Il Superuovo

Il genio nasce dalla follia? L’itinere di Don Chisciotte e Nietzsche

Il genio nasce dalla follia? L’itinere di Don Chisciotte e Nietzsche

Parallelismi tra l’hidalgo Don Quijote e Nietzsche, attraverso l’opera che lo vede protagonista, di Miguel de Cervantes, e il filosofo stesso, in un  “Erasmico” elogio alla loro follia.

File:Wilhelm Marstrand, Don Quixote og Sancho Panza ved en ...

Crolla il luogo comune, ben radicato da Descartes in poi, che la follia sia una condizione che rende impossibile il pensiero. Il rischio di impazzire diventa intrinseco all’esercizio stesso della ragione. Nessuna logica può trincerarsi nel possesso di se stessa: incontrerà sempre insidie, pericoli, illusioni, terre ignote, ed è proprio attraverso questi due personaggi, vittime della loro stessa ragione, che è mio intento attraversare l’excursus che un uomo può ritrovarsi ad affrontare se messo all’angolo dai suoi stessi pensieri.

Don Quijote de la Mancha

El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha è un romanzo spagnolo di Miguel de Cervantes Saavedra, pubblicato in due volumi, nel 1605 e 1615. L’opera tratta per sommi capi, dopo un topos Manzoniano, delle alee di Don Quijote, accanito lettore di romanzi cavallereschi, e il suo scudiero Sancho Panza, contadino da lui trascinato in tale ruolo. Purtroppo per Don Chisciotte, la Spagna del suo tempo non è quella della cavalleria e nemmeno quella dei romanzi picareschi, e per l’unico eroe rimasto le avventure sono scarsissime. La sua visionaria ostinazione lo spinge però a leggere la realtà con altri occhi, e ad affrontare nemici immaginari, così suscitando riso da parte di chi lo osserva, e mostrandosi assolutamente folle agli occhi dei più. Sancho Panza, dal canto suo, sarà in alcuni casi la controparte razionale del visionario Don Chisciotte, mentre in altri frangenti si farà coinvolgere dalle ragioni del padrone.

Friedrich Nietzsche

Nietzsche poeta: il Lamento di Arianna – Intellettuale Moderno

 

Friedrich Wilhelm Nietzsche è stato un filosofo, saggista, compositore e filologo tedesco del ventesimo secolo. Probabilmente uno dei pensatori che più ha condizionato le tematiche del pensiero del suo tempo, e influenzato assolutamente quelle future, è una figura incredibilmente vicina a quella del cavaliere di Cervantes, nonché il chiaro esempio di come la follia, probabilmente intrinseca in ogni uomo, possa essere un incipit di pensiero oltre che un limite. I primi scritti del filosofo di Rocken restano per lo più sconosciuti, ampiamente influenzati da Il Mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer, a causa del suo “pensiero selvaggio”, di non facile interpretazione, mentre a quelli più maturi tocca la sorte dell’esser, a parer del pubblico, contaminati dal germe della sua follia, il quale lo colpisce in maniera degenerativa trovando forza in una tremenda meteoropatia ed un’agghiacciante emicrania. Ma è proprio questa “follia”, caratterizzata da accessi demenziali inconsapevoli, , secondo lo scrittore, che proprio la solitudine e la sofferenza gli avrebbero permesso una straordinaria lucidità critica, liberandolo dalla doxa popolare e da qualunque vincolo di pensiero, permettendogli di scrivere una realtà solamente a lui visibile, e rendendolo capace dunque di superare quei confini già calcati, così come lo stesso Don Quijote affrontava i suoi nemici immaginari, che l’uomo “comune” ignorava, non capace di vederli, così Nietzsche progrediva nella formazione di una forte dottrina filosofica, che avrebbe da lì a breve capovolto il senso della filosofia antica, e creato le basi per quella futura.

L’elogio alla follia

Entrambe le figure trattate non ripudiano la loro realtà conoscitiva, propria ed unica per entrambi, ma la affrontano e la vertono a loro favore, incuranti dell’impossibilità del dimostrarla e della consequenziale approvazione dei più. La loro follia è al contempo un eccesso di conoscenza che finisce per sopraffare, un contatto con misteri così alti che finiscono per schiacciare. La follia è dunque il genio che non sa dominare se stesso e che, alla fine, si cancella. Per Leopardi sembra esistere, tra genio e follia, un rapporto strettissimo: almeno il rapporto che c’è tra una cosa e il suo eccesso. l carattere d’eccesso che l’età romantica riconosce alla follia può essere tale da farne un fenomeno perturbante: un fenomeno, cioè, che sconvolge la nostra normale percezione della realtà, evocandoci insieme qualcosa di sinistro e di oscuramente famigliare. La follia rivela così il nostro aspetto oscuro; il fantastico e il soprannaturale dicono qual’è la nostra reale natura, ed è proprio tramite questa “visione”, che il genio si manifesta e si fa portavoce della stessa, mostrando quanto è possibile mostrare solo tramite il vortice che tali eccessi possono generare. L’alienazione mentale fornisce una fissità che si oppone alla lacerante molteplicità della realtà, la quale molto spesso tende a limitare, se non abbattere, quella flebile luce di “vera” ratio, circondata dall’imponente buio del pensare comune. La follia altro non è che la fuga dagli schemi conoscitivi universali, ed è proprio tramite questa altalenante rotta che il genio si manifesta, seppur molto spesso incompreso ed emarginato, portatore di quei cambiamenti che quasi sempre , dopo una prima fase di assoluto silenzio, stravolgono il mondo intero con la potenza della loro voce.

 

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