Il disastro ambientale e la teodicea: siamo davvero del tutto impotenti di fronte alla natura?

L’impotenza dell’uomo di fronte alle catastrofi naturali e la questione della teodicea.

Una valanga si abbatte sulle valli del Monte Bianco

Giorni infiniti di pioggia, valanghe a più non posso e fiumi che esondano. Ogni giorno di questa nuova era è un terremoto di Lisbona 1755. Una data importante per la storia del pensiero, che più che mai aveva costretto i filosofi a ritornare in modo nuovo sulla questione della teodicea, e cioè sul rapporto tra la giustizia di Dio e la presenza del male nel mondo. Oggi però il problema si pone in modo diverso, perché la maggior parte dei disastri a cui assistiamo sono conseguenza dell’azione dell’uomo. Nessun Dio contro cui puntare il dito, ma solo noi stessi. Lo scorso sabato una valanga è caduta nella zona del Monte Bianco provocando due morti. E le valanghe sono uno dei fenomeni iscritti alla lista delle principali conseguenze alla questione ambientale. Una questione che resta sempre in mano a noi.

La teodicea

Il termine viene coniato dal filosofo tedesco Gottfried Wihlelm Leibniz, che lo utilizza come titolo nell’opera del 1705 Saggi di teodicea sulla bontà di Dio, la libertà dell’uomo e l’origine del male. Dal greco significa letteralmente ”giustizia di Dio”, appunto theos, Dio e dikè, giustizia. Le principali problematiche a ruotare intorno alla questione della teodicea sono bene o male le stesse contenute nel titolo dell’opera leibniziana, quindi libertà e origine del male nel mondo in relazione alla bontà sempre attribuita a Dio. Tutti temi cui le varie dottrine religiose si erano trovate a dover rispondere, ancor prima che il filosofo tedesco introducesse il termine.

Gottfried Wihlelm Leibniz (1646-1716)

Le quattro risposte possibili alla teodicea

La risposta ebraica alla questione della teodicea è pressoché totalmente contenuta nel libro di Giobbe, l’uomo che, pur devotissimo al suo Dio, perdeva tutti i suoi beni e vedeva ammazzare i figli. Fatti che suscitano nel buon Giobbe un doppio tormento, perché gli rendono anche indecifrabile la legge di quel Dio nel quale sempre e comunque aveva riposto la sua fede. Le possibili reazioni di fronte alla sofferenza degli innocenti sono allora quattro, da cui derivano le quattro diverse e principali concezioni della divinità nella storia del pensiero. La prima è quella degli amici di Giobbe, che convinti del principio di giustizia retributiva terrena lo accusano di aver compiuto un qualche male che egli stesso ignora, e che gli sta ritornando sotto altra forma. Un atteggiamento che però alla fine del libro viene condannato da Dio stesso. La seconda invece è ben rappresentata da Dostoevskij nella figura di Ivan de I fratelli Karamazov, ed è quella che interpreta il fatto come prova della non esistenza di Dio. La distribuzione della sofferenza nel mondo sarebbe perciò totalmente casuale, spesso insensata, o comunque dettata da logiche costituite nella società – dal peccato quindi di altri uomini. La terza possibilità, avanzata da Epicuro, è quella di un Dio indifferente alle vicende umane; un’opzione insostenibile ad esempio nella religione ebraica, fondata sull’idea di un Dio che si prende cura dell’uomo. La quarta e ultima risposta alla teodicea ci riporta alla Bibbia, versetto 45, 15 di Isaia, dove per la prima volta leggiamo le parole Deus absconditus. Un Dio nascosto. Invocando l’incommensurabilità della sapienza di Dio, l’imperscrutabilità del suo volere e l’infinita sofferenza delle creature, il concetto di Deus absconditus, già sostenuto da Pascal, è a fondamento di tutta la teologia negativa e in parte della teologia dialettica.

Una raffigurazione di Giobbe

Che fine fa la teodicea oggi?

Di fronte ai disastri naturali restiamo comunque impotenti. Ma questo non ci autorizza a ritrovarci continuamente a piangere i nostri morti e ripeterci che quelle dell’ambiente sono solo le risposte a un secolo di azioni sulle cui possibili conseguenze, in quanto non incombenti, non ci eravamo più di tanto soffermati. Oggi che abbiamo gli strumenti, che la teodicea entro certi limiti possiamo forse anche manipolarla, la responsabilità è grande. Siamo diventati superuomini che non sanno gestire la propria superominità. La questione del male nel mondo, le cui radici restano e sempre resteranno a noi sconosciute, oggi assume un peso tutto diverso: e cioè non siamo più autorizzati a invocare la gratuità delle disgrazie se non abbiamo fatto ciò che era in nostro potere per evitarle. Di qui il fondamento della più fortunata declinazione contemporanea della filosofia morale, quella dell’etica ambientale, che si afferma a partire dagli anni ’70. Nata sulla scia dell’animalismo negli stessi anni, e quindi sulla questione dei doveri morali dell’uomo rispetto agli altri animali, l’etica ambientale spazia da temi come l’antropocentrismo, l’olismo e l’individualismo. Secondo la definizione di Andreozzi, l’etica dell’ambiente è una ”forma di riflessione filosofica che estendendo il più possibile il proprio campo di interesse alle dimensioni spaziali e temporali dell’intero ambiente in cui e su cui agisce l’essere umano, e decentrando […] il discorso dagli agenti umani, si interroga sull’eticità del nostro relazionarci direttamente o indirettamente con gli enti non umani e/o le dinamiche naturali e, quindi, sul loro status morale e sulla possibilità che questi posseggano un valore indipendente dal nostro giudizio o quantomeno dalla nostra utilità.”

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