“Non si risenta la gente perbene/ se non mi adatto a portar le catene”. Così canta De Andrè in uno dei suoi ironici inni contro l’ipocrisia e il perbenismo borghese. L’arte, nel corso dei secoli, ha costruito svariati modi per affrontare l’ostacolo che il perbenismo costituisce per chiunque decida di battere sentieri inesplorati. Ad ogni modo, c’è nel perbenismo una delle più palesi prove dell’ipocrisia dilagante che caratterizza il nostro tempo. Basti pensare a quanto spesso i perbenisti si nascondano dietro alle spalle dei prepotenti per poi puntare il dito al cambiare del vento. Tra gli altri autori che riflettono sulla sottigliezza e sulla meschinità del perbenismo troviamo l’eclettico Dr. Seuss e l’irriverente Palazzeschi, che costruiscono uno spietato specchio in cui guardarci e, magari, migliorare, liberandoci dai vincoli che il perbenismo impone.

La crudeltà del perbenismo ne Il Grinch

Nel 1957, il Dr. Seuss propone al pubblico un racconto, How the Grinch stole Christmas!, da cui nascerà l’omonimo film con Jim Carrey. Nel caso qualcuno sia riuscito a evitarlo ogni Natale negli ultimi quindici anni, il film racconta la storia di un antieroe, un emarginato temuto e preso in giro da tutti, che tuttavia vede e denuncia la superficialità e il perbenismo della società in cui vive. Il Grinch è la molla che spinge al cambiamento. In una delle scene più famose, dopo aver rivissuto le umiliazioni subite da piccolo a causa della sua diversità, svela l’ipocrisia che lo circonda mettendo sul piatto, nella piazza del paese, la scomoda verità nascosta dietro la facciata natalizia di cui tanto i suoi compaesani vanno fieri: “E il punto è proprio questo, no? Si è trattato sempre e solo soltanto di questo. I regali. Regali, regali, regali! Volete sapere che fine fanno i vostri regali? Arrivano tutti da me, su all’immondezzaio. Lo capite che voglio dire? Nella vostra spazzatura! Mi ci potrei impiccare con tutte le brutte cravatte di Natale che ho trovato nel pattume! L’avidità…la vostra avidità è infinita!” Come ogni società che si rispetti, anche quella in miniatura dei Nonsochi espelle ciò che non può omologare, costringe l’elemento disturbante in una condizione in cui non possa turbare gli equilibri. Tuttavia il Grinch, in preda alla disperazione, deciderà di ‘rubare il Natale’, ovvero i regali. Ma così facendo riporterà tutti, se stesso compreso, all’essenziale. “Sono contento che ci abbia rubato i doni. Molto contento. Non si può distruggere il Natale perchè non è fatto di regali o di luci colorate. È questo che Lucy cercava di dire a tutti noi, che cercava di dire a me. Non ho bisogno di altro per festeggiare il Natale più di quello che ho qui, la mia famiglia”, dirà il papà della piccola Lucy davanti ai cittadini derubati.

Il Grinch ha alcuni aspetti che richiamano le avanguardie: il suo modo di essere è teso a disturbare chi ha davanti; è tagliente e ironico, molto lucido e a tratti disilluso; cerca di comunicare la percezione di un disagio in un modo difficile da comprendere, in un modo che spesso viene frainteso; non crede di poter essere capito, ma vive questa incomunicabilità con sarcasmo e sofferenza; la sua arte non è estetica, ma geniale (infatti costruisce una slitta da Babbo Natale con tutti gli scarti che giungono all’immondezzaio e con essa ruba i regali dalle case dei compaesani. Pertanto non si limita a rubare il Natale, festività tradizionale, moralista e “perbene”, piena di luoghi comuni e stereotipi. Si appropria piuttosto di un simbolo e ne denuncia l’ipocrisia di cui viene rivestito dalla società). Per tutte queste ragioni, secondo me il Grinch è un personaggio d’avanguardia almeno quanto un altro personaggio molto famoso, l’Incendiario.

La vanità del perbenismo ne L’Incendiario

Nel 1910 Palazzeschi pubblica la raccolta L’Incendiario, il cui titolo richiama quello della prima poesia contenuta nell’opera. Il protagonista è un incendiario, arrestato dalle autorità e messo in una gabbia in centro alla piazza del paese. Anche l’Incendiario, come il Grinch, è un elemento disturbante che non si piega alle norme sociali e che, pertanto, la società deve neutralizzare. L’Incendiario è costretto a subire i commenti della folla, rappresentata attraverso una lunga strofa di frasi perbeniste e ipocrite, ma anche anonime (“Se venisse dall’inferno?”, “Io morirei dalla vergogna!”). Questa folla parla per luoghi comuni e ipotesi, poiché nessuno di fatto conosce l’incendiario e la sua storia. In questo loro parlare a vuoto si mostrano per quel che sono, sebbene non ne se rendano conto, ovvero una massa di conformisti schierati in difesa dell’onorabilità borghese, ma feroci nello scagliare accuse e giudizi per continuare a celare la loro ipocrisia. In questo parlare a vuoto acquisisce ancora più forza il silenzio dell’Incendiario, che porta il senso e il significato che mancano alla vanità della folla. Percepito come un pericolo, viene rinchiuso dalle autorità. Il poeta invece riconosce nell’atto dell’incendiare un’arte. Vi vede un’azione tesa a disturbare la maschera sociale della moralità e del perbenismo, e compara le fiamme alla poesia. Entrambe possono distruggere, ma la distruzione può voler dire anche rinascita.
Vogliono distruggere le invenzioni sociali e borghesi che limitano il potenziale umano per far rinascere quest’ultimo. Quella di Palazzeschi è una distruzione simbolica, tesa ad aprire le porte di una nuova epoca. “Án tutte le cose la polizia,/ anche la poesia” dirà il poeta all’Incendiario, denunciando il controllo sociale che la moralità e il perbenismo esercitano anche sull’arte. Inoltre non dimentichiamo che una parte consistente della critica ha letto nella figura dell’Incendiario un’allegoria di Cristo stesso.

La nostra società è fortemente vincolata dalle norme del perbenismo e della moralità. Tuttavia, due esempi come quelli riportati, sono molto utili per riflettere sul reale significato che hanno questi caratteri sociali per l’individuo. Quante volte caschiamo in luoghi comuni e stereotipi, in giudizi affrettati dettati unicamente dalla voce che ci dice “Non bisogna fare così o dire quest’altro”? È una voce che parla a ognuno di noi, ma che dovremmo imparare a riconoscere e azzittire, nella speranza che una maggiore pietas per chi si ha davanti possa meglio difendere la libertà e la bellezza.

Viviana Vighetti

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