Il crollo dei linguaggi artistici attraverso le opere dei principali autori novecenteschi

Il filosofo delle religioni e antropologo Ernesto De Martino ha affermato che la fine del mondo culturale e psicopatologico si è riversato inevitabilmente anche nel mondo della letteratura novecentesca, in particolar modo quella francese e inglese. Andremo ora ad analizzare principalmente quella inglese.

Si iniziarono a vedere i primi sintomi di confusione e sbandamento solo a seguito dei risultati della prima guerra mondiale, alcuni scrittori trovarono però una tecnica in grado di dissolvere la realtà e un modo per non avere a che fare quotidianamente con i disastri provocati dalla grande guerra: Stream of Consciousness.

Flusso di coscienza: spostamento del centro di gravità

Attraverso questa nuova, moderna e rivoluzionaria tecnica si ottiene un completo spostamento del centro di gravità in un romanzo. Precedentemente gli argomenti più importanti, posti sotto i riflettori per l’intera durata dell’opera erano problemi sociali, culturali, politici ma anche dubbi esistenziali, decisioni, in poche parole: il paesaggio esterno. Ora non più, ora tutto ciò è stato completamente eclissato, annerito, cancellato, non ha più importanza e di conseguenza viene nascosto fino a celarsi completamente. Il centro è ora posto all’interno dei pensieri dei personaggi, nell’intera opera viene esposto il solo flusso di coscienza, una vera e propria marea di pensieri che si versa incessantemente sulle pagine del grande e profondo libro. L’esterno, le azioni quotidiane sono ormai di poca importanza, anzi, vengono talvolta prese in considerazione soltanto come mero espediente per poter continuare a palesare e manifestare i propri oscuri pensieri. A seguito di questa moderna rivoluzione non può che esserci la perdita della verità obiettiva e del narratore onniscente; i pensieri la fanno da padrone. Il tempo esterno, esteriore e oggettivo viene quasi del tutto annullato a favore del tempo interiore, interno e soggettivo. Questa concezione di tempo è dilatata e ingigantita fino all’inverosimile, un singolo pensiero, una singola azione arriva a durare ore, pagine e pagine.

James Joyce: “Se Ulysses non vale la pena di essere letto, allora la vita non vale la pena di essere vissuta”

James Joyce, scrittore e poeta irlandese, inizia a scrivere Ulysses nel 1914, lo termina sette anni dopo, nel 1921. L’opera narra la monotona e triste giornata del 16 giugno 1904 di Leopold Bloom, sua moglie Molly Bloom e Stephen Dedalus. L’Ulisse può essere considerato l’emblema del monologo interiore e del flusso di coscienza, l’intera opera tratta dei pensieri di Leopold e Molly. Il ripetitivo Leopold è contrapposto al suo amico, conosciuto tra l’altro durante il girovagare per le strade di Dublino – descritte perfettamente da Joyce- Stephen Dedalus: colto, sapiente ed esistenziale. L’opera termina con il lungo e celeberrimo monologo interiore di Molly Bloom in cui i suoi pensieri scorrono ininterrottamente fino alla fine dell’opera, qui tratta dei suoi avvenimenti passati più disparati, quando era una giovane ragazza a Gibilterra, i ricordi del padre, del mare, della natura, di Dio e del fatidico momento in cui, distesa su un promontorio insieme al suo uomo, disse sì: << Oh quel pauroso torrente laggiù in fondo Oh e il mare il mare qualche volta cremisi come il fuoco e gli splendidi tramonti e i fichi nei giardini dell’Alameda sì e tutte quelle stradine curiose e le case rosa e azzurre e gialle e i roseti e i gelsomini e i geranii e i cactus e Gibilterra da ragazza dov’ero un Fior di montagna sì quando mi misi la rosa nei capelli come facevano le ragazze andaluse o ne porterò una rossa sì e come mi baciò sotto il muro moresco e io pensavo be’ lui ne vale un altro e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora sì allora mi chiese se io volevo sì dire di sì mio fior di montagna e per prima cosa gli misi le braccia intorno sì e me lo tirai addosso in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato sì e il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio sì. >>.

La fine del mondo interiore si riversa nelle pagine degli autori novecenteschi:

Il filosofo delle religioni e famoso antropologo italiano degli inizi del novecento, nelle sue opere dichiara che nel momento in cui si ha una perdita e un differimento del centro di gravità nella cultura e nella società di un popolo si ottiene e si sviluppa la fine del mondo interiore. Nel caso dei centinaia di autori del XX secolo questa crisi è provocata dalle disastrose conseguenze delle guerre mondiali che ,a loro volta, non potevano più essere trattate attraverso l’oggettivismo e la scrittura che si era precedentemente sviluppata nel corso dell’ottocento e dunque hanno trovato un escamotage: il flusso di coscienza.

La fine del mondo interiore è provocata dalla possibilità, dal pensiero che inizia ad instaurarsi nelle menti delle persone, che il mondo culturale finora costruito ed edificato potrebbe crollare, smontarsi, svanire a causa di forze maggiori che tendono a sviluppare la sua fine. In questo caso la crisi scatenata è di carattere culturale: si basa dunque sulla storia, sulla cultura e sulle fondamenta che hanno retto una società. Questa crisi causa un blocco del mondo culturale, chiamato da De Martino Ethos del trascendimento, ovvero la continua e irrefrenabile trasformazione dell’ambiente da interamente naturale a prodotto culturale, o meglio Cultura. A causa dell’arresto dell ethos del trascendimento potrebbe esserci un ulteriore fermo che causa la crisi della presenza da parte dell’intera società: la consapevolezza dell’essere nel mondo, di essere parte attiva di esso, potrebbe arrestarsi proprio a causa delle forze maggiori che causano l’impossibilità del flusso dell’ethos del trascendimento.

 

 

 

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