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Taci, anima stanca di godere: la disperata rassegnazione di Camillo Sbarbaro

Analisi e storia della poesia di Camillo Sbarbaro

Camillo Sbarbaro fu un famoso poeta di primo Novecento che viene ricordato in particolare per la sua silloge poetica Pianissimo. In questo articolo analizzeremo una delle sue poesie più note: Taci, anima stanca di godere, in cui si tratta dello smarrimento dell’identità e della rassegnazione dell’anima.

silhouette of lonely man on the street

Taci, anima stanca di godere

Taci, anima stanca di godere

e di soffrire (all’uno e all’altro vai

rassegnata).

Nessuna voce tua odo se ascolto:

non di rimpianto per la miserabile

giovinezza, non d’ira o di speranza,

e neppure di tedio.

Giaci come il corpo, ammutolita, tutta piena

d’una rassegnazione disperata.

Noi non ci stupiremmo,

non è vero, mia anima, se il cuore

si fermasse, sospeso se ci fosse

il fiato…

Invece camminiamo,

Camminiamo io e te come sonnambuli.

E gli alberi son alberi, le case

sono case, le donne

che passano son donne, e tutto è quello

che è, soltanto quel che è.

La vicenda di gioia e di dolore

non ci tocca. Perduta ha la sua voce

la sirena del mondo, e il mondo è  un grande

deserto.

Nel deserto io guardo con asciutti occhi me stesso.

La poesia viene pubblicata nel 1914 in una raccolta di circa ventinove liriche. È un piccolo canzoniere di autoriflessione morale in cui il poeta entra in contatto con la sua anima. Sbarbaro, all’inizio del componimento, crea una figura incapace di provare qualcosa, rassegnata, stanca di soffrire e non più in grado di parlare. Il poeta si trova quindi solo con se stesso, davanti al mondo nel quale vaga come un sonnambulo, come uno spettatore indifferente. I versi sono liberi, con poche rime e frequenti enjambements che rendono lo stile antieloquente. Non vi è ironia, ma compare il tema dell’aridità del deserto (e della vita).

Chi fu Camillo Sbarbaro?

Camillo Sbarbaro (1888-1967) fu un grandissimo scrittore e poeta. Partecipò alla Grande Guerra come volontario nella Croce Rossa Italiana e fu un grande appassionato di botanica, soprattutto di licheni. Diventò insegnante nel 1927 ma fu costretto ad abbandonare la carriera poiché si rifiutò di tesserarsi al Fascio. Viaggiò moltissimo ed incontrò molti celebri scrittori della nostra letteratura,  con cui rimase legato per anni.

La sua poetica viene considerata come un rifacimento dello stile lirico del secolo precedente, in particolare una revisione di quello leopardiano. Ma il suo lavoro ci riporta anche alla mente i moderni e noti Baudelaire (L’adorabile primavera ha perso il suo profumo) e D’Annunzio (O Diversità, sirena/del mondo). Taci, anima stanca di godere è la prima poesia che appare in Pianissimo e quindi la raccolta inizia con questa disincantata autoconfessione del poeta in cui viene messa in luce la sua rassegnazione disperata, espressa come un’alienazione corporea. Il sonnambulo infatti vaga per il mondo, in modo silenzioso, quasi automatico, non coglie più alcuna emozione e tutto ciò che lo circonda è privo di interesse, vuoto.

La vita è considerata come un deserto, dove non si può piangere e l’uomo guarda se stesso come se fosse uno sconosciuto, un estraneo ai propri occhi. Siamo di fronte al complesso tema dello smarrimento dell’identità, espresso senza sentimenti, senza passione, come un dato di fatto, l’accettazione quindi di una realtà palpabile e reale.

Camminiamo io e te come sonnambuli

La lirica di Sbarbaro non è la prima che presenta un uomo svuotato dalle emozioni, immerso in un mondo estraneo. La particolarità dell’autore è quella di utilizzare uno stile moderno, diretto, quasi prosastico, che avvicina il lettore a quei sentimenti che il poeta percepisce. Bisogna ricordarci che prima di essere poeta, Sbarbaro era prosatore e quindi ha riportato questo suo stile all’interno della sua lirica, rendendola più scorrevole ed avvincente, rendendola un luogo dove una persona si può immedesimare e ritrovare.

La vita viene presentata come aspra, dura, difficile. Dentro la quale ci sembra di vagare come nomadi alla ricerca di qualcosa che dia luce alla nostra esistenza. Qualcosa che le dia significato. Ma lo scrittore ancora non riesce a trovarlo. Quindi procede, cammina instancabile con la sua anima.

Il cuore gli si potrebbe fermare, la casa vicino a lui potrebbe esplodere e la rabbia e l’odio sorprenderlo. Ma a lui non importerebbe. La vita continua a sembrargli vuota, grigia, priva di importanza, come una sorta di limbo perenne tra pace ed oscurità.

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