Il giornalismo del ventunesimo secolo: la disinformazione è erede della censura

Considerazioni sui recenti fatti di cronaca concernenti il vaccino AstraZeneca, in una analisi sul “neo” giornalismo attraverso le filosofie e le psicologie di Gustave Le Bon.

Operários, de Tarsila do Amaral, é exibida no Palácio dos Bandeirantes | VEJA SÃO PAULO

Nell’ultima settimana abbiamo avuto modo di leggere o sentire, attraverso articoli di giornale servizi televisivi e via discorrendo, una pluralità di notizie concernenti un singolo argomento: il vaccino AstraZeneca. Riportando l’esatto titolo d’un articolo web del Messaggero possiamo dunque avviarci verso questa difficile analisi, nel tentativo di seguire passo per passo la triste piega che l’informazione mediatica sta prendendo nel corso degli ultimi anni, il titolo recita così:” AstraZeneca, trombosi dopo il vaccino a Latina: donna di 35 anni ricoverata grave. Primo caso in Italia”. In questa titolazione il primo elemento, d’immediata recezione, è un valore numero, ed è quel “primo caso in Italia”. Ci saremo ormai abituati dopo un anno di Covid-19 al come un singolo episodio possa far notizia al punto tale dal far diventare la singola unità un valore x, alla quale può essere associato qualsiasi valore e, soprattutto, come la legge dei grandi numeri sia stata detronizzata dalla legge dell’isteria di massa. Il punto che si vuole cogliere è a questo punto già chiaro, ma il contesto nella quale lo si vuole cogliere necessita che questa lettura sia intrapresa con attenzione.

Il fenomeno del vaccino AstraZeneca

Per quanto la capacità informativa d’ognuno sia oggi più ampia che mai e nonostante io sia dotato d’un account Facebook, non posso definirmi un virologo. Ed è proprio per questo motivo che all’interno di questo articolo non ci crucceremo tanto dell’effettiva validità del vaccino AstraZeneca, dandone per scontata la sicurezza attraverso la già citata legge dei grandi numeri, ma sarà nostro interesse soffermarci su come quei pochi casi abbiano così tanto influenzato la sua distribuzione e come tale attenzione su questi pochi numeri si sia dimostrata così incoerente. Il primo e brevissimo punto sulla quale tendo soffermarmi è un semplice paragone privo di fine, consistente nella reazione dei più a quei primi numeri di casi di Covid-19. Quando in Italia contavamo ancora pochi casi, sia il governo che chi è governato ha destato ben poche preoccupazioni per quanto riguarda il caso, ritenendo una decina o un centinaio di casi un numero effettivamente non preoccupante, o quantomeno non necessariamente preoccupante. Un esempio lampante di tale attitudine è stata la scorsa estate, la quale si può facilmente intendere come un circenses senza panem in risposta alla precedente quarantena. L’alto numero di contagi suscitò una preoccupazione decisamente inferiore a quella che pochi casi di reazioni e sottolineo reazioni, alla somministrazione del vaccino AstraZeneca. La mortalità del virus nei casi che già avevano patologie o di persone anziane che faceva da scudo nel caso del virus, funge adesso da spada nel caso del vaccino. Temiamo più la cura che la patologia, ma per quale motivo? La risposta è da ricercare in più punti.

La psicologia delle folle

“Psicologia delle folle”, del 1895, è la più nota ed autorevole opera dell’antropologo e sociologo Gustave Le Bon. All’interno dell’opera Le Bon effettua una attualissima analisi sulla natura comportamentale delle masse all’interno della società del tempo, definendole come forza puramente distruttiva e priva d’una visione d’insieme. La massa, assolutamente intollerante e figlia d’un totalitarismo che pone da sé a se stessa, vive in un inconscio collettivo che attua nella sua formazione una totale deresponsabilizzazione del suo agire, rendendosi suscettibile a qualsiasi influenza esterna che vanti d’una certo potere persuasivo, che sia questa rappresentata da un individuo, da un avvenimento o da una notizia. In una società che è protesa ad affidarsi sempre più alle altrui considerazioni, che delega ogni volta che può il suo pensare a qualcun altro, è chiaro che il rischio che un’errata interpretazione si perda come una macchia d’olio è sempre presente. Se a queste considerazioni si aggiunge quel dito sempre puntato sul nulla, ma alla costante ricerca d’un colpevole, diventa chiaro che la perenne ricerca d’un capro espiatorio o d’un semplice sfogo di massa alla quale trasferire le proprie frustrazione si pone come costante pericolo d’insurrezione “cerebrale”. L’uomo medio è incoerente, cerca un nemico che non conosce e una volta che questo viene puntato lo molla difficilmente, o comunque non prima d’aver creato terribili conseguenze.

Il giornalismo del ventunesimo secolo

Se parte della responsabilità è da dare a chi acquista il giornale, una ricca fetta di questa torta isterica è da conservare invece per chi li vende. In una società dove si rinuncia sempre di più alla qualità in favore della velocità e della quantità, i mezzi d’informazione si sono dovuti adeguare a questa terribile corsa senza meta, e la vittoria dello schermo sulla carta non ha assolutamente giovato alle priorità d’un giornalista sulla notizia che dovrebbe portare. L’interesse d’un giornale poteva prima riassumersi così: prima di tutti e più precisamente di tutti. Per rafforzare il prima la rinuncia al precisamente è stata d’obbligo. Prima della notizia si scrive il titolo, che sempre più inizia a diventare l’articolo stesso. Non è più la curiosità a motivare il click, ma la paura. Quell’etica della responsabilità di chi informa s’è repentinamente tramutata in interesse ad informare a tutti i costi, e non bene. Se prima il numero uno che indica quel singolo caso di trombosi non sarebbe stato necessario a far notizia, adesso è parte integrante della notizia. E se per tornare a bere razionalità una società malata ha bisogno di più informazione, che la fonte di tale informazione sia avvelenata non può altro che peggiorare la situazione. Il problema d’una società ferma che corre per inerzia è che ha stabilito un punto d’arrivo che non conosce, non curandosi nemmeno della sua capacità di gestire questa sua velocità, che per niente segue le effettive capacità delle sue scarpe da corsa. L’uomo sta indossando scarpe sempre più strette, e quel dolore che ne riceve lo fa si correre più velocemente, ma se la vita fosse invece d’uno scatto una maratona? Se l’obbiettivo non fosse quello d’arrivare prima ma d’arrivare e basta? Nella tecnologia, nell’etica, nell’informazione, ci apprestiamo a seguire una sempre più celere marcia, non tenendo conto di chi resta indietro e non tenendo conto che potremmo ogni tanto fermarci a mirare il paesaggio. In favore dei motori abbiamo fatto della montagna della vita una grande galleria, dove al finestrino è tutto nero e difficile da identificare, ed ogni giorno si fa più difficile frenare, ed ogni giorno consumiamo più benzina, noncuranti che l’ultima stazione di servizio è stata già superata tempo fa.

 

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