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Il Grinch: come siamo portati ad odiare ciò che non possiamo avere

Il Grinch: come siamo portati ad odiare ciò che non possiamo avere

Considerazioni sulla natura dell’odio verso ciò che non possiamo ottenere, attraverso “Il Grinch” di Theodor Seuss Geisel e “L’essere e il nulla” di Jean Paul Sartre.

 

Volendo tentare una genealogia dell’uomo onde identificarne delle figure genitrici, bisognerebbe sicuramente tener presenti Eros ed Eris, padre e madre d’un figlio che sta inerte al centro delle loro flessioni. In questa sede quanto ci interessa però è la sola eredità genetica materna del figlio in questione, poiché ciò che è bello non richiede parole, ma ciò che è bieco richiama molta più attenzione verbale.

Il Grinch

Romanzo in versi in rima orientato verso un pubblico più giovane, “Il Grinch” è uno dei capolavori di Theodor Seuss Geisel, il quale nome è celato dal ben più noto pseudonimo “Dr.Seuss”. La trama del romanzo è semplice e concisa, Il Grinch è un personaggio schivo e burbero, che infastidito dalla gioia causata dalle festività natalizie nel paese di Chistaqua, tenta di “rubare” ai Chi, abitanti di Chistaqua, la festività stessa. Per quanto estremamente semplice come figura, Il Grinch lascia intendere nel suo odio una sorta d’invidia, un gelido distacco verso un qualcosa che è così alieno alla sua natura, o meglio, che è così lontano dalle sue possibilità. La conclusione, degna d’un romanzo che è dedicato a chi deve bonariamente osservare come il bene predomini a priori sul male, Il Grinch redime il suo furto con la successiva restituzione del Natale agli abitanti di Chistaqua, partecipando egli stesso alla festa con i massimi onori riservati a chi dal male che ha fatto riesce a trarre il bene che farà.

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La natura dell’odio ne “L’essere e il nulla”

“L’essere e il nulla” è uno dei più celebri saggi ontologici di Jean Paul Sartre, filosofo francese e rappresentante più puro della corrente esistenzialista. Ampiamente influenzato dalla filosofia Heideggeriana, all’interno dello scritto è possibile trovare una definizione dell’odio di cui potremmo ben usufruire all’interno della nostra trattazione, che tenteremo ora di spiegare nel modo più semplice possibile. La natura e dunque il motivo di tale sentimento è per Sartre un tentativo di trovare una libertà completamente priva di limiti, eliminando quel rapporto di dipendenza tra un individuo e l’altro al fine di abolire la propria dimensione di alienazione, mirando alla realizzazione d’un mondo proprio ove l’altro non esiste. In parole ancor più povere una ricerca d’un mondo che appartenga nelle sue possibilità solo a noi, dove non si deve rendere conto di alcuna libertà se non della propria, là dove libertà si potrebbe intendere come gusto bisogno e necessità. Da questa definizione risulta chiaro che chi odia non è soddisfatto di quanto dovrebbe amare, e vive una condizione d’alienazione autoimposta o passivamente imposta dalla società che vive. Più andiamo avanti con la trattazione più ci rendiamo conto che l’odio di cui trattiamo risulta essere una condizione data da un isolamento o da una privazione, e ben spediti ci addentriamo verso l’agente che pone questi limiti.

L’odio verso ciò che non possiamo possedere

Se tramite Sartre abbiamo compreso che l’odio è frutto d’una volontà d’alienazione, e attraverso il Grinch abbiamo osservato come tale odio provenisse da una sostanziale differenza d’interesse, con la coesione d’entrambe le figure sarà a noi possibile intendere la realtà di questo sentimento, in questa fattispecie. Grazie alla redenzione finale dell’antagonista per antonomasia del Dr.Seuss, risulta chiaro che la natura di quell’odio non era una vera e propria differenza d’interesse, bensì un’interesse che non poteva essere vissuto, ma mi spiego meglio. Ciò che il Grinch temeva, a questo punto rappresentate dell’uomo in se, non era la gioia che il Natale portava ai Chi, chiaramente in questa analogia rappresentati della società, ma del non poter partecipare di questa gioia. Per nostra natura siamo propensi a provare invidia verso ciò che non possiamo possedere, e desiderare che chi possiede quella determinata cosa la perda, al punto tale da essere noi stessi a tentare di privarla, meschinamente intrisi dal sentimento più debole che si manifesta più fortemente. Tutto questo perché il più delle volte c’è più facile odiare un qualcosa che tentare d’ottenerlo, lasciandoci pervadere dal pigro odio che nulla fa per ottenere l’amore, troppo distante da lui seppur raggiungibile. Ma la lotta orientata verso ciò che vorremmo attraverso la sua eliminazione è di fatti poco intelligente, là dove con lo stesso sforzo potremmo invece partecipare d’un bene, anziché distruggerlo. E’ spesso più comodo demolire quanto fatto da altri, affinché sia giustificata la nostra mancata volontà di costruire, un cuore saggio al rancore preferisce il perdono e la partecipazione, così come ad una mente saggia non interessa aver ragione, ma imparare.

 

 

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