Il film “Il Postino” ci insegna che tutti possono essere poeti

Tratto dal romanzo “Il postino di Nerudadi Antonio Skàrmeta, questo film del 1994 – ultimo sforzo del grande Troisi – può considerarsi un vero e proprio elogio al potere della poesia. Poesia che, come dice il protagonista Mario in una scena: “non è di chi la scrive…è di chi gli serve “. Così si giustifica in un modo sgrammaticato, ma sincero, il postino di Neruda, quando, appropriandosi di una sua poesia, la dedica all’amata. Se ne appropria perché la sente sua, perché – come spesso accade agli uomini – trova nelle parole del poeta quei sentimenti che lui non riusciva ad esprimere. E ancora, in un’altra scena, ammette: A me mi piaceva pure quando avete detto “Sono stanco di essere uomo”, perché è una cosa che pure a me mi succede però non lo sapevo direNon è forse questo che fa la poesia? Dar voce ai sentimenti degli uomini, che sono universali?

Il Postino” altro non è che la storia di un uomo qualunque, Mario – interpretato da un bravissimo Massimo Troisi – che si avvicina alla poesia grazie all’incontro con il celebre poeta Neruda, in esilio nel suo paese. Come non provare tenerezza per quest’uomo che, in un’isola in cui son quasi tutti ignoranti, dice di saper ” leggere e scrivere…senza correre, però” ? Che non sa cosa sia una metafora, ma vorrebbe tanto esser poeta, avere anche lui quella capacità di dire agli altri ciò che sente dentro di sé. Ma soprattutto, vorrebbe trovare le parole per far innamorare di sè Beatriz, la donna più bella del paese. Per questo, dopo aver stretto amicizia con il poeta, lo supplica di scrivere una poesia per lei. E Neruda, giustamente, si sente offeso nel suo ruolo di poeta. Come può infatti un poeta inventare dal nulla, senza conoscere l’oggetto della sua ispirazione? Però Mario non sa a chi altro chiedere, lui è l’unico poeta che conosce, gli altri sono tutti pescatori. Ed ecco che Neruda gli fa notare che anche loro si sono innamorati, anche loro hanno trovato un modo per parlare alle loro amate. Perché l’amore non è mica un sentimento che possono esprimere solo i poeti!

Questo film insegna che tutti possono essere e in fondo sono poeti perché per essere poeti non è importante conoscere le figure retoriche, avere un’istruzione elevata, ma basta mettere su carta i propri sentimenti, trasformare quelle sensazioni in immagini. Poi le metafore e il resto verranno da sè.

Quando la spieghi, la poesia diventa banale. Meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni che può svelare la poesia a un animo predisposto a comprenderla.

Mario e il linguaggio della poesia: metafora e sinestesia

N: Metafore, diamine! 
M: E cosa sarebbero? 
Il poeta posò una mano sulla spalla del ragazzo. 
N: Per spiegartelo più o meno confusamente, sono modi di dire una cosa paragonandola con un’altra
M: Mi faccia un esempio. 
N: Be’, quando dici che il cielo sta piangendo, cos’è che vuoi dire? 
M: Semplice! Che sta piovendo, no? 
N: Ebbene questa è una metafora

In realtà, Mario sa bene cos’è una metafora. Ma è talmente abituato a credere che la poesia sia roba da poeti, da non rendersi neppure conto, in una scena, di aver creato lui stesso una metafora. Quando, dopo aver sentito Neruda leggere una sua poesia, ammette di essersi sentito “come una barca cullata dalle sue parole. Non è forse questa una metafora? Un modo come un altro per fare poesia?

Un’altra figura retorica che Mario inconsapevolmente usa è la sinestesia, cioè l’accostamento di due parole appartenenti a piani sensoriali diversi. Quando registra per Neruda i vari suoni dell’isola, ecco che a un tratto dice:

” Numero sette: cielo stellato dell’isola. Bello, però non me n’ero mai accorto che era così bello “

Qui non sta forse cercando di rendere udibile, cioè percepibile con l’udito, un oggetto percepibile solo con la vista? Come si può sentire un cielo stellato? Con l’ingenuità che lo contraddistingue, Mario ha appena fatto una poesia, ma non lo sa. Perché a volte le poesie nascono così… per caso.

Eleonora Raso

 

 

 

 

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