Il Superuovo

“Il nome della rosa”: come Eco ha “rubato” il pensiero filosofico medievale

“Il nome della rosa”: come Eco ha “rubato” il pensiero filosofico medievale

Il titolo del romanzo di Umberto Eco, così come la frase conclusiva debbono la loro efficacia a Bernardo di Cluny.

Disputa teologica fra chierici

Il celeberrimo romanzo di Eco è una straordinaria commistione di invenzione e realtà; con grande intelligenza l’autore ha attinto dalle fonti e le ha piegate ai suoi bisogni letterari, contraendo un notevole debito con il Medioevo. Ma procediamo con ordine..

Il nome della rosa resuscita la “quaestio de universalibus”

Quando parliamo di Medioevo sono gli elementi più stereotipati che affiorano alla nostra mente (cavalieri, castelli, dame, tornei ecc.) e che ci restituiscono un’idea abbastanza piatta e sbagliata di un periodo storico durato ben mille anni; tendiamo ad ignorare invece l’incredibile vitalità intellettuale che, soprattutto dall’XI secolo, pervade gli strati alfabetizzati della popolazione. Questa vitalità si esprime in mille modi diversi e si declina in forme ed espressioni estremamente vivaci ed interessanti, le quali concorrono a rimuovere, all’occhio di chi le studia, quell’impressione di asfissia che talora circonda i cosiddetti “secoli oscuri”. Le energie accumulate dal VIII secolo in poi, energie, è bene ricordarlo, non solo materiali o demografiche ma anche culturali ed artistiche, sfociano in elaborazioni, dibattiti, dispute pubbliche, riflessioni ed ogni genere di attività intellettuale in grado di stuzzicare la mente umana. Gli storici parlano di “rinascimento del XII secolo” per spiegare il miglioramento della qualità della vita intellettuale e la diffusione (ancora parziale) del sapere antico che si verificano a partire dall’ XI secolo e che portano ad un’elevazione del dibattito culturale non indifferente. In questo clima di fiducia e positività nel progresso (sembrano termini antitetici ed anacronistici per il Medioevo ma in realtà è così che gli storici attuali ne parlano) un posto particolare meritano la teologia e la filosofia, che proprio dal Mille in avanti subiscono una diffusione ed un’impennata senza precedenti nell’Europa occidentale medievale. Teologia e filosofia, d’altronde, seppur distinte dagli intellettuali medievali viaggiano a braccetto e si influenzano reciprocamente (è da sottolineare che la teologia, per ovvie ragioni è considerata la più nobile delle materie), come è dimostrato dal fatto che molti teologi sono anche filosofi e viceversa. I problemi e dibattiti che scaturiscono dalla riflessione filosofico-teologica sono molto utili per capire la mentalità di allora e spesso sono anche (può sembrare strano dirlo) estremamente attuali; come è facile aspettarsi, tali problematiche sono lette quasi esclusivamente in chiave religiosa e pertanto risolte (o meglio affrontate) con riflessioni che tendono al religioso. I temi trattati dai pensatori medievali sono plurimi e spesso sottili e complessi; ci sono però alcune tematiche che attraversano gran parte del periodo medievale, dato che abbracciano un ampio spazio d’argomenti e si pongono come quesiti di interesse generale. La più famosa disputa filosofico-teologica del Medioevo è sicuramente la “quaestio de universalibus”, cioè la disputa (o questione) sugli universali. Vedremo in seguito di che cosa si tratta. Qui ci preme invece sottolineare che proprio questa tematica, assieme ad altre, verrà ripresa da Umberto Eco nel suo famosissimo romanzo “Il Nome della Rosa”, che come è noto tratta di alcuni misteriosi omicidi che si svolgono in un monastero benedettino, affronta tematiche quali le lotte di potere all’interno dei monasteri, l’opposizione tra il papato avignonese e Ludovico il Bavaro, la vita dei monaci e dei frati, l’Inquisizione e la filosofia. Tutto il libro infatti ruota intorno ad un misterioso manoscritto (la poetica di Aristotele), che sembra uccidere chiunque lo tocchi. Al di là dei colpi di scena e della sinossi del romanzo ciò che qui preme sottolineare è l’importanza fortissima data alla filosofia come elemento centrale della mentalità e del pensiero medievale. Eco, che conosce molto bene il pensiero medievale ed ha evidentemente letto personalmente le fonti che lo esprimono, si muove con grande intelligenza all’interno del mare magnum della riflessione intellettuale del Medioevo; egli è in grado di riprendere molte delle filosofie tardomedievali e di declinarle in una dimensione meno astrusa e più immanente. Ed è proprio con l’inserimento del tema degli universali che questa sua operazione raggiunge le vette più alte. Il romanzo di Eco si conclude infatti con una bellissima citazione copiata dall’opera di Bernardo di Cluny nota come “De contemptu mundi”, cioè “Sul disprezzo del mondo”, titolo emblematico delle tematiche che l’autore intende affrontare; la citazione in questione, assurta a grande notorietà è: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, che tradotta in maniera approssimativa sta a significare: “La rosa primigenia sussiste solo nel nome, [perciò] stringiamo tra le mani solo i nudi nomi”. Per quanto bella esteticamente questa frase è anche molto criptica, in quanto rimanda a concetti e idee non esplicitati; il senso della frase non è facilmente esplicabile, anche a causa dell’ambiguità del termine “pristina”. Vedremo meglio in seguito che cosa questo verso possa significare e cercheremo di tracciare una veloce pennellata della disputa sugli universali, così da avere le idee un po’ più chiare. Qui quello che preme sottolineare è che Eco attinge a piene mani da Bernardo di Cluny e usa la sua elegante poesia per concludere in bellezza un racconto intelligente e ponderato, anche se spesso fuorviante dal punto di vista storico. Il significato delle parole di Bernardo, ad esempio, potrebbe non essere quello che lo stesso Eco gli attribuisce.

“Hora novissima tempora pessima sunt”: Bernardo di Cluny o Bernardo d’Eco?

Bernardo di Cluny è un monaco di cui noi sappiamo pochissimo. Lui è famoso tra gli storici non per le sue notizie biografiche, ma per il fatto che è stato un sublime poeta. Bernardo ha infatti scritto una delle opere poetiche in latino più significative della sua epoca per qualità ed estensione: si tratta del già citato “conmtemptu” che risulta essere composto da una cosa come 3000 versi. Il ritmo dell’opera è fenomenale, la costruzione metrica tale da adattare con riuscita sinergia l’andamento della lettura all’andamento della tematica del testo, riuscendo incalzante o sommesso a seconda della necessità. Ma di che cosa parla l’opera di Bernardo? Lo scritto tratta della miseria dei tempi moderni (ovviamente moderni per Bernardo) e di come la società e il mondo stiano andando verso un destino cupo; l’incipit dell’opera è infatti molto indicativo:

Hora novissima, tempora pessima sunt – vigilemus.

Ecce minaciter imminet arbiter ille supremus.

Imminet imminet ut mala terminet, aequa coronet,

Recta remuneret, anxia liberet, aethera donet

Come si evince da questi versi l’ansia di Bernardo è tutta tesa verso la fine dei tempi, quando verrà l’Anticristo e commetterà ogni sorta di iniquità, come è scritto nella Bibbia. Il cluniacense parte del giudice supremo che sta per giungere minaccioso (ecce minaciter imminet arbiter ille supremus) il quale ovviamente è Cristo che è prossimo a giungere (Imminet, imminet), e che una volta giunto porrà fine alle cose malvage (ut mala terminet). La preoccupazione qui è dunque tutta escatologica, e il tono del Contemptu si concentra appunto sulle cose del mondo che sono da disprezzare, essendo peccaminose e comunque passeggere, temporanee. Parlando di cose appunto passate, che erano grandi e sembravano eterne ma sono finite, come l’Impero romano, il monaco si sofferma in una riflessione e dice:

Nunc ubi Regulus aut ubi Romulus aut ubi Remo?

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

In pratica, parlando della gloria della Roma antica, che ormai è solo un lontano ricordo, che esiste solo nel nome, l’autore lamenta un ubi sunt, una nostalgia del glorioso passato ormai perduto che però non può essere consolata. In realtà, vedendo il contesto del verso, molti studiosi si sono detti: “E se la dizione corretta fosse Roma e non Rosa?”; ed ecco che quindi, andando a rivedere i manoscritti più antichi si è visto che probabilmente (non c’è certezza che io sappia) la lezione corretta è quella che riporta Roma. Quindi, il senso del verso di Bernardo sarebbe: “Roma antica (pristina) rimane solo nel nome, teniamo fra le mani solo nudi nomi”. Il collegamento con il dibattito sugli universali non è poi così evidente. L’atavica questione degli universali riguardava problematiche già della filosofia greca; in pratica i pensatori medievali si chiedono se l’universale (il termine generale di un qualcosa, una rosa, una casa, un concetto, ad esempio quello di uomo ecc..) esiste nella realtà in quanto essenza universale, cioè comune a dei dati soggetti. Ad esempio, il termine uomo indica una realtà condivisa, oppure è reale solo quando è declinato nell’individuo? È l’individualità del soggetto che determina l’essenza della parola uomo, o è la parola generale uomo che determina la realtà del soggetto individuale? I pensatori medievali si dividono in due correnti, quella nominalista e quella realista; la corrente nominalista sosteneva che l’universale è mera voce, vale a dire esiste solo come nome collettivo ma non è davvero riscontrabile nella realtà; i realisti invece sostengono che l’universale sia ontologicamente conoscibile, cioè sussista ed esista anche quando il particolare non c’è; in pratica sono l’uno l’opposto dell’altro. Tornando a Bernardo, quella di Eco è una forzatura nei confronti del testo del monaco, il quale lamenta un passato glorioso scomparso e non intende alimentare una disputa scolastica. D’altronde, lo stesso Eco, ammette che ciò che ha scritto nel romanzo non sa bene se sia suo o di qualcun altro. In generale l’uso delle fonti da parte dell’autore è largamente arbitrario, come ha anche senso che sia essendo un giallo storico e non un saggio accademico. Ciononostante, il romanzo di Eco è permeato dalla presenza dei pensatori medievali, di cui possiamo rivivere il pensiero tramite l’abile penna dello scrittore, il quale rappresenta in questo caso un ponte per il passato, seppur falsato e distorto; in tutta onestà Eco sa usare le fonti anche e soprattutto da studioso, essendosi egli occupato seriamente di studi accademici; e nel romanzo lo dimostra citando spesso passi presi dal cronista Salimbene de Adams, che ha scritto un imponente cronaca nel Duecento. Come dicevamo, Eco decide di mettere alla fine del suo libro un verso di Bernardo di Cluny che rimanderebbe, almeno nelle intenzioni del romanziere a dei concetti filosofici appartenenti alla “quaestio de universalibus”; abbiamo altresì visto come il verso sarebbe legato alla tematica sopra descritta e l’interpretazione che Eco stesso ha voluto darne. Ci sono però un altro paio di aspetti che vale la pena analizzare.

La perfezione sta nei dettagli. L’esempio de Il Nome della Rosa

L’attenzione ai dettagli di Umberto Eco è risaputa e il Nome della rosa non fa eccezione. Nel romanzo sono narrate delle vicende ambientate nel XIV secolo in Italia. Lo stile con cui Eco dissemina di dettagli la sua opera è così sublime da renderla verosimile per il grande pubblico: sembra che tutto il contesto del libro sia plausibile e anzi, corretto. L’impressione generale è quella di un romanzo attendibile dal punto di vista storico, non per gli avvenimenti narrati, quanto più per la contestualizzazione, la scenografia e i dialoghi. In realtà, se si vanno ad esaminare le fonti che descrivono e trattano del XIV secolo notiamo subito che parecchi elementi non sono poi così affidabili. Ovviamente, in un romanzo storico è lecito non attenersi fedelmente alla realtà storica. Ma, se non è dalla fedeltà alle fonti che trae origine questa sua verosimiglianza, da cosa allora? Probabilmente la risposta più giusta è quella che considera l’architettura stessa del romanzo, pensata per essere simile al vero eppure, allo stesso tempo, dissimile. I luoghi, i personaggi e le atmosfere, sono ricalcate sull’imaginario comune di Medioevo stereotipato nella cultura diffusa, a cui Eco aggiunge una non trascurabile dose di dati reali e basati sulle fonti. Ecco il cocktail finale e risolutivo: il simile si unisce al dissimile e crea ex novo. Se dovessimo basarci sul Nome della Rosa per recuperare la filosofia medievale commetteremmo un errore; se però volessimo analizzarlo per vedere come questa stessa filosofia sia stata recepita dall’autore allora la prospettiva diventa legittima. Eco, concludendo con quei celebri versi il romanzo, sembra schierarsi dalla parte dei nominalisti, che come abbiamo detto intendono l’idea di uomo come solo nome collettivo che non ha alcun valore ontologico; quindi, si può dedurne che anche Eco la pensi così? Vista la sua peculiare mentalità potrebbe anche darsi. Al di là delle proprie convinzioni, Eco si impegna a “rispolverare” un vecchio dibattito che non interessava a nessuno se non ai topi di biblioteca. Perché? L’idea che mi sono fatto è che ne abbia intuito l’enorme potenziale, non in termini economici ma filosofici. Per capirci meglio è necessaria una piccola digressione. Il dibattito sugli universali è un bell’esercizio mentale, ma è quando viene applicato in concreto che diventa estremamente interessante, ad esempio in teologia o in politica. Prendiamo ad esempio il concetto di Trinità, così presente nella teologia cattolica e così fortemente radicato nella mente dei fedeli. Se al termine Trinità si applica la teoria nominalista le conseguenze sono a dir poco sorprendenti; La Trinità, secondo la dottrina canonica è Una, composta da tre parti; la teoria nominalista invece, sostenendo che così come l’umanità non è una realtà ma solo l’individuo umano lo è, afferma che anche la Trinità non è una realtà ma solo gli enti che la compongono lo sono; per cui il Padre, il Figlio e lo Spirito santo non possono essere uguali o compartecipi tra di loro, ma sono tre sostanze distinte benché operanti sotto un’unica volontà. Questa operazione si può ripetere con la parola “Stato”, o “Chiesa”, e darebbe sempre risultati accattivanti o talvolta sovversivi. In particolare, applicata alla politologia e alle teorie del potere moderne, questa dottrina diventerebbe un campo minato in cui salterebbero per aria fior fiore di teorici. Per tornare a noi, come dicevamo, è possibile anzi, probabile, che Eco abbia intuito questa incredibile portata della “quaestio de universalibus” e quindi abbia deciso di inserirla nel suo romanzo proprio per questo. D’altronde, uno dei momenti centrali del romanzo, la disputa tra i delegati dell’Imperatore Ludovico il Bavaro e i legati pontifici è basata sulle diverse posizioni che questi hanno in merito al ruolo e alla potenza della Chiesa. Storicamente in questo dibattito secolare tra Papato e Impero il tema degli universali si è intromesso con forza, venendo in aiuto a quanti teorizzavano una Chiesa più povera, dato che al termine Chiesa furono applicate teorie nominaliste. L’ultimo punto che vale la pensa sottolineare è la sottile ma intelligente manovra finale di Umberto Eco, con la quale notiamo un’attenzione ai dettagli davvero straordinaria ed invidiabile. Chiudendo il romanzo con la bella frase latina che abbiamo visto e richiamandosi quindi al dibattito sugli universali, eco dimostra di conoscere molto bene il secolo in cui è ambientato il giallo storico, ovvero il XIV; infatti, proprio nel XIV secolo il dibattito sugli universali aveva ripreso enorme vigore, e si era arrivati all’estremizzazione delle tesi nominaliste e realiste, in particolare con Guglielmo d’Ockham e Giovanni Duns Scoto, i quali avevano veramente portato agli estremi le due correnti. Inserendo dunque questo collegamento sottile ma significativo, Eco ha dato prova di sapersi muovere con agilità e destrezza nel mare magnum del pensiero medievale, “rispolverando” una vecchia disputa e collegandola abilmente all’atmosfera e ai toni del suo straordinario romanzo.

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