Il paradosso del gamer: fra felicità e solitudine esistenziale riscoprendo la meraviglia

Che cosa significa davvero ‘videogiocare’? E’ un qualcosa che appaga, che accorcia le distanze, o forse non è che un altro modo per sfuggire alla solitudine? Meravigliarsi, come nella filosofia così nel giocare.

Credo capiti spesso ai videogiocatori come me (in gergo, gamers) di spegnere la console e di sentire quello strano sentimento, a metà fra felicità e solitudine. Capita ancora più spesso quando si completa un gioco, magari il più bello a cui si abbia mai giocato, sentendosi al contempo estremamente appagati e soli.

Solitudine e Felicità: facce della stessa medaglia

Di questi tempi accettare la solitudine sembra un paradosso, eppure non è forse lo stato più veritiero in cui si trova, oggi, immerso l’essere umano? Nel corso del tempo innumerevoli letterati, poeti e filosofi si sono interrogati sul senso dell’esistenza, sul perché ci troviamo su questa terra, quale sia il nostro scopo nel cosmo e per quale motivo, di fronte ad esso, ci sentiamo al contempo meravigliati e disorientati.
Che cosa lega, allora, videogiochi e solitudine? Come mai nella nostra società è possibile sentirsi tanto soli all’apice del progresso tecnologico e della globalizzazione?

Videogames: dalla nascita alla diffusione di massa

Facciamo un passo indietro. L’era dei videogiochi inizia negli anni ’70/’80, con le sale giochi a gettoni. Nel 1975 Atari lancia sul mercato la prima versione domestica di Pong (gioco che a noi oggi fa sorridere, con le sue ‘racchette’ bidimensionali che scorrono su o giù per colpire una pallina). Siamo abituati ai fantascientifici VR ma all’epoca poter collegare una console al proprio televisore (peraltro arrivato nelle case relativamente da poco) era un qualcosa di assolutamente mai visto prima, per molti inimmaginabile e che avrebbe segnato una svolta. Da quel momento in avanti i videogiochi hanno letteralmente conquistato il mondo: Space Invaders, Donkey Kong, Pac-Man, Super Mario, passando per la Playstation ed i prodotti Nintendo, il mondo non è stato più lo stesso. Da un lato questi videogiochi hanno contribuito ad emozionarci, a farci volare con la fantasia, andando dagli sparatutto come Metal Slug o Battlefield all’ormai classico ed intramontabile gioco platform Crash Bandicoot. Nonostante i giocatori più di vecchia data ricordino con affetto questi e altri videogiochi, oggi il mondo videoludico si è spostato verso la dinamica di gioco online, interconnettendo sempre più persone in tempo reale. Che cosa nasconde però questa prospettiva che pare, a primo acchito, solo positiva?

La meraviglia come fonte primaria del gioco

I videogiochi degli ultimi anni sono per la stragrande maggioranza prodotti per creare competizione, dunque per creare un attaccamento ad essi. Così facendo però si è accentuato l’isolamento del proprio io di fronte al videogame, finendo nel giocare solo ed esclusivamente per vincere in ranked (partita in una classifica online, spesso globale) e ciò ha fatto perdere quell’originale senso di appagamento nel giocare, quell’autentica sensazione di meraviglia di fronte alla storia di un nuovo videogioco. La Filosofia nacque in modo analogo, così, dalla meraviglia di fronte al creato, che ci fa porre una serie infinita di domande su di esso. Su questo meccanismo umano è nato l’amore per i videogiochi, ovvero la meraviglia di fronte ad un mondo del tutto nuovo ed inesplorato. Sappiamo attraverso Platone che Socrate affermava “So di non sapere” e cos’è questa se non un’affermazione di umiltà di fronte alla vastità del cosmo? Se potessimo rubare questo filosofo alla sua epoca e lo portassimo di fronte ad un videogioco, egli ci farebbe prendere in mano il controller e ci riempirebbe di domande, dalla più banale “Come si chiama questo gioco?” fino a che non avremmo ‘partorito’ la risposta al perché videogiochiamo. Un’esperienza tanto importante e formativa quale il gioco sta purtroppo diventando pericolosamente una fonte estrema di solitudine vera e propria, esistenziale. Per rendere l’idea, esistono delle persone definite Hikikomori (dal giapponese, letteralmente ‘stare in disparte‘, ‘isolarsi‘). Un Hikikomori è una persona che preferisce isolarsi dalla vita sociale, rifugiandosi nel web, rifiutandosi di uscire dalla propria camera. In questi casi (molto gravi) ci si scollega dalla vita vera fuggendo nel mondo del web dove ci si sente a casa ma che in realtà, staccato il Wi-Fi, lascia la persona al buio. Queste persone provano un disagio immenso verso la socialità per cui i videogames possono essere uno dei tanti modi per estraniarsi dal reale.

Schopenhauer e Nietzsche sul paradosso del gamer

Tutto ciò di cui abbiamo parlato accade perché si sta perdendo il senso del giocare autentico, del meravigliarsi, dello scoprire tutto su un gioco, perdendosi anche in esso a volte ma conservando poi un bellissimo ricordo. Schopenhauer scrisse “Non v’è rosa senza spine, ma vi sono parecchie spine senza rose!“. Per lui i videogiochi non sarebbero altro che dei passatempi per far tacere noia e desiderio, un modo come un altro per fuggire dal dolore, caratteristica primaria dell’essere umano. In merito Nietzsche non sarebbe stato d’accordo. Egli, nonostante avesse riflettuto a lungo sulla solitudine, non avrebbe accettato questa visione estremamente pessimistica del reale (e quindi del videogiocare). Quella schopenhaueriana non sarebbe che una fra le infinite visioni che si possono avere in merito, d’altronde per il filosofo di Weimar “non esistono fatti ma solo interpretazioni“. Chissà, forse a Nietzsche sarebbero piaciuti più gli sparatutto, o magari i giochi di strategia. Forse sarebbe stato più un tipo da God of War, vedendo in Kratos l’espressione della Volontà di Potenza, nessuno può saperlo. Forse avrebbe anche lui sperimentato il ‘paradosso del gamer‘, sarebbe stato entusiasta di provare un nuovo videogioco ma si sarebbe anche reso conto dell’estrema solitudine che vive il videogiocatore dei giorni nostri. “La mia solitudine non dipende dalla presenza o assenza di persone; al contrario, io odio chi ruba la mia solitudine, senza, in cambio, offrirvi una vera compagnia“. Così Nietzsche potrebbe riassumere la condizione del gamer oggi, fra videogiochi banali e persone che hanno perso la meraviglia del giocare.

Sul mondo dei videogiochi c’è senz’altro ancora molto da discutere, l’importante è porsi sempre la domanda fondamentale: che cosa davvero, in maniera autentica, mi fa meravigliare e sentire realizzato?

 

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