Il calendario Pirelli si ferma: Come comunica la fotografia senza usare le parole?

Dalla mimesi al segno, l’importanza della fotografia, nel campo della comunicazione. Il calendario Pirelli si ferma, ma il tema del The Cal voleva essere la ricerca di una bellezza femminile fuori dall’ottica maschilista.

Emma Watson, per il calendario Pirelli 2020. Fotografo Paolo Roversi.

Il The Cal, decide di non pubblicare l’edizione del 2020, per donare i fondi, messi a disposizione per la creazione del calendario, alla ricerca per il Covid-19, la piaga che sta mettendo il mondo con la faccia al muro da qualche mese. In questo articolo non voglio parlare del virus, perchè ne sentiamo parlare abbondantemente tutti i giorni. Vorrei, invece, spiegare ai miei lettori l’importanza che ha la fotografia di comunicare dei messaggi, infatti, Paolo Roversi scelto come fotografo per questa edizione del Pirelli, ha affermato di voler cercare la Giulietta shakespeariana in ogni donna, e di volerlo fare attraverso la fotografia, per eliminare quella visione maschilista, che perseguita l’immagine della donna da secoli.

Backstage, Pirelli 2020.

Dalla mimesi al segno, dal segno al testo

La nascita della fotografia, possiamo collocarla più o meno intorno agli inizi dell’800. In principio il dibattito, era incentrato sopratutto sulla sua esecuzione meccanica, che è da sempre in lotta con la pittura o la scultura, perché vedeva le capacità dell’artista portate al minimo. Per la sua capacità mimetica, che si fosse favorevoli o contrari a questa pratica è sempre stata considerata come un analogon del reale.  All’interno del dibattito, c’era chi proponeva di utilizzare la fotografia per questioni utilitarie e funzionali, così da alleggerire il carico di lavoro che fino a quel momento faceva parte del quotidiano dei pittori, ecco, così creata una netta distinzione tra fotografia e pittura, alla prima solo la funzione documentaria e referenziale, alla seconda il compito della ricerca formale e artistica.

Ma grazie allo studio di molti, che rifiutavano la concezione mimetica della fotografia, rivelando come essa fosse codificata da un punto di vista, culturale, sociologico ecc; Arrivati a questo punto si costituisce l’idea che il principio di realtà non è solo che l’effetto, e che l’immagine fotografica ha un grande potere di trasformazione, allo stesso modo del linguaggio, ecco che quindi è sottoposta alle stesse codificazioni culturali.

Questa concezione ha avuto il suo culmine, con l’arrivo dello strutturalismo e ha caratterizzato il dibattito sulla linguisticità della fotografia. Due sono i paradigmi semiologici che colpiscono la fotografia, il primo è quello a livello interpretativo proposto da Charles Sander Peirce, il secondo è il metodo strutturale – generativo di A. J. Greimas. Il primo costituisce una teoria sull’interpretazione dei segni, appellandosi al modello dell’inferenza logica, sottolineando le condizioni di utilizzo dei testi. Mentre il modello strutturale – generativo, sposta l’attenzione dal segno al testo, intendendo come testo qualsiasi metodo di comunicazione culturale (film, foto, immagini ecc..) , ne propone una base semantica comune, proponendo una riflessione sui modi di significazione di diversi tipi di testi.

Evoluzione della fotocamera.

 

Per comunicare non servono solo le parole

Come il calendario Pirelli ci insegna dal 1963, per comunicare non servono solamente le parole, ad esempio, il tema 2020 sarebbe dovuto essere, la ricerca della Giulietta di Shakespeare che si trova dentro tutte le donne, per eliminare lo stereotipo maschilista. Secondo un’intervista fatta per il sito web Pirelli, lo stesso Roversi afferma:

Giulietta è una donna che ha grandi valori umani, pronta a sacrificare tutto per il suo amore. Sposa il suo nemico, è una ribelle che va al di là delle regole. In soli quattro giorni si trasforma: da una ragazza naif e innocente quale era, diventa una eroina che lotta contro tutti per salvare il valore dell’amore, per difendere la fedeltà al suo sposo.

Kristen Stewart, per Pirelli.

Seguendo le sue parole, cerchiamo di passare alla pratica, già dalla foto a sinistra, notiamo come lui voglia rappresentare una Giulietta ribelle, in questa specifica foto, ritornando alla questione, che non servono le parole per comunicare, se non avessimo una didascalia che ci spiega cosa rappresenta questa foto, riusciremmo a capire già dalla prima occhiata che la foto ci racconta di una ragazza ribelle, la prima cosa che ci colpirebbe, sarebbe che come da stereotipo le ragazze hanno i capelli lunghi, ma lei invece ha un taglio molto androgino, quasi per farci confondere.

Adesso, torniamo indietro nel tempo, precisamente al 1960, quando Barthes scrive Il messaggio fotografico, un saggio dedicato alle fotografie sui giornali, dove lui stesso afferma che la fotografia si presenta come un messaggio senza codice, spiegandoci che gli elementi che lo costituiscono non sono dei segni autentici, in quanto non li si può considerare effettivamente altro, rispetto al suo oggetto. C’è segno se c’è un principio di trasformazione; ma in una foto nel passaggio dall’oggetto all’immagine, non c’è mai trasformazione, di conseguenza non esiste segno e neppure un codice che li organizzi. Eppure la fotografia comunica, ecco il nostro punto di partenza, la domanda che sorge spontanea a questo punto è ‘Come comunica la fotografia?’. Sembra facile da spiegare, ma in realtà è più contorto di quanto sembri, ciò che si sviluppa in assenza di un codice, prende il nome di messaggio denotato, accanto a questo abbiamo un messaggio connotato, quest ultimo è il modo in cui la società fa leggere ciò che pensa di una determinata immagine, quindi le fotografie mandano in modo ‘silenzioso’ questi due messaggi, che il nostro cervello automaticamente ci porta a rielaborare, il primo è ciò che vediamo d’impatto, il secondo è quello che pensiamo di quella determinata cosa.

 

Storytelling, l’arte di narrare con le immagini.

Se faccio le foto con uno smartphone, sono un fotografo?

La ovvia risposta a questa domande è: NO. Ce lo dice lo stesso Roversi.

La fotografia non è una immagine scattata con un iPhone, è un linguaggio che non tutti conoscono, come avviene in letteratura, musica e pittura. Non è sufficiente fotografare per essere fotografi. Servono anni di studi, bisogna metterci il cuore.

Pensare di essere un fotografo, solo perchè il nostro cellulare fa delle foto nitide e a primo impatto belle, non vuol dire essere un fotografo professionale. Chi fa della fotografia il proprio lavoro, ha alle spalle anni di studio, e ancora dietro questi studi ci sono centinaia di esperti, semiologi, sociologi, linguisti, perfino matematici che hanno creato teorie su teorie per spiegare la funzione della fotografia e arrivare alla fotografia perfetta. Vorrei parlarvi del fondatore dell’agenzia Magnum, un agenzia che racchiude tutti i migliori fotografi del mondo – veramente pochi-  il suo nome è Henri Cartier – Bresson, è stato uno dei prima a cercare la perfezione nelle sue fotografie utilizzando la sezione aurea che teoricamente è il risultato del rapporto tra due grandezze diverse, la cui grandezza maggiore è il medio proporzionale tra la grandezza minore e la somma delle due. Il risultato è un numero irrazionale che viene approssimativamente abbreviato a 1,6. Questa costante matematica ha origini antiche e venne introdotta in geometria dai pitagorici ma era noto già ai tempi dell’antico Egitto se si pensa che un numero molto vicino a 1,6 è il risultato delle proporzioni della piramide di Cheope.

Uomo in bicicletta nella Dawn Street. H. Bresson.

 

La fotografia rappresentata a destra, con il titolo “Uomo in bicicletta sulla Dawn Street” è una delle prime foto di Bresson, come possiamo vedere è sovrapposta al reticolato della sezione aurea, su cui combacia perfettamente, ecco un ottimo esempio di fotografia aurea.

 

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