Il Superuovo

Il Dantedì ci invita a riflettere sull’immensa influenza del sommo poeta nella letteratura contemporanea

Il Dantedì ci invita a riflettere sull’immensa influenza del sommo poeta nella letteratura contemporanea

Il 25 marzo ricorre il Dantedì, giornata nazionale dedicata al grandissimo poeta Dante Alighieri. Poiché in questo giorno, secondo i dantisti, ebbe inizio il viaggio oltremondano reso immortale nei versi della “Divina Commedia”. 

Illustrazione di Paolo e Francesca di Gustave Doré

A 700 anni dalla morte del poeta, avvenuta nel 1321, il Dantedì acquista ancora più significato e stimola una profonda riflessione sul ruolo che Dante con le sue opere ha svolto, e tutt’ora svolge, nella nostra cultura. Egli ha con i suoi versi ha toccato i cuori di chiunque li abbia letti, ed è stato fonte di ispirazione e modello di riferimento per moltissimi letterati e artisti, anche i più vicini ai giorni nostri. Dalle prime lecturae dantis di Boccacio, ai commenti di Foscolo, al grande critico letterario Francesco De Sanctis che lo celebra appassionatamente nella sua “Storia della letteratura italiana”, dalle citazioni di Eliot e Pound alle opere d’arte di Dante Gabriel Rossetti, Bouguereau e Dalì.

Dante in Eugenio Montale: la barca di Caronte

Eugenio Montale, uno dei massimi poeti nel Novecento italiano, devo moltissimo al letterato medievale. A livello linguistico è l’erede del plurilinguismo presente nella “Divina Commedia” ma la sua somiglianza a Dante non si limita alla varietà delle parole inserite, fra cui anche le più prosaiche. La tecnica del correlativo oggettivo altro non è che il recupero dell’allegoria, che arricchisce la realtà prospettando una dimensione metafisica e la donna di nome Clizia, che compare in numerosi componimenti, riprende il ruolo salvifico di Beatrice. Così le città moderne tratteggiate ne “Le occasioni” richiamano gli scenari infernali, in questi spazi urbani tutti gli uomini sono dannati a soffrire nella prigione dell’esistenza. Il paesaggio del III canto dell’Inferno compare nella poesia “Buffalo” a deformare una competizione ciclistica notturna. L’ansa al secondo verso, è la curva del fiume infernale Acheronte, metafora di una delle curve del velodromo e l’affollarsi di persone ricorda l’ammassarsi convulso dei dannati in smaniosa attesa di salire sulla zattera del traghettatore Caronte. Infine negli, ultimi versi, lo stordimento sensoriale dell’io lirico è descritto nella reminiscenza dello svenimento di Dante e del successivo risveglio, nel canto IV, nel Limbo.

Un dolce inferno a raffiche addensava

nell’ansa risonante di megafoni

turbe d’ogni colore. (…) da un palco

attendevano donna ilari e molli

l’approdo d’una zattera. Mi dissi:

Buffalo! -e il nome agì.

Precipitavo

nel limbo del sangue e i guizzi incendiano la vista

come lampi di specchi. (…)

 

“La barca di Dante” di Eugène Delacroix

L’Inferno dantesco in “Se questo è un uomo” di Primo Levi

Le atrocità dei lager nazisti, talmente terribili e inenarrabili vengono presentate distaccatamente nell’opera di Primo Levi “Se questo è un uomo” del 1947. L’autore, un ebreo sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz, con un’essenzialità disincantata che trafigge il cuore fa emergere il meccanismo crudele di annientamento umano dei deportati messo in atto dai nazisti. Per poter descrivere l’inferno angosciante del lager inserisce continui riferimenti all’Inferno dantesco. Ma la “Divina Commedia” diviene anche l’ultimo appiglio rimasto a cui aggrapparsi per non perdere la propria umanità e sprofondare in una condizione di brutalità e annichilimento totale. Così quando prova a insegnare l’italiano ad un altro detenuto tenta strenuamente di ricordare i versi del XXVI canto, quello di Ulisse. Quando cita la terzina “Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver come bruti,/ma per seguir virtute e canoscenza” la sente improvvisamente in tutto il suo valore, percepisce che è rivolta proprio a lui, a tutte le vittime di quelle allucinanti torture. Il lager porta all’annientamento della natura dell’uomo, “la semenza”, che dimentica la sua dignità e si riduce ad un bruto. I versi  danteschi costituiscono per Levi un’ancora di salvezza, l’unica speranza rimasta per non lasciarsi trasformare in una cosa dalla malvagità dei suoi carnefici.

“Dante e il suo poema” di Domenico di Michelino

La bolgia dei ladri in “Todo Modo” di Leonardo Sciascia

“Todo Modo” è un’opera del 1974 dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia. Il libro, ricco di riferimenti culturali, dalla letteratura all’arte, fornisce un quadro impietoso e desolante della società italiana e dei rapporti fra i suoi esponenti politici. Il protagonista è un pittore, quindi una figura estranea agli intrighi del potere, che si ritrova nell’eremo di Zafer, “al confine dell’inferno“, ad osservare gli esercizi spirituali a cui partecipano gli esponenti di un partito cattolico, sotto la guida del potente e ambiguo don Gaetano. Il pittore ha modo di constatare l’ipocrisia e l’opportunismo di quei politici, disposti ad ingannarsi gli uni gli altri pur di raggiungere i propri scopi materialistici. Durante il momento della recita del rosario nel piazzale, costituiscono uno spettacolo infernale, appaiono come i dannati della bolgia dei ladri descritta da Dante nei canti XXIV-XXV dell’Inferno. Quelle anime corrono affannosamente fra i serpenti e loro stesse sono soggette a tramutarsi mostruosamente in esseri simili a serpenti. Così quelli, con le loro trame di affari losche, con la loro corruzione e la loro doppiezza si rivelano simili ad un insieme di serpi subdole.

E in quel momento anche chi, come me e come il cuoco, li vedeva nell’abietta mistificazione e nel grottesco, scopriva che c’era qualcosa di vero, vera paura, vera pena, in quel loro andare nel buio dicendo preghiere: qualcosa che veramente attingeva all’esercizio spirituale: quasi che fossero e si sentissero disperati, nella confusione di una bolgia, sul punto della metamorfosi. E veniva facile pensare alla dantesca bolgia dei ladri.

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