieme alla “Repubblica”, è uno dei suoi capolavori (fonte: corriere.it).

L’anello di Gige e l’Unico Anello

Fin dal titolo, l’elemento più significativo della trilogia è rappresentato dall’Unico Anello, simbolo del potere. E qui ci ricolleghiamo a Platone, che nel secondo libro della Repubblica mette in scena il discorso di Glaucone. Questi, contro Socrate, intende corroborare la tesi del sofista Trasimaco, per il quale la giustizia coincide con l’utile del più forte. A sostegno della sua tesi adduce il mito dell’anello di Gige, un povero pastore orientale che trova in una grotta un anello in grado di rendere invisibile chi lo indossa. Servendosi del prodigioso oggetto, Gige s’intrufola nel palazzo reale, uccide il sovrano Candaule e s’impossessa del regno di Lidia. Glaucone identifica l’anello con il Potere, che consiste nell’agire impunemente e con la garanzia di non essere scoperti.

Sméagol e Gollum, due identità in una sola (fonte: screenrant.com).

Cinque volti del Potere

Tolkien analizza in modo approfondito cinque modi di rapportarsi al Potere, simboleggiato dall’anello e giudicato sempre in modo negativo. Il primo è quello di Gandalf e Aragorn, che incarnano un paradigma comunista. Credono che il Potere vada distrutto e sostituito con un ordine orizzontale e cosmopolita delle relazioni sociali. Il secondo è quello di Denethor Boromir, che sposano invece un indirizzo riformistico. Il Potere si corregge attraverso il suo utilizzo, cioè con le sue stesse armi. Il terzo è quello di Saruman, che ha una posizione aristocratica. Il filosofo può allearsi temporaneamente con il Potere, pur restando impermeabile alla sue lusinghe, in virtù della propria superiorità morale e intellettuale. Si tratta di una visione comune a PlatoneSeneca Heidegger. Il quarto è quello di Melkor Sauron che rappresentano il totalitarismo nazifascista. Sicuramente Tolkien, patriota britannico, nello scrivere il suo romanzo ha ben presenti gli orrori della dittatura di Hitler, che funge da ispirazione storica anche per la presa del potere di Voldemort nella saga di Harry Potter. Il quinto, infine, è quello di Gollum, vittima del consumismo che lega al possesso della merce la possibilità stessa del successo e della legittimazione sociale.

Frodo Beggins, protagonista de “Il Signore degli Anelli” (fonte: wikipedia.it).

Exaltavit humiles

In contrapposizione a queste rappresentazioni del Potere, tutte diverse ma tutte egualmente insufficienti, Tolkien propone come soluzione un itinerario privativo che consiste nel disfarsi con umiltà dell’Anello, senza lasciarsi irretire da esso. Campione di umiltà è proprio Frodo Baggins, anti–eroe che, assistito dalla Provvidenza,  riesce a trionfare sull’orgoglio e sulla violenza possessiva dei suoi avversari.

A differenza della quest pagana, incentrata su un itinerario acquisitivo, volto cioè all’acquisizione di un bene mediante il quale restaurare un’armonia iniziale, secondo i canoni del nòstos algòs omerico, la ricerca del Signore degli Anelli è capovolta. Non bisogna ottenere qualcosa, bensì disfarsene. E proprio distruggendo l’Anello Frodo trionfa sul male. E assurge ad autentico Signore degli Anelli. Infatti, signoreggia davvero su qualcosa solo colui che è in grado di privarsene. Ecco che allora la chiave di volta di tutta l’opera tolkeniana si rivela essere il Magnificat, intonato dalla Madonna a santa Elisabetta: “Dio depose i superbi dai troni, ed esaltò gli umili.”

2 thoughts on “Il Vangelo secondo Tolkien: la Bibbia, Platone e Hitler dietro “Il Signore degli Anelli”

  1. Gran bel commento ma dare del “comunista” a Gandalf ed Aragorn è una forzatura evidente. Loro sposano sin dall’inizio la posizione di Frodo e la supportano facendo ciascuno la propria parte. Per liberarsi umilmente dell’Anello ci vuole infatti una “Compagnia” perché altrimenti co sarebbe solo lo sforzo titanico e superomistico dell’individuo. Che infatti fallisce, come fallirebbe Frodo se non avesse accanto Sam e se la Provvidenza non l’assistesse nel confronto col povero Gollum nelle profondità del Monte Fato (la Provvidenza cristiana dell’umiltà caritatevole vince sul Fato pagano degli eroi)

    • La ringrazio per il commento, di cui farò certamente tesoro. L’enumerazione dei paradigmi politici, associati ai diversi personaggi, comporta per questioni di spazio evidenti semplificazioni. Il tema dell’eroe cristiano contrapposto alla soggettività egoico–bellica, solitaria e conflittuale, della “quest” pagana propria dell’epica tradizionale poteva essere maggiormente argomentato, ma anche in questo caso, per ragioni di tempo e di spazio, non è stato possibile. In effetti, Frodo, nella scena finale, nella fornace di Sammath Naur, cede alla tentazione dell’Anello, attraversando quella “notte oscura dell’animo” su cui ha scritto pagine altissime san Giovanni della Croce. Fallisce e cede al male. La visione di Tolkien è profondamente anti–manichea. E alla fine la catastrofe volge in eucatastrofe proprio per “merito” di Giuda–Gollum, “strumento della Provvidenza”, in un “trionfo della misericordia” (Irène Fernandez): Gollum, risparmiato per pietà da Frodo e Sam, si rivela decisivo per la buona riuscita del piano. Quanto al motivo comunitario e anti–individualista, esso è ben presente in Tolkien, e meriterebbe una riflessione più articolata.

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