Le illustrazioni di Davide Bonazzi ci riferiscono una indiretta riflessione sulla libertà. Il filosofo Isaiah Berlin ne propone una definizione oggettiva.

Bonazzi ci mostra delle rappresentazioni semplici e dirette riguardanti la contemporaneità e alcune sue problematiche, senza tuttavia lasciar trasparire una sua precisa presa di posizione, indirizzandoci così alla riflessione.
La libertà secondo il senso comune è definita in molti modi
Quante volte viene preso in causa il termine libertà quando una conversazione tra amici prende una piega politica o sociale? Man mano che la tecnologia avanza e le speranze di un progresso aumentano, proporzionalmente si manifestano arie di protesta e di paura. Il sentimento comune sottostante a tali preoccupazioni è la consapevolezza del rischio derivante dal cambiamento: nel momento in cui si compie un salto dal terreno della consuetudine verso orizzonti ancora inesplorati, la paura è soprattutto quella di perdere le gioie e le sicurezze che già si conoscono. La libertà è tra questi elementi, ed indica un indefinito senso di spontaneità, non-costrizione e possibilità di azione. Il senso comune affida a questo termine una sensazione positiva e lo lascia aperto alle varie interpretazioni affinché chiunque possa definirlo come meglio crede. Davide Bonazzi, nato e cresciuto a Bologna, è ormai diventato famoso per le sue illustrazioni che ritraggono alcune problematiche riguardanti la contemporaneità. Le forme semplici e dirette delle sue rappresentazioni gli hanno valso la collaborazione con enti internazionali come The New York Times, The Wall Street Journal, Wired, UNESCO, Gatorade, Timberland, Paramount e molti altri. Il filo rosso di molti dei suoi lavori è il riferimento alla libertà personale e al suo equilibrio instabile in un presente globalizzato come il nostro, dove i vantaggi di una comunicazione istantanea mostrano il verso della medaglia nell’isolamento del soggetto, incapace di esprimere il contatto diretto ed emotivo con chi lo circonda fisicamente. In questo senso il valore del sentimento esprime una libertà oggettiva, che apre alle molte possibilità oltre la sfera territoriale, rinunciando tuttavia alle consuetudini e all’interazione umana. L’ambizione che può sorgere dalla visione di tante opportunità può farci perdere il senso del limite e la conoscenza delle nostre reali possibilità. D’altro canto essa ci permette di giungere ad obbiettivi importanti che potrebbero influire sul giudizio di noi stessi. Davide Bonazzi è in grado di esprimere l’ambiguità con linee asciutte, poche variazioni di colore, opposte e complementari.

Bonazzi ci mostra la libertà indiretta proveniente dall’arte
Come davanti ad uno specchio, ci si può mettere in condizione di commentare il senso morale delle eloquenti illustrazioni di Bonazzi, senza tuttavia la possibilità di un accordo unanime: il pensiero di ciascuno si riflette nella volontà di considerare tali figure come la rappresentazione simbolica delle proprie idee e dei propri valori. Ciò che ci si aspetta di trovare in queste opere è la rappresentazione grafica di ciò che si ritiene importante, che si tratti di una manifestazione idealistica o di una critica sociale. Probabilmente la metodologia stessa di osservazione, il rapporto tra il soggetto e l’oggetto in questione, è sintomatico di una particolare libertà: la libertà di pensiero. L’ambiguità che desta ogni soggetto delle raffigurazioni e la loro caratterizzazione fa sì che ciò diventi un’occasione per l’espressione personale, per quanto indirettamente tutto questo possa avvenire e grazie ad un mezzo artistico. Quella appena manifestata resta tuttavia una definizione della libertà sentimentale e dai confini sfumati. Molti filosofi, sociologi e politologi si sono dilungati in tentativi di caratterizzazione di questa importante variabile umana, tra cui il lettone Isaiah Berlin. Nato a Riga nel 1909, dopo un brillante percorso di studi a Oxford, vi rimane in funzione di docente. Nel 1958 pubblica quello che diventerà uno dei classici della teoria politica del XX secolo: Due concetti di libertà. Dal discorso sul liberalismo, Berlin sfocia nel terreno etico, individuando due diverse e in parte convergenti rappresentazioni del termine libertà.
Isaiah Berlin divide la libertà in positiva e negativa
La libertà a cui spesso facciamo riferimento nel discorso politico è l’assenza di intromissioni da parte delle istituzioni: Berlin la definisce libertà negativa, a causa della sua identificazione a partire da elementi ad essa estranei e da una loro non invasione in quella che è una resistenza passiva. Il senso comune fa tuttavia spesso uso anche della libertà intesa come capacità di agire nel mondo, di assicurare la propria presenza con interventi personali e attivi. Il potere di cambiamento che ne deriva permette a Berlin di chiamare questa variante libertà positiva. In sintesi, il fatto di non trovarmi incatenato, imprigionato o limitato da leggi costrittive fa di me un essere libero in modo negativo (attributo da non misurare con metriche morali, valevole secondo la definizione precedentemente apportata). Da questa libertà negativa posso sperare di agire secondo i miei desideri, attivare le mie capacità in vista di un fine autoimposto, creando e sfruttando questa mia libertà positiva. L’esempio dimostra quanto le due varianti siano intrecciate e conflittuali: posso permettermi di agire spontaneamente perché non ho freni inibitori, ma probabilmente questa loro assenza deriva da una mia azione decisiva e pertanto attiva e positiva. Allo stesso modo, posso scegliere in modo positivo di votare un certo partito al quale sono affezionato, ma il fatto stesso di sottostare a delle procedure di votazione prima e alle limitazione del vivere in società (per quanto governata dal mio partito preferito) dopo, comporta una limitazione al grado di azione che io posso impormi. L’analisi oggettiva di Berlin è perfettamente legittima a livello accademico, ma resta tuttavia intatta la componente emotiva e difficilmente descrivibile di quando parliamo di un vago e trasognato “sentimento di libertà”, che non si lascia sminuire da alcuna parola.