”Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, da Pavese a Bowlby spieghiamo il suicidio per amore

”Verrà la morte e avrà i tuoi occhi ” scrisse Cesare Pavese nel lontano 1950, prima di morire suicida il 27 agosto di quell’anno. Si può morire per amore? 

Cesare Pavese

”Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” è il titolo della celebre poesia di Cesare Pavese.
Il quale, il 27 agosto del 1950, morì suicida in un hotel a Torino a seguito di un overdose di sonniferi, per la fine della relazione con l’attrice americana Constance Dowling.
La fine di un amore può davvero portare ad un gesto così estremo?

Luigi Tenco, anch’egli suicida per amore

Eros e Thanatos

Cesare Pavese, piemontese d’origine, appassionato di letteratura inglese, fu un intellettuale antifascista negli anni della seconda guerra mondiale, venne infatti arrestato e spedito in confino.
Nel dopoguerra aderì al Partito Comunista Italiano ed iniziò a lavorare per il giornale l’Unità. Furono gli anni della sua massima produzione letteraria.
Il suo talento fu riconosciuto nel 1950 con il Premio Strega per l’opera ” La bella estate”. Oramai però, Pavese viveva in uno stato di solitudine e depressione causata dalla delusione politica e la fine della relazione con l’attrice americana  Constance Dowling a cui sono dedicate le ultime opere e poesie, tra cui la famosissima ”Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.
Egli si suicidò con un overdose di sonniferi nella sua stanza d’hotel a Torino, il 27 agosto del 1950, lasciando un biglietto con scritto: ”’Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.

Un finale da sembrare teatrale stile Shakespeariano. Più volte Pavese aveva parlato di come si sentisse incapace ad imparare il mestiere della vita, le sue opere affrontano spesso la tematica della solitudine e depressione.
Le ricostruzioni sulla dinamica del suicidio vertono a confermare il gesto come follia per amore. Oltre al biglietto di addio che termina con: ”Non fate troppi pettegolezzi”, è proprio la sua ultima poesia a preannunciare questo tragico epilogo: eccone un estratto. 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.

Cosí li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Molto famosa è la recitazione di questa poesia da parte di Vittorio Gassman, capace di accentuarne la drammaticità.
Pavese associa la morte al volto dell’amata, una sorta di rivisitazione dell’antico concetto di ”Eros e Thanatos”.  Amore e morte, protagonisti da sempre di romanzi, poesie ed opere teatrali dall’antichità ad oggi, e dell’allora moderna psicanalisi freudiana.

Tutta colpa della madre

Dobbiamo porci a questo punto un fondamentale interrogativo: come possono le pene d’amore indurci alla morte?
Beh, in realtà ciò che ci fa innamorare o impazzire di dolore per qualcuno non è  la persona in se’, bensì ciò che ella è capace di risvegliare nel nostro inconscio, riportandoci al rapporto primario con i nostri genitori nei primi anni di vita.
Le emozioni di base su cui noi essere umani disponiamo non sono molte: da Charles Darwin fino ai ricercatori più recenti se ne è contato un numero limitato che gravita intorno a due poli: dolore e piacere. Il piacere coincide con la vita, o per meglio dire la vitalità, e il dolore coincide con la morte.
Le emozioni non riguardano la sola psiche, non sono fenomeni mentali ma coinvolgono sempre anche il corpo, fino a limiti estremi: la gioia vitale che si esprime in un tripudio di esultanza ed il desiderio di morte che si manifesta come depressione atona ed inerte e può spingere fino all’inedia mortale.

Negli anni’60 psicologi come Spitz, Bowlby e Ainsworth fecero numerosi studi sui bambini ospedalizzati in gravi stati di abbandonati.
Spitz notò che in un primo momento i bambini attraversavano una fase di sconforto e di rabbia, in cui apparivano con gesti e pose di vera resa: rassegnazione, desolazione, apatia, abulia. Giunto a questo stato di estremo abbandono il piccolo non cerca più nulla, non desidera niente, si lascia andare, appare cereo ed inerte, il corpo prostrato e denutrito: sembra oscillare verso il puro desiderio di morte e in effetti molti di loro morirono. Dunque nello stato di estremo abbandono si attiva una potenza di morte.
Piacere e dolore discendono sempre dalla relazione fondamentale che il bambino intrattiene con l’altro, che a un estremo si esprime come dono di vita, all’estremo volontà di morte.

Bowlby è famoso per aver studiato a tal proposito i ”modelli di attaccamento” che rappresentano le modalità d’ interazione madre-bambino nei suoi primi mesi di vita, che andranno a determinare il suo carattere ed il modo in cui egli vivrà il rapporto con gli altri per il resto della sua vita.
Nel caso in cui la madre sia sempre attenta, presente e costante nella cura del bambino e nei suoi bisogni egli svilupperà un attaccamento sicuro che lo renderà una persona autonoma, con autostima e capace di costruire buone relazioni con gli altri, gestire lo stress. Al contrario, una madre scostante, o eccessivamente ansiogena, depressa, arrabbiata ed incapace di cogliere le esigenze del figlio lo porteranno a sviluppare un attaccamento insicuro, dunque un futuro adulto con grossi problemi con se stesso e nelle relazioni.

Facendo tesoro di questi insegnamenti possiamo dunque ipotizzare che un adulto depresso, che addirittura giunge ad un gesto estremo come il suicidio, molto probabilmente è stato un bambino il quale ha sviluppato un attaccamento insicuro e che per tutta la vita ha ricercato l’amore, le cure e la stabilità che la madre non ha saputo dargli.
Ogni innamoramento gli ha dato l’illusione di saziare il vuoto, la ferita originaria primaria, ed ogni fine di un rapporto è stata vissuta come un ennesimo abbandono.

Dunque chi ha sviluppato un attaccamento insicuro è condannato all’infelicità e solitudine per sempre? Assolutamente no, gli psicologi hanno mostrato come con adeguate terapie sia possibile superare e rivedere il proprio stile di attaccamento, acquisire fiducia in se stessi e verso il mondo, rielaborando i propri traumi e ricostruendo con il terapeuta un nuovo legame primario.

il sociologo Emilie Durkheim

E se invece, fosse colpa della società?

 

Emilie Durkheim, uno dei padri fondatori della sociologia, scrisse nel 1897 ” Il suicidio. Studio di sociologia” . In questo saggio l’autore identifica il suicidio come un fatto sociale, questo fenomeno, che si potrebbe pensare a prima vista causato da ragioni intime e psicologiche, è anche determinato da cause sociali.

Durkheim era un collettivista metodologico. Il collettivismo metodologico afferma che le azioni dell’individuo sono spiegate dall’influenza dei fenomeni sociali.
È il modo in cui funziona la società, o come le persone sono integrate nel loro ambiente, che influenza il tasso di suicidio.
Le statistiche mostrano che il suicidio è un fenomeno sociale normale: presente in molte società e, all’interno di ciascuna egli cercò dunque di analizzare le motivazioni per cui in certe società o periodi storici si verificano più suicidi rispetto che in altre.

La religione ad esempio, pare fare la differenza, in quanto gli ebrei ed i cristiani presentavano minori tassi di suicidio rispetto ai protestanti. La spiegazione riportata nel saggio è che i cattolici hanno diversi riti che legano gli individui più forte insieme, hanno una percentuale molto maggiore di sacerdoti e non hanno nemmeno il permesso di leggere direttamente i testi biblici originali. I protestanti invece leggono la bibbia nella loro lingua e le interpretazioni sono di gran lunga meno costrette su di loro. Quindi, il protestantesimo diventa una religione molto più individualista e meno integrata.  Le vite collettive degli strati di religione si proteggono così dal suicidio.

Anche le relazioni familiari influenzano il tasso di suicidio. I non sposati si suicidano più spesso.
Durkheim scopre che gli uomini sposati senza figli non sono specificamente protetti dal suicidio, anche se sono uniti in matrimonio. Allo stesso tempo, le donne sposate senza figli si suicidano più spesso delle donne non sposate senza figli. Quindi, avere un figlio lega le persone alla vita in un modo completamente diverso dal matrimonio. Gli sposati raramente si suicidano, ancor meno chi ha figli.

Inoltre notò che il tasso di suicidio si abbassa durante le crisi politiche, la guerra e le rivoluzioni. Secondo l’autore questo avviene perché tali periodi creano un maggiore senso di comunità e integrano la società che sta lavorando per raggiungere un obiettivo e la vita ha più significato per le persone.
Dunque il suicidio varia sulla base del grado di integrazione dell’individuo nel gruppo religioso, familiare e politico di appartenenza.

Da più di cento anni ormai psicologia e sociologia si scontrano sullo stabilire quanto certi problemi individuali siano determinati dal singolo per cause genetiche, psicologiche oppure dalla collettività. Tuttavia, le odierne scienze umane, tendono a fondere le due visioni. Innegabile infatti è che la società in cui viviamo ci influenza, ma dall’altra parte, ognuno di noi reagisce in modo diverso di fronte alla stessa situazione.
Il suicidio in particolare è qualcosa che per quanto macabro ha sempre suscitato un certo fascino, basti pensare all’incremento di suicidi per amore avvenuti a seguito del successo dell’opera ”I dolori del giovane Werther” di Goethe.

Il cantante Luigi Tenco, come Pavese, morì suicida nella stanza d’hotel durante la sua partecipazione al Sanremo del 1967. Ufficialmente si decretò che la morte fosse avvenuta per la fine della relazione con la famosa Dalidà.
In molti però hanno rianalizzato e attribuito il suicidio di Tenco ad una protesta nei confronti della società e la giuria che non era stata capace di apprezzare la sua canzone ”Ciao amore”.
Aldilà delle pene amorose è evidente come Pavese e Tenco provassero un forte senso di disagio e solitudine esistenziale verso la società in cui vivevano, tanto da scegliere di abbandonarla per sempre.

Dunque sì, si muore per assenza d’amore, ma quello per se stessi.

 

 

 

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