Il successo su Instagram come stadio estetico dell’esistenza: la contemporaneità di Kierkegaard

Ambiguo il progresso apportato dagli innovativi sistemi di comunicazione. Abusarne condurrebbe alla “malattia mortale” di cui parlò Kierkegaard.

Tipica schermata delle app più utilizzate.

Quello dei social, un fenomeno che se fino a meno di un decennio fa interessava solo i più giovani, oggi rappresenta parte fondamentale della vita di uomini e donne di qualunque età. Viviamo nell’era in cui qualsiasi cosa può essere ottenuta facilmente e una delle maggiori preoccupazioni che affligge l’utente medio è il numero di like che raggiungerà tramite un post o una foto. Apparire sempre felici, appagati e benestanti sembra il mantra vigente. Anche e soprattutto quando questi termini non corrispondono alla reale situazione personale. Comportamento che pare richiamare quella da Kierkegaard definita la “malattia mortale”, riferendosi alla disperazione. Una “malattia del sè”, relativa a “l’eterno nell’uomo”. 

la verità frequente dietro scatti con sorrisi smaglianti

Analogie e soluzioni nella storia moderna

“L’estetica divora i figli del tempo e distrugge l’unico bene che l’uomo possegga: la personalità” (Aut-aut). In un’epoca apparentemente lungi dalla nostra, il filosofo danese Kierkegaard scriveva che la scienza e il mondo accademico insegnano il tracciato dell’oggettività ma imprescindibile per una vita serena, è il cammino della soggettività. Il fine, quello di essere un individuo godente di una relazione personale con l’infinito. Obiettivo raggiungibile solo tramite un percorso introspettivo, armati di molta pazienza. Pazienza: una parola il cui valore semantico pare perdere significato, nell’attuale agio del “tutto e subito”.  L’importanza del silenzio in Kierkegaard andrebbe forse richiamata, insieme al suo aver scritto uno dei testi più importanti sotto lo pseudonimo di Victor Eremita, in un’allusione costante di tornare al silenzio e all’obbedienza (una parola che significa “ascoltare” ob- audire). Il filosofo scrisse: “Lo stato attuale del mondo e l’intera vita sono malati. Se fossi un dottore e mi fosse chiesto il mio consiglio, dovrei rispondere: crea silenzio”. Il rimedio di quasi 200 anni fa era quello di creare il silenzio, essere in grado di ascoltare l’essenziale e di entrare in relazione con l’infinito. Oggi sembra ancora più urgente creare silenzio, perché non solo c’è più fragore ovunque a causa della crescita industriale e dell’imposizione economica di produrre sempre di più, ma c’è anche meno disponibilità a quell’ambita relazione con lo spirito. Doppio trapestio: il tecnologico e l’ideologico. Non solo la costante irruzione delle macchine, ma anche il rumore dell’insignificante, il frastuono dell’irrilevante e il distratto, dell’intrattenimento costante e della banalità, ciò che Kierkegaard chiamava serpente. Forse la distrazione, l’intrattenimento e la dedizione per raggiungere il successo mondano sono una passeggiata nella boscaglia, una deviazione che non ci porta mai al centro. Se non si aspira a qualcosa che vada oltre la popolarità e l’immagine, che non si fermi in superficie, la nostra vita avrà significato?

La futilità delle nostre azioni

Questa corsa sfrenata verso l’apparenza a costo di sacrificarne l’essenza, si potrebbe definire un’assurda perdita di tempo. Tempo che non è denaro bensì kairos, il momento opportuno per la scoperta. La consapevolizzazione più amara giunge al momento in cui si riconoscono anche in sè le stesse maledette caratteristiche, ma costa ammettere il proprio adattamento non alternativo. Eppure si avrebbe ogni possibilità di fare il “salto”, come lo chiama Kierkegaard. Valutare l’alternativa che sostituirebbe il cosiddetto stadio estetico: lo stadio etico. Dalla disperazione che assale quando non ci si sente adatti e canonizzati, nella perfezione venduta a basso costo sui Social, potrebbe scaturire la personale vita etica. Quella che implicherebbe il dominio della riaffermazione di sé e della fedeltà a se stessi. Se Kierkegaard vivesse la contemporaneità, rivolgendosi a noi, fruitori di questa menzogna, si pronuncerebbe esortandoci a smettere di ascoltare tutte le voci di questo mondo finito. Probabilmente ci consiglierebbe di ascoltare il silenzio in tutta la sua paura e il suo tremito, in attesa della voce veritiera. Con essa, guadagneremmo la forza ed il coraggio di “obbedire” alle esigenze intime ed individuali della visione personale del Bene. Il Logos, la luce dell’amore divino. Ma chi avrebbe orecchie per ascoltarlo?

Probabilmente solo chi ha il coraggio di spogliarsi del proprio ruolo e vedere cosa c’è sotto. Trovando la forza di rischiare se stesso. Per poi magari scoprire, senza averlo mai saputo, di essere semplicemente di più.

Carla Stincone

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