Il Silenzio: necessità o opportunità? Rispondiamo con Daniele Silvestri e Camillo Sbarbaro

Scopriamo due visioni diverse della tematica del silenzio, ascoltando A bocca chiusa di Daniele Silvestri e leggendo Pianissimo di Camillo Sbarbaro. 

Huffington Post

Per alcuni è un amico fedele, per altri un ostile nemico da evitare. Che lo si apprezzi o no, il silenzio è una componente fondamentale della vita di ognuno. Prendiamo in considerazione due punti di vista differenti, espressi da una canzone e da una raccolta di poesie.

A bocca chiusa: il silenzio come ostacolo da superare

Presentata per la prima volta al Festival di Sanremo nel 2013, A bocca chiusa racconta di una giornata di scioperi e manifestazioni, della forza di un’ondata di gente scesa in strada a protestare per “quella vecchia idea d’essere tutti uguali”. Un colpo di scena sembra turbare le proteste: l’unica arma che i protestanti hanno, la loro lingua, viene meno. Ecco che entra in scena il Silenzio. Nonostante questo, il canto non viene interrotto: da “ho solo questa lingua in bocca” si passa a “canto pure a bocca chiusa”. Nella semplicità di una canzone canticchiata a labbra serrate si configura un punto di vista chiaro sulla tematica del silenzio: esso sicuramente è visto come un ostacolo, che non si rivela tuttavia abbastanza per impedire il diffondersi delle idee.

Camillo Sbarbaro: la poetica crepuscolare del sussurro

A Camillo Sbarbaro la scuola (o, almeno, la mia esperienza di scuola) non dedica molto tempo. Forse un accenno parlando dei Crepuscolari, poi un richiamo parlando di Montale. In realtà la sua poesia rivela una sensibilità particolarmente apprezzabile per il lettore contemporaneo. Vissuto in Liguria tra il 1888 e il 1967, è stato insegnante, abile traduttore e curatore di testi, ma ha anche accettato un incarico da impiegato per un certo periodo.  Una vita che possiamo definire “normale”, come quella di tanti autori suoi contemporanei (settimana scorsa ho parlato di Svevo, anch’egli dedito per gran parte della sua vita al lavoro d’ufficio). La sua poetica si avvicina alla cosiddetta linea del crepuscolo, che raggruppa un insieme di poeti capaci, tra le altre cose, di descrivere efficacemente lo smarrimento dei primi anni del ‘900. In Sbarbaro si nota un particolare ripiegamento autobiografico, grazie al quale il poeta suscita un senso di non appartenenza tanto al mondo quanto, come vedremo, alla vita stessa. Questa idea di distacco è resa con delicatezza, quasi come se le parole fossero sussurrate. I versi di Sbarbaro si distinguono anche per la loro particolare musicalità e armonia, anche grazie ai suoi più grandi modelli: Leopardi Baudelaire.

Pianissimo: la passeggiata di un sonnambulo nel mezzo della città

La raccolta più emblematica delle poesie di Sbarbaro è forse la seconda, uscita nel 1914 con titolo Pianissimo. Silloge abbastanza breve di poesie senza titolo, racconta con delicatezza i pensieri di un Io stanco e spesso privo di sensi, che si muove all’interno della città ma non ne entra totalmente a contatto: viene richiamata più volte l’immagine del sonnambulo. La poesia che apre la raccolta, Taci, anima stanca di godere (di cui si è parlato poco fa in un altro articolo su questo blog), ci dà un’immagine chiara della visione del Silenzio come situazione necessaria di un’anima immobile, pregata e quasi costretta a tacere dalla stanchezza sia di godere che di soffrire.

Sempre assorto in me stesso e nel mio mondo

Sempre assorto in me stesso e nel mio mondo
come in sonno tra gli uomini mi muovo.
Di chi m’urta col braccio non m’accorgo,
e se ogni cosa guardo acutamente
quasi sempre non vedo ciò che guardo.
Stizza mi prende contro chi mi toglie
a me stesso. Ogni voce m’importuna.
Amo solo la voce delle cose.
M’irrita tutto ciò che è necessario
e consueto, tutto ciò che è vita,
m’irrita come il fuscello la lumaca
e com’essa in me stesso mi ritiro.

Chè la vita che basta agli altri uomini
non basterebbe a me.
E veramente
se un altro mondo non avessi, mio,
nel quale dalla vita rifugiarmi,
se oltre le miserie e le tristezze
e le necessità e le consuetudini
a me stesso non rimanessi io stesso,
oh come non esistere vorrei!
Ma un’impressione strana m’accompagna
sempre in ogni mio passo e mi conforta:
mi pare di passare come per caso
da questo mondo…

Anche in questa poesia di Sbarbaro, sempre contenuta in Pianissimo, notiamo che il Silenzio, qui inteso solo come mancanza di voce umana, assume una posizione centrale. Se prima era solo una condizione necessaria, ora si rivela una situazione desiderata, ed ogni turbamento di questo silenzio infastidisce profondamente l’Io, assorto nel mondo in cui è rifugiato.

 

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