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Il Sudafrica post Apartheid: viaggio nella terra dove la lotta razziale non conosce ancora pace

In Sudafrica, gli agricoltori bianchi sono in subbuglio in seguito all’omicidio di uno di loro. Il gruppo che sostenne il sistema dell’apartheid si sente vittima e le proteste della popolazioni di colore fanno aumentare la paura. 

 

Da Johannesburg a Pretoria, si sta diffondendo una non indifferente dose di terrore nel cuore dell’8 per cento di popolazione bianca, vessata e perseguitata da gruppi di violenti. Più di tremila assassinati in quindici anni nei modi più atroci, quasi tutti senza un colpevole. La strage dei boeri viaggia al ritmo di due delitti alla settimana con la compiacenza del governo. Che ha un obiettivo preciso: l’esproprio delle loro terre. L’ultimo omicidio, avvenuto nei giorni scorsi, ha alimentato il clima di tensione.

Le origini del conflitto tra boeri e neri

I primi europei che giunsero in Sudafrica erano olandesi, cui si aggiunsero gruppi di francesi dando origine alla popolazione dei boeri. Nel 1814 la Gran Bretagna si impossessò di questa colonia e favorì l’immigrazione dei propri cittadini. Tra boeri e inglesi ebbero luogo crescenti tensioni. Nel 1919 nacque l’Unione sudafricana che apparteneva agli inglesi. Nel 1961 il Paese diventò indipendente.
Mentre avevano luogo queste vicende politiche, la popolazione nera diventava più numerosa, i bianchi si allontanavano sempre di più dalla vita politica e sociale. Le effettive possibilità di sviluppo del Sudafrica erano frenate dalla politica di segregazione razziale (apartheid) in cui la minoranza bianca ha mantenuto la maggioranza nera. L’apartheid venne ufficialmente introdotto nel 1948, dopo la vittoria alle elezioni del Partito Nazionale. I principali ideologi dell’apartheid furono i primi ministri Daniel François Malan (in carica dal 1948 al 1954), Johannes Gerhardus Strijdom (dal 1954 al 1958) e Hendrik Frensch Verwoerd (vero e proprio “architetto dell’apartheid”), in carica dal 1958 fino al suo accoltellamento nel 1966 da parte di Dimitri Tsafendas, un semplice uomo di fatica, di origini greco-mozambicane, del parlamento sudafricano. Verwoerd definiva l’apartheid come “una politica di buon vicinato”. Nel 1956 la politica di apartheid fu estesa a tutti i cittadini di colore, compresi gli asiatici. Negli anni ’60, 3,5 milioni di neri di etnia bantu furono sfrattati con la forza dalle loro case e deportati nei “bantustan”. Furono privati di ogni diritto politico e civile, e potevano frequentare solo l’istituzione di scuole agricole e commerciali speciali. I negozi dovevano servire tutti i clienti bianchi prima dei neri. Dovevano avere speciali passaporti interni per muoversi nelle zone bianche, pena l’arresto.

Come cerca di essere oggi il Sudafrica post apartheid

Il Sud Africa oggi, chiamata nazione arcobaleno cioè abitata da persone di diversi colori, è una nazione con fortissime contraddizioni e con una fortissima disparità economica tra ricchi e poveri, tra neri e bianchi, in cui pochi hanno l’80% di tutti gli interessi economici. La maggior parte della popolazione vive con sussidi di 30$ al mese, la corruzione in tutti i campi è una delle più elevate al mondo anche se è l’unica nazione africana con centrali nucleari, un ottima industria alimentare e turistica e la più importante nazione al mondo per oro e diamanti. Certo, acqua, istruzione e sanità sono un po’ per tutti, ma nella periferia dei grossi centri urbani, i poveri neri non sono ancora riconosciuti cittadini a tutti gli effetti. C’è ancora tanta rabbia nei confronti dei bianchi, e lo dimostrano i numerosi attacchi nei confronti degli agricoltori boeri, e soprattutto, c’è un’intera generazione che è cresciuta con la convinzione che i bianchi siano migliori dei neri. Questo non è ancora il Paese tanto voluto e sperato da Nelson Mandela. 

I Boeri si sentono minacciati, ma la realtà è ben diversa

Gli Afrikaner (altro modo per definire i bianchi sudafricani) si considerano addirittura i veri indigeni, rispetto alle popolazioni nere. In realtà, all’arrivo dei primi coloni, nel XVII secolo, nella regione del Capo, erano già presenti popolazioni ottentotte, mentre popolazioni bantu erano già stanziate nelle regioni più a est, dove invece i boeri si stabilirono solo due secoli dopo, con il Grande Trek. Non è un caso che la gran parte dell’emigrazione bianca (800.000 persone) sia avvenuta tra il 1995 e il 1996, subito dopo il cambio di regime, sulla base di pregiudizi più che di reali mutamenti socioeconomici. I Boeri hanno tutte le ragioni per sentirsi in pericolo o minacciati. Sì, perché il Sudafrica ha un tasso di criminalità spaventosamente impressionato, ma i bianchi ne sono colpiti in percentuale inferiore alla media. La stragrande maggioranza dei crimini avviene, infatti, tra neri poveri. Gli attacchi alle fattorie, inoltre, oltre ad essere in diminuzione rispetto agli anni precedenti, costituiscono una minima parte di questi crimini. Infatti, persino secondo l’organizzazione afrikaner Afriforum, nel 2018 ci sarebbero stati 433 attacchi e 54 morti. Inoltre, questi attacchi sarebbero quasi sempre a scopo di rapina, tant’è che ne restano vittime anche i braccianti neri. Pertanto – anche se non c’è dubbio che permangano forti tensioni razziali, come lascito avvelenato dell’apartheid, ed è comprensibile, seppur non condivisibile, che molti Afrikaner si risentano del fatto di non poter più spadroneggiare impunemente– la realtà dei fatti, nutrita da freddi dati statistici e non da aneddoti sensazionalistici, mostra come, lungi dall’essere perseguitati, i bianchi sudafricani continuino a vivere molto meglio dei loro compatrioti di diversa etnia.

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