Il poliedrico intreccio tra malattia e arte vissuto da Leopardi, Corazzini e Petrucciani

Malattia e arte spesso convivono insieme generando atteggiamenti contrastanti in chi ne sperimenta l’unione.

Michel Petrucciani, blogspot.com

Svariati sono gli esempi di artisti, letterati, musicisti con gravi malattie fisiche: spirito creativo e malferma biografia si intrecciano, con esiti singolari.

Ciò che c’è di fuori e ciò che c’è di dentro

In letteratura se si parla di salute barcollante il primo pensiero corre subito in quel di Recanati, presso villa Leopardi, dove il giovane Giacomo, a suon di canoscenza e folle studio, sferza ogni giorno di più decisivi colpi alla propria salute, compromettendosi fisicamente in modo irrimediabile. Forti problemi respiratori a livello polmonare, doppia gobba già colma in giovane età, diffusi dolori a tutto lo scheletro corporeo e forte indebolimento oculare che lo costringerà alla quasi completa cecità intorno ai trentacinque anni: questo, per sommi capi, il bollettino medico dello spirito magno abruzzese, preoccupante ma soprattutto decisivo che lo porterà( ahimè!) ad una prematura dipartita all’età di 38 anni. Ad una situazione fatiscente di fuori corrisponde un sentire fortemente disilluso e “pessimistico” di dentro, che i contemporanei considereranno conseguenza diretta della prima, cadendo in una semplificazione erronea. Giacomo ammonirà i suoi interlocutori di non considerare i due aspetti  collegati e indicativa diviene una citazione tratta del film biografico “Il giovane favoloso”: “Fatemi la grazia di non attribuire al mio stato quello che si deve solo al mio intelletto!”. La malattia assume una valenza puramente fisiologica, delineandosi come impedimento motorio e oggetto di scherno per i più, soprattutto nella giovinezza.

Elio Germano è Giacomo Leopardi ne “Il giovane favoloso”, Fanpage.it

Il “fanciullo che piange”

Rimanendo immersi in atmosfera letteraria riconosciamo, tra la moltitudine delle sue forme, un gruppo di poeti che fonda la poetica nella malattia: i Crepuscolari. Appellati così dal rinnovatore del romanzo Giuseppe Antonio Borgese, i Crepuscolari sono caratterizzati da un forte gusto malinconico, artistica emanazione di una salute minata alle basi dalla tubercolosi, malattia polmonare che non permetterà loro di godersi la vecchiaia( sarebbe bastata anche solo la maturità). Il “fanciullo che piange” del titoletto è Sergio Corazzini, poeta crepuscolare che insieme a Gozzano riconosciamo quale esponente di spicco di questo gruppo di “cantori dall’umor nero”. L’espressione in questione la pronunciò Corazzini stesso che, nonostante la giovane età, riuscì a esprimere in essa una semantica perturbante e fortemente allusiva. Egli è fanciullo e tale morirà, data la sua scomparsa a 21 anni, e piange, disperato per la consapevolezza di aver preclusa la via della vita. Il termine si carica però di un significato ulteriore che è manifesto di poetica: al tanto sublimante “fanciullino” pascoliano, garante della funzione sociale del poeta portatore e fondatore di valori Corazzini oppone la sua condizione esistenziale, dove non vi è né valore né virtù, ma solo pianto.

Sergio Corazzini, poetarumsilva.com

La “benedizione del male”

A volte risulta titanico riuscire anche solo affrontare un momento di defezione fisica ma è forse riuscire ad accettarla il vero passo finale nella ricerca di equilibrio e serenità. Il terzo genio di oggi varca ancor più la soglia, e lo farà in modo indimenticabile: stiamo parlando di Michel Petrucciani. Per chi non lo conoscesse, Petrucciani è stato uno dei più grandi pianisti del secolo scorso, riuscendo a contraddistinguersi per il suo innato talento nel tanto nutrito panorama jazzistico mondiale. Sin dalla nascita è affetto da osteogenesi imperfetta, definita anche “Sindrome delle ossa di cristallo”, una malattia genetica che bloccherà la sua crescita a poco più di un metro e causerà complicazioni allo scheletro e alla solidità ossea. Per ovviare al problema dell’altezza il padre modificò il pianoforte casalingo affinchè Michel potesse raggiungere i pedali e suonare liberamente, sprigionando tutta la sua abilità di compositore e musicista. Se la bravura e la fama sono indubbie, curioso biograficamente è conoscere il rapporto che l’artista ebbe con la sua particolare condizione. Abbiamo parlato di varcare la soglia prima, giusto? Ed è così che fece, affermando di considerare la malattia come un fattore positivo, un vantaggio che gli ha permesso nella fanciullezza di dedicarsi totalmente alla musica, con esiti tutt’altro che deprecabili. Questo “benedetto male” non lo condizionerà nemmeno a livello sentimentale, date le svariate relazioni vissute e i due figli, uno dei quali erediterà la malattia paterna.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: