Il Don Chisciotte di Daumier e la follia tra illusione e realtà

“Ritengo il mio signore don Chisciotte pazzo da legare, a volte dice delle cose tanto assennate…che Satana stesso non potrebbe dirle meglio.” Il comune significato del “Combattere contro i mulini a vento” potrebbe essere quello di una lotta inutile, contro qualcuno o qualcosa più grande di noi. Il secondo e il più appropriato: combattere contro una realtà che non esiste, un’illusione a cui crediamo ma che non corrisponde al vero aspetto della realtà. Per questo non possiamo mai vincere. Il Don Chisciotte di Cervantes                                                                                                             Tutti i grandi sognatori aspirano a realizzare i propri sogni, a rivestire le proprie chimere di carne e sangue, proponendo al mondo un modello di uomo diverso e superiore rispetto a quello attuale, creatore di una corrente di vita poderosa e distruttrice delle barriere innalzate dal sentimento, dagli interessi e dalla tradizione. Quest’importante legge psicologica, ben conosciuta da Cervantes, si realizza in Don Quijote, ma partiamo dall’inizio. Il romanzo Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes racconta di don Alonso Quijano, un hidalgo (un esponente della piccola nobiltà) che si appassiona ai romanzi cavallereschi a tal punto da immedesimarsi nei protagonisti delle storie, perdendo totalmente la capacità di distinguere la finzione dalla realtà. Divenuto cavaliere con il nome di Don Chisciotte, il protagonista parte alla ricerca di grandiose avventure, in compagnia del suo fidato scudiero, Sancho. Tra i due si crea una sorta di contrapposizione: il primo rappresenta l’immaginazione e il secondo la razionalità.
Tuttavia il romanzo di Miguel de Cervantes non è solo il romanzo picaresco e dietro all’ironia dell’autore si nascondono significati e scopi più complessi.
Come dichiarato nel Prologo del romanzo, il primo fine è infatti ridicolizzare i libri di cavalleria e il mondo medievale. Cervantes vuole riequilibrare le opinioni della gente circa il valore reale dei soldati della cristianità, ovviamente a discapito degli eroi immaginari dei romanzi cavallereschi.
Pertanto Don Chisciotte perde gradualmente la connotazione comica. Lo stesso romanzo diventa presto molto di più di un racconto“eroicomico”. Il folle cavaliere è un pretesto per mostrare al lettore il problema di fondo dell’esistenza, ovvero la delusione che l’uomo subisce a causa della realtà, che annulla non solo l’immaginazione e la fantasia, ma anche e soprattutto la realizzazione di un progetto di esistenza con cui l’uomo si identifica. Alonso Chisciano, un personaggio fortemente tragico, per noi esiste solo in relazione a Don Chisciotte, un personaggio comico oggetto di burla e scherzi; nel senso che entrambi devono morire (e sono entrambi morti) per far vivere l’altro. Alonso è un eroe tragico perché volendo essere se stesso deve vivere in perpetuo confronto-scontro con la circostanza; ha bisogno dei suoi mulini a vento per sentirsi utile alla società e agli altri, diversamente dalla sua esistenza, triste, apatica ed asettica, dove la scarsa stima e la bassa considerazione degli altri lo hanno sminuito come uomo e come individuo. Questo spiritello non può fare a meno di una libertà assoluta e non riesce a riconoscere le regole quotidiane del vivere comune. Potrebbe forse essere pericoloso, persino crudele, cattivo e renderebbe forse il povero Sancho un disadattato agli occhi della società civile. Ma Sancho è talmente saggio da nutrirlo con tanti libri. Gli dona mille situazioni di fantasia con le quali può divertirsi, immaginando le più straordinarie imprese da compiere. Così due frati in viaggio con una dama diventano due incantatori che tengono prigioniera una principessa da liberare, un barbiere non è altro che un potente da aggredire per togliergli la catenella confusa con un elmo prestigioso.

In sintesi l’uomo comune, nel caso di Sancho Panza, riesce a nutrire la propria fantasia in modo costruttivo, impedendo che essa deflagri verso esiti tragici. Si tratta di una follia creativa ma purtroppo in contrasto con il vivere quotidiano e le regole rigide che esso impone. Nella sua interpretazione di Sancho, Cervantes ha raffigurato un mondo in cui la libertà interiore è possibile solo grazie alla letteratura, delineando così un sistema di vita opposto a quell’inferno senza libri rappresentato in un grande romanzo della letteratura fantascientifica mondiale.
Come se non bastasse la complessità del romanzo aumenta dato che ogni cosa viene osservata e raccontata da diversi punti di vista e ciò fa perdere l’esatta concezione della realtà. Nel lettore si crea, così, un’incertezza, soprattutto derivante dalle continue contrapposizioni tra Don Chisciotte e Sancho Panza. Dall’intreccio di narrazione e interpretazione si crea una rete di corrispondenze tra azione e riflessione, passato e presente, illusione e realtà.
Ognuno è quindi costretto a re-interpretare la realtà, considerata anche l’assenza di un narratore onniscente.   Il Don Chisciotte di Daumier                                                                                                                    Per tutta la vita Daumier, fa della sua arte, uno strumento di accesa lotta politica. Lavora dall’età di sedici anni, come caricaturista sui giornali; si ritrova a collaborare soprattutto, con la rivista “Chiarivari” realizzando vignette legate alla repressione della libertà di stampa.
Inizia così ad acquisire notorietà, ironizzando sulle condotte e i vizi sociali del tempo, ma ben presto la sua attività artistica gli procura notevoli guai giudiziari finendo condannato e imprigionato in più occasioni determinando in alcuni casi anche la chiusura dei giornali per i quali collabora. Conseguenza tutto ciò, della profonda carica espressiva e di denuncia sociale sempre presente nelle sue opere. Vicino alla pittura di Rembrandt e Goya, con influenze dirette dell’amico Delacroix, la sua arte satirica, fa la sua prima apparizione nella rivista La Silhouette con vignette apertamente anti-monarchiche. Nel 1830 Carlo X venne spodestato dalla rivoluzione e fu proclamata la salita al trono di Luigi Filippo d’Orléeans.
Carlo X si è fatto odiare soprattutto per le leggi contro la libertà di stampa, ma quando nel 1832 Daumier rappresenta Luigi Filippo divorare le risorse del popolo, si scopre che anche il nuovo re non ha intenzione di dare completa libertà alla carta stampata. Nell’incisione Ne vous y frottez pas  un giovane litografo in forze si erige al centro della composizione, come fosse a una manifestazione di piazza. È severo e sicuro del messaggio che trasmette: Luigi Filippo, non intromettetevi, lasciateci la nostra libertà, o finirete come Carlo X! Quest’ultimo si vede sulla destra, deposto dal suo trono, mentre sulla sinistra Luigi Filippo è trattenuto dall’immischiarsi per non finire come il suo predecessore. Dal 1860, ad oltre cinquant’anni, Daumier inizia la sua attività di pittore. Ed anche qui sono presenti quegli gli elementi caratteristici della sua attività di incisore: il tratto molto inciso e netto, la deformazione espressionistica, la satira di costume tipico della caricatura. Tra i suoi quadri ricordiamo il Don Chisciotte.
Daumier ama Don Chisciotte forse perchè incarna perfettamente l’eroe idealista, pronto a morire per i suoi valori, ma sempre con ironia, senza mai scadere nel melodramma: dunque il carattere dell’eroe spagnolo si riflette su quello di Daumier che rimane sempre un fedele sostenitore dei propri ideali politici.
La figura è quella del protagonista della letturatura spagnolo, ridotto ad una scarna “silhouette” priva di volto, mentre cavalca il suo fidato e scheletrico ronzino, dall’andatura un po’ sbilenca. L’eroe è seguito dal suo fedele compagno, rappresentato all’orizzonte senza dettagli, come una macchia rossa, dello stesso colore della duna, molti metri indietro.
I due personaggi attraversano un paesaggio deserto, composto di dune gialle e ocra rossa, sotto un cielo molto azzurro steso a campitura uniforme.
Daumier si abbandona alla potenza della sua pennellata, sciolta, libera, per rendere al meglio le terre bruciate ma anche quell’intenso azzurro che rappresenta il cielo.   La follia di Amleto                                                                                                                                  Ancora oggi, Shakespeare è tra gli autori più conosciuti e amati. Merito ovviamente, prima di tutto dell’originalità delle sue opere. I suoi schemi narrativi sono tuttora usati anche in lavori non letterari e parti dei suoi dialoghi sono diventati quasi modi di dire. Il suo più grande merito resta tuttavia, quello di aver rappresentato l’animo umano nella sua interezza. Non ha infatti tralasciato nessuna emozione o aspetto della mente umana: ha indagato a fondo la vita nella sua assurdità; così spesso nelle sue opere compare la follia. Un esempio? Amleto, il quale oltre alla finzione dell’aver perso il senno, utilizza un altro espediente dalle forti implicazioni psicologiche per ottenere il suo scopo, ovvero organizza un dramma nel dramma e fa rappresentare da una compagnia di attori la ricostruzione del crimine commesso dallo zio affinché questi si tradisca con i gesti, mostrando la propria colpevolezza. Amleto grida il suo disgusto contro lo spettacolo del mondo, entrando e uscendo da una pazzia tanto simulata, quanto illuminata. L’opera d’altro canto mostra una serie di significati profondi e molto interessanti da scoprire. Primo fra tutti quello che ne deriva dal famoso quesito “Essere, o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli, porre loro fine?”. é evidente, Amleto è lacerato dalla difficoltà di affrontare le sofferenze, i dolori della vita e l’inevitabile incertezza che caratterizza la fase dopo la morte. Un interrogativo che confonde il protagonista sul senso della propria vita e su quanto valga la pena continuare ad esistere, consente all’autore di esporre una riflessione sul tema della crisi esistenziale, nella sua piena accezione. Un forte presagio di morte accompagna il lettore fino dall’inizio dell’opera (con l’evocazione dello spirito paterno), fino al suo termine (con il generale massacro dei protagonisti dello scontro). Altro tema centrale è dunque il dubbio perenne di Amleto dell’eseguire il piano; il giovane principe sembrerebbe determinato a compiere la sua vendetta ma continuamente rimanda l’azione; l’esitazione diviene la sua malattia. Lo Possiamo affermare: il dubbio è il suo antagonista, lo perseguita sino alla fine.                                                                                                                                                Elvisa Pinto

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