Il Superuovo

Il richiamo della foresta: il viandante nella filosofia degli istinti di Nietzsche

Il richiamo della foresta: il viandante nella filosofia degli istinti di Nietzsche

Parallelismi tra la figura di Buck, de “Il richiamo della Foresta”, e la figura del viandante di Nietzsche e Galimberti

Analisi del capolavoro di Jack London attraverso la filosofia degli istinti Nietzschiana, nella metafora di Buck come l’uomo nella società moderna.

 

Il richiamo della foresta: La figura di Buck

Il richiamo della foresta(1904), è un romanzo d’avventura dello scrittore statunitense Jack London.

Le tematiche trattate dall’autore sono molteplici, e tutte di grande interesse, quali il Darwinismo sociale e l’Onnipotenza dell’ambiente. In questa istanza però, è mio interesse soffermarci non su quelle che sono le vicissitudini vissute dal protagonista, Buck, bensì su quello che è il senso lato dello scritto intero, la figura del viandante. Buck è presentato al lettore come un cane che ha completamente rimosso la sua “integrità” animale, rinunciando al suo essere trascendentale in favore dei comfort offerti dalla società moderna.

Repentinamente privato di questo agevole seppur innaturale modus vivendi, egli sarà forzatamente portato a tornare al punto primo dell’esistenza d’ognuno, il raggiungimento della sua natura primordiale. All’interno di questo iter la figura di Buck sarà facilmente accostabile a quella del Viandante.

La figura del viandante

La figura del viandante ha una storia lunga e consolidata, si inserisce nella tradizione della metafora del viaggio come metafora della conoscenza e della formazione: è in questo senso un topos, sia della tradizione classica, sia, soprattutto, della tradizione romantica. Nello specifico, rifacendoci a quanto detto da Friederich Nietzsche e Umberto Galimberti: Etica del viandante vuol dire che è inutile ostinarsi ad immaginare o progettare la meta, il punto di arrivo, sia esso un luogo fisico od un ideale da raggiungere.
L’unica concretezza per non smarrirci, per non perdere la strada, è concentrarci sul qui e ora. Mettendo ingegno ed attenzione massima ad ogni gesto che facciamo. Il viandante ha nello stesso tempo paura di sbagliare, costretto quindi a tenere all’erta tutti i sensi, e coraggio, cioè il sapere che non tutto viene dalla testa, ed a un certo punto occorrerà il cuore, per gettarsi nell’impresa di cambiare.

In quanto appena descritto , in un senso magari un pò romantico, alleggerendo quasi i toni di una tematica che è invece così aspra, è mio intento parafrasare in un primo momento tale etica, onde avvicinarla il più possibile alla figura di Buck. Il viandante è come l’uomo che rifiutando le illusioni protettive, le speranze consolatorie, il rinvenimento di un senso orientato nel futuro, accetta coraggiosamente la indecifrabilità del suo destino, sceglie di abitare la casualità del presente, si abbandona alla corrente della vita. Il viandante come il nomade, uscendo dall’abituale, dal noto, dal programmato, dal prevedibile, vive un’esperienza insolita del mondo e comprende che “la totalità è sfuggente, che il non-senso contamina il senso, che il possibile eccede sul reale e che ogni progetto che tenta la comprensione e l’abbraccio totale è follia” (Galimberti). Il viandante, quindi, ha dimestichezza con la diversità, con la differenza, con l’altro e  come affermava Nietzsche,dice di alla vita. Ed è questo dunque il percorso che il meticcio di Jack London affronta, spronato dalla necessità dell’agire, e non dalla sua piena volunta.

La filosofia degli istinti di Nietzsche

Ma cos’è che smuove Buck ,che permette che egli raggiunga lo status di viandante, che gli permette di dire sì alla vita, che fa sì che egli possa, con fervore, risoluzione e baldanza, affrontare quello che è il percorso d’ognuno? Il suo istinto.

Nietzsche deve essere considerato un idealista quando, contrapponendo gli istinti alla ragione borghese e alla fede cristiana, fa degli istinti un idolo da adorare, indipendentemente dal modo in cui vengono vissuti. D’altra parte questi “istinti primordiali”, per essere veri, non devono – secondo Nietzsche – rendere conto a nessuno. Inutile dire che così facendo Nietzsche obbliga gli istinti a isolare il soggetto dalla società, facendogli perdere il criterio che legittima le istanze degli stessi istinti. Per Nietzsche la società è tutta malata, per cui gli istinti non hanno interesse a contrapporsi a una parte di essa.

In tal senso Nietzsche è molto vicino a Stirner, il capostipite dell’anarchismo filosofico moderno. Politicamente il miglior Nietzsche dovrebbe anzi essere considerato un anarchico; il peggior Nietzsche un nazista. La differenza sta nel fatto che il nazismo vuole porsi un compito politico-istituzionale e vuole imporlo con ogni mezzo a tutta la società e addirittura al mondo intero. Nietzsche invece era prigioniero del proprio individualismo.

Che molta parte della verità (se non tutta) stia nell’istinto, anche Rousseau l’aveva detto e lo dirà anche Freud, col suo concetto di “pulsione”, e a dir il vero l’hanno supposto anche tutti coloro che, in maniera più velata, hanno voluto privilegiare l’intuizione sulla ragione (Schelling, Bergson ecc.). Tuttavia nessuno s’era mai sognato, prima di Nietzsche, di porre risolutamente l’istinto in netta antitesi alla ragione, di fare cioè dell’istinto una “seconda ragione”.

L’essere umano può essere definito prevalentemente istintivo o quando non ha un’adeguata età cronologica o quando, avendola, non ha la corrispettiva maturità mentale. Neppure l’uomo primitivo può essere definito “meramente istintivo”. Recuperare il giusto valore dell’istinto, specie in una società intellettualistica come quella occidentale, è possibile solo in una forma sociale che non neghi valore alla ragione. Se la ragione dominante è – come vuole Nietzsche – in décadence, non è certo col solo istinto che la si può rinnovare. Occorre una nuova ragione, che sappia ovviamente tener conto delle istanze emancipative dell’istinto. E così come Buck, così l’uomo potrebbe, e forse dovrebbe, liberarsi delle istituzioni sociali e morali imposte dalla societàs, al fine di vivere la sua esistenza nella sua naturalezza, non libera da ideali, ma da costrizioni imputate a sè stesso, liberarsi dalla prigionia che egli stesso si è imposto, uscendo dalla platonica caverna che egli stesso ha condannato.

 

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