Il lockdown ha risvegliato la tradizione del “fatto in casa”. Sì, perchè il cibo contribuisce alla felicità.

Un anno fa ci trovavamo chiusi in casa e gli italiani si davano alla cucina. È stata rivolta al cibo la prima preoccupazione subito dopo l’annuncio di un lockdown, e già nella notte i supermercati sono stati assaliti. Sugli scaffali sono rimaste solo le penne lisce: finita la pasta, finito il latte, introvabile il lievito. Sì, perché la cucina è stata il passatempo preferito dagli italiani durante la quarantena. Pane, pizza e chi più ne ha più ne metta! È stata sensazionale la riscoperta del “fatto in casa” che anche se forse si era un po’ perso è parte della nostra tradizione.Tradizione che descrive anche Giovanni Pascoli, nel componimento “La Piada”.
“La Piada” di Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli nasce nel 1855 a San Mauro di Romagna, e per sempre resta affezionato alla vita di campagna dei suoi primi anni. Tra i componimenti forse meno noti della sua vasta produzione, uno è ispirato proprio alla piadina romagnola, che viene dal poeta definita come il pane dell’umiltà, il pane della libertà, il pane del lavoro. Nella poesia “La Piada” il poeta racconta di una notte in cui il forte vento gli impedisce di prendere sonno fino all’alba. Una volta addormentato, sogna che la pace scende a chi lavora. Solo lui, il casolare, e la sorella Maria: in questa circostanza, decide di proporle di prendere un setaccio e cominciare a preparare la piada.
“Maria, lo staccio! Siamo soli al mondo:
facciamo il pane che si fa da soli![…]
O lieve staccio, io t’amo. Il tuo destino
somiglia al mio: tener la crusca; il fiore,
spargerlo puro per il tuo cammino.[…]
Il poco è molto a chi non ha che il poco:
io sull’aròla pongo, oltre i sarmenti,
i gambi del granoturco, abili al fuoco.
Io li riposi già per ciò. Ma lenti
sono alla fiamma: e i canapugli spargo
che la maciulla gramolò tra i denti.
Nulla gettai di quello che non largo
mi rese il campo: la mia man raccoglie
anche i fuscelli per il mio letargo.
Maria, nel fiore infondi l’acqua e poni
il sale; dono di te, Dio; ma pensa!
l’uomo mi vende ciò che tu ci doni. […]
Ma tu, Maria, con le tue mani blande
domi la pasta e poi l’allarghi e spiani;
ed ecco è liscia come un foglio, e grande
come la luna; e sulle aperte mani
tu me l’arrechi, e me l’adagi molle
sul testo caldo, e quindi t’allontani.
Io, lo giuro, e le attizzo con le molle
sotto, fin che stride invasa
dal calor mite, e si rigonfia in bolle:
e l’odore del pane empie la casa.
[…]”

Cibo e felicità
La sensazione della felicità consiste nella risposta del sistema nervoso alla sollecitazione della serotonina, una sostanza che tra le altre cose si trova anche in diversi alimenti. Possiamo dunque affermare che il cibo ci rende felici? Sì, ed è questo che emerge da uno studio tra il cibo e il buonumore condotto da Everli, marketplace della spesa online. In un periodo in cui ci si trova spesso in casa tra studio a distanza e lavoro smart, è il cibo a fornirci conforto e soddisfazione. Pizza, patatine e cioccolata sono al primo posto, e il 57% degli intervistati afferma di preferire i piatti salati.
Per nove italiani su dieci, il cibo contribuisce ad ottenere il buonumore.
Italia: pizza, pasta…
La tradizione culinaria è senza dubbio tra gli elementi che segnano la notorietà dell’Italia all’estero. È parte di noi, come vero e proprio patrimonio culturale, e la riscoperta del “fatto in casa” a cui ci ha portato il lockdown ne è una testimonianza. D’altra parte, emerge viva anche dalla poesia di Pascoli la pasta liscia come un foglio e grande come la luna. E poi, nel sogno raccontato nel componimento, cosa strilla il poeta rivolto alla sorella una volta realizzato che sono rimasti da soli, loro, in quel casolare in camoagna? Facciamo il pane che si fa da soli!