Il senso della meraviglia: Nicolas Bouvier e il significato del viaggio

Tremare, vacillare, divenire un po’ di più se stessi. Viaggiare per ritrovare la via che volontariamente abbiamo scelto di perdere, per far nascere in noi la meraviglia.

Nicolas Bouvier, “L’œil du voyageur”

Da cosa nascono gli interrogativi della contemporaneitàUn mondo più connesso è davvero sinonimo di un mondo più conosciuto? Bouvier ci ricorda che siamo molto più uniti di quanto non crediamo, ma “ci dimentichiamo di ricordarcene”

Sri Lanka, una tappa dei viaggi di Bouvier

Viaggiare per vocazione, per necessità

Nicolas Bouvier, una delle figure di spicco della letteratura del novecento, fu allo stesso tempo scrittore, fotografo e viaggiatore di vocazione. Non si vogliono qui decantare le gesta di una figura che andrebbe letta e vissuta per essere davvero apprezzata. Ci interesseremo oggi del forte messaggio che lo svizzero tentava di comunicare con le sue foto, le sue lettere e i suoi romanzi, che hanno inaugurato agli occhi del grande pubblico la stagione della “letteratura di viaggio”. Un genere che non si accontenta di raccontare avventure, ma si prende la briga di far immedesimare il lettore nell’emotività dei luoghi e dei paesaggi del nostro mondo, catapultandolo tra le spezie dei mercati orientali e le brughiere britanniche, tra le sabbie dei deserti africani e i Grandi Laghi canadesi. È questo il caso di opere come “La polvere del mondo” o “Il pesce-scorpione” in cui l’autore non si limita a raccontare la cronologia delle proprie avventure, ma riesce a trasmettere l’emotività nascosta in quei luoghi, l’esperienza affettiva vissuta in quelle determinate situazioni, con lo scopo di far nascere un’emozione nello scrittore, quasi un senso di stupore.

Ma la volontà di fare la valigia e di partire è davvero una vocazione? Si nasce con la voglia di viaggiare o la si può acquisire con le esperienze che la vita ci propone? Di certo bisognerebbe cogliere l’essenza del “viaggiare” per arrivare davvero a comprendere l’importanza di una pratica che sembra essere scivolata negli anni passati sempre più repentinamente nel dimenticatoio. Eppure pare un controsenso: oggi ci è consentito con estrema facilità di arrivare (almeno virtualmente) nell’emisfero opposto del globo. Il mondo ci appare sempre di più in nostro possesso e allo stesso tempo ci sfugge di mano, lo conosciamo ma non lo comprendiamo. Tra le sfide che l’uomo oggi deve fronteggiare c’è anche quella di ri-scoprire quel mondo che abita da secoli, ma che sembra davvero poco intendere. Occorre uscire dal paradigma per cui viaggiare equivale a staccare la spina dalla routine. Viaggiare deve diventare la matrice di quella routine, il senso intimo della nostra vita. Bisogna, oggi più che mai, tornare ad essere nomadi di questo mondo. Come per Bouvier, viaggiare deve essere un’educazione ed una disciplina, per pervenire a se stessi a costo di perdersi. Cercare di immedesimarsi nell’esperienza per educare la propria anima alla ricerca, alla scoperta e allo stupore della novità.

Lago Huron (Canada)

L’imperativo dell’operosità contro l’essenza dell’uomo

Il viaggio ha sempre accompagnato l’uomo durante la sua storia. Verrebbe dunque da chiedersi se esso rappresenti un elemento della natura umana che andrebbe semplicemente riscoperto. Una caratterista dell’agire in parte dimenticata e troppo spesso accostata ad attività puramente ricreative, non adatte al ritmo incessante dell’operosità, della produzione e dello sviluppo tecno-capitalistico che non bada all’essenza dell’uomo, non tiene conto della sua attitudine, ma considera quest’ultimo come singolo elemento di una più grande catena di montaggio che non può permettersi intermittenze di alcun tipo, che invoca al lavoro sfrenato e all’incertezza (in questo senso si) a tempo indeterminato, senza offrire nella maggior parte dei casi reali punti di riferimento, concrete certezze. Ne segue necessariamente che l’insicurezza e la precarietà fungono da repellente all’iniziativa di partire alla volta di una qualsiasi meta. Occorre quindi domandarsi se è davvero questa la fine che si prospetta per una delle attività peculiari della storia dell’uomo. Davvero viaggiare deve ridursi al solo svago, al solo momento di pausa?

Sarebbe un errore arrendersi all’idea che la nostra vita non necessiti di continue scoperte, non necessiti di essere tramortita, smantellata, dissestata dalle nuove esperienze. Altrettanto sbagliato sarebbe ritenere il viaggio una fuga dalla vita: viaggiare significa proprio iniziare a vivere quella vita. Dice Bouvier: “Se non si lascia al viaggio il diritto di distruggerci un po’ tanto vale restare a casa”. È proprio in questo aforisma che si condensa l’opera dello scrittore svizzero come una vera e propria apologia della vita. Lui non scrive per se stesso o per altri, lui scrive per “accogliere il mondo” e allo stesso modo viaggia per conoscere e apprezzare quello stesso mondo che lo ospita ovunque, come se fosse seduto sulla sedia di casa sua a scrivere. L’essenza dell’uomo riassunta in un viaggio, in un’esperienza che non può passare inosservata, perché ci segna, rimane per sempre come un minuscolo schizzo d’inchiostro fissato sull’eterno rotolo della vita. Scrivere per vivere, vivere per viaggiare e di nuovo in circolo come un carillon eterno di emozioni vissute e tramandate, non si sa bene a chi, di certo a chi vorrà prendersi la briga di ascoltarle, attività oggi come oggi sempre più di nicchia e quasi snobbata.

Nicolas Bouvier

Il viaggio come momento di cambiamento:  Aristotele e la meraviglia

Prenotare un volo, preparare la valigia, salire in auto o in moto e partire. Pochi, semplici momenti che cambiano radicalmente il punto di vista che una persona ha della propria vita. L’atteggiamento del viaggiatore non deve essere quello di un lavoratore che non vede l’ora che arrivi il venerdì per evadere dalla “cella” in cui è rinchiuso, ma quello di un bambino alle prese con le prime favole, i primi racconti, i primi sorrisi scambiati con la compagna di banco, con le prime emozioni. In questo caso, come nel viaggio, essere ingenui è l’asso nella manica, l’ago della bilancia che porta l’individuo allo stupore e alla meraviglia.

Aristotele nella “Metafisica” scrive che la filosofia nasce dall’inquietudine e dalla meraviglia poiché, soddisfatte le immediate necessità del vivere, l’uomo inizia ad interrogarsi sulla sua esistenza e sul suo rapporto con il mondo. Ovviamente un mondo da scoprire e da analizzare attraverso la ricerca e l’esplorazione. Allora perché non provare a trovare un collegamento tra la capacità di pensare liberamente e l’atto di viaggiare? In fondo il viaggio consiste proprio in questo, nel ricercare nuovi “perché” che possano colmare i vuoti della nostra vita. Solo con quei “perché” la vita stessa inizia ad assumere senso, e sta a noi riuscire a sollecitarla ed arricchirla. L’inquietudine sta proprio ad indicare l’atteggiamento dell’uomo davanti al nuovo, davanti a qualcosa che fino a quel momento non aveva compreso o non era in grado di comprendere. La meraviglia invece è il trampolino di lancio dell’emotività. Ci permette di accostare la paura dell’errore e di intraprendere la ricerca. In questo modo il viaggiare non rimane una fuga dalla normalità, ma diventa il fondamento della nostra persona, la base del bagaglio affettivo che ognuno di noi è in grado di ottenere attraverso le vicissitudini della propria vita. Come Bouvier anche noi non abbiamo la certezza di riuscire a trovare le risposte a quegli interrogativi, ma l’iniziativa di porci nelle condizioni di tentare di rispondere la dobbiamo solo ed esclusivamente al viaggio che decidiamo di intraprendere. Bisogna avere solo il coraggio di partire, il tragitto (come la vita) si deciderà strada facendo.

 

 

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