Il confine tra genio e follia: quattro filosofi ci mostrano quanto sia labile

Che i filosofi siano spesso ritenuti dei folli non è certo una novità: ma quanto lo sono davvero? Alcuni avevano semplicemente abitudini strane, alcuni, si pensa, dei veri e propri disturbi psichici. Ma ciò non ha impedito loro di essere assolutamente geniali.

Genio e follia, è abbastanza risaputo, vanno spesso in coppia. Alcune volte, il confine tra l’uno e l’altro sfuma, un pensiero può sembrarci tanto astratto e incomprensibile da farci chiedere se effettivamente abbia un senso, o sia solo un assurdità. Altre volte, persone dalle folli abitudini hanno concepito opere che indiscutibilmente hanno del geniale. Nella filosofia, il confine già labile sembra scomparire. Genio e follia convivono nella mente dei più grandi pensatori della storia.

Un ritratto di Pitagora di Samo

1. Pitagora

Dei filosofi antichi ci son giunti molti aneddoti su personaggi bizzarri, gente che vive nei vasi, che cade nei pozzi, che muore ridendo alle sue stesse battute… Ma un personaggio davvero fuori dal comune fu Pitagora. Ricordato per aver fondato una delle più importanti scuole filosofiche dell’antichità e aver fatto innumerevoli scoperte in ambito scientifico e matematico (anche se, dobbiamo ricordare, molte di queste sono probabilmente attribuibili a suoi allievi), Pitagora fu un personaggio eclettico, ma anche davvero folle.  Un esempio è un categorico divieto che impose ai suoi allievi: niente fave. Le cause di questa fobia per il legume non sono note. Il suo comportamento, inoltre, non era quello di un uomo comune: si racconta, per esempio, che un giorno si rifugiò in una sorta di buco sotto terra a scrivere, e quando dopo tempo si decise a riemergere, scarno e cadaverico, affermò di essere entrato nell’Ade. Anche il fatto che riconoscesse la voce dei suoi defunti amici nei versi degli animali ci può sembrare un po’ strano, ma giustificabile, dato che credeva profondamente nella reincarnazione.

Søren Kierkegaard

2. Kierkegaard

Se, ai giorni nostri, Kierkegaard avesse fatto un paio di visite, probabilmente la diagnosi sarebbe stata chiara: disturbo ossessivo-compulsivo, probabilmente un po’ di depressione, sicuramente ansia. Per tutta la vita fu perseguitato dall’idea di essere maledetto, che Dio lo volesse punire per qualche suo recondito peccato. Si sentiva come “una spina nel fianco” che non gli dava pace, che non gli permetteva di vivere una vita tranquilla. Era capace di passare da uno stato d’animo perlomeno sereno all’ira e alla furia, dall’allegria alla tristezza turbante, con cambi d’umore repentini e senza un motivo apparente. In pubblico poteva sembrare tranquillo, per poi trovarsi all’improvviso ad attaccare e criticare aspramente altri intellettuali con i quali conversava. Questo suo turbamento, la sua vita irrequieta però, sono anche ciò che gli ha permesso di essere il grande scrittore che è stato, di esprimere uno straordinario pensiero filosofico e di essere un’esistenzialista ante litteram.

Simone de Beauvoir e Jean Paul Sartre

3. Simone de Beauvoir

Simone de Beauvioir, nella sua vita, è stata attivista, insegnante, scrittrice e una grande filosofa. La sua vita privata, però, fu fuori dagli schemi, come d’altronde era il suo carattere. La sua non fu tanto follia, quanto un cercare di essere il più anticonvenzionale possibile. Di certo non fu una filosofa come ce la potremmo immaginare. Divise la sua esistenza quasi in due vite parallele, del tutto opposte. Scrittrice, ma anche donna libera, non si precluse nessuna esperienza. Eccentrica in ogni aspetto, compresa la sua vita sentimentale: il legame con Sartre fu solido ma controverso, di certo non una tradizionale relazione. Spesso viene definita femminista, eppure lei con il femminismo non voleva aver niente a che fare, risultava addirittura critica con le donne, pur ricercandone la libertà. Ambigua in ogni suo gesto, insomma. Lei stessa affermò:

«Di me sono state create due immagini. Sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica. Ho abitudini dissolute; una comunista raccontava, nel ’45, che a Rouen da giovane mi aveva vista ballare nuda su delle botti; ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale, ecc.
Con i tacchi bassi, i capelli tirati, somiglio ad una patronessa, ad un’istitutrice, ad un caposquadra dei boy-scout. Passo la mia esistenza fra i libri o a tavolino, tutto cervello. Nulla impedisce di conciliare i due ritratti. L’essenziale è presentarmi come un’anormale.» 

4. Nietzsche

A conclusione di questa lista, quello che forse fu il più celebre caso di lampante follia nella storia della filosofia. Si parla infatti di Friedrich Nietzsche, il più importante e influente filosofo del IXX secolo. Verso la sua morte, avvenuta per altro solo a 56 anni, Nietzsche subì un vero e proprio tracollo mentale. Si tratta in questo caso dunque di vera e propria patologia psichica. Il primo, e più eclatante, caso in cui mostrò i sintomi della malattia fu durante un corteo: vedendo il cavallo soffrire sotto i colpi di frusta si mise a piangere e corse ad abbracciare l’animale, per poi cadere in preda agli spasmi. Negli ultimi mesi iniziò a scrivere quelle che vennero a posteriori chiamate le “lettere della follia”: lettere indirizzate a suoi amici e conoscenti dove la psicopatologia emergeva in modo evidente. In una di queste chiamò addirittura il re Umberto I di Savoia con l’appellativo “mio figlio”. Nonostante il tono delirante di questi testi, lo stile di Nietzsche rimase invariato. La solennità e la fluidità della sua scrittura, così come il tono semi mistico vennero mantenuti. Anche nei contenuti, nonostante la follia si manifestasse crescendo sempre di più, il genio creativo non smise mai di produrre e di filosofare.

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