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“L’idiota” di Dostoevskij e “Lazzaro felice” di Rohrwacher ci insegnano l’importanza della bontà

Il film “Lazzaro felice” segue la strada della bontà disinteressata, che spianò Dostoevskij con “L’idiota”.

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Un film e un libro, un contadino e un principe, un Lazzaro e un Idiota. I protagonisti di queste due vicende non potrebbero essere più diversi, eppure condividono un punto di tangenza: la bontà.

 

L’intelligenza di un idiota

È la bontà la qualità principale di Lev’ Nicolaic Myskin, uomo buono, ingenuo, solidale. È definito un idiota, per la sua eccessiva bontà e proprio grazie a questa è considerato una specie di santo; tant’è che c’è chi nella sua figura ha rivisto la reincarnazione di Cristo.
Nonostante sia considerato un idiota però, dimostra una sapienza e un’intelligenza addirittura superiore a tutti quelli che lo circondano, poiché egli ama riflettere e ammira il mondo in maniera disincantata, come se si stesse approcciando alla realtà per la prima volta. Attorno a lui si muove una incredibile folla di personaggi che urlano, piangono, gridano il loro dolore pubblicamente. Sono meschini, sono ingenui, sono feriti, sono avidi. Definiscono il principe “idiota” perché se qualcuno lo ingiuria arrossisce di vergogna per la bassezza altrui; perché non sa mentire, e non vuole nemmeno farlo; perché basta lo sguardo accigliato di qualcuno a mandarlo in confusione; perché anziché attendere di essere ricevuto nel salottino dell’anticamera, preferisce intrattenersi con il cameriere e discorrere con lui della pena di morte; perché ha una fiducia illimitata nel prossimo anche se il prossimo sembra impegnarsi al massimo grado per disattenderla. Tutto ciò lo rende un idiota. Sfido chiunque a questo punto a definirlo in altro modo. Eppure questo idiota finisce per diventare il confidente di chi più lo tratta male, attrae irresistibilmente chi lo denigra. Dostoevskij ha scritto un romanzo in cui il protagonista è un uomo prekrasnyj,  aggettivo solitamente tradotto come “buono” ma che dovrebbe invece indicare, stando alle traduzioni più fedeli, lo splendore della bellezza. È di questo che ci parla il protagonista, della bellezza salvifica del mondo che ci circonda, anche nelle sue cose più semplici. È da notare poi come Dostoevskij abbia usato nell’opera la parola “mir” che in russo – fatto curioso – ha due significati: mondo e pace. Il mondo dunque porta già in sé il germe della pace, ma a quanto pare non siamo stati in grado di coltivarlo adeguatamente. Sono pochi gli uomini che sanno farlo, come Myskin; e Lazzaro– protagonista dell’ultimo film di  Alice Rohrwacher.

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“Lazzaro felice”: la bontà è morta, ma può risorgere

Lazzaro porta in sé il germe del quale parla Dostoeskij: non vede cattiveria nel mondo. È un ragazzo buono, quasi troppo, e si sa:  ad essere troppo buoni, in questo mondo, si muore. Per sopravvivere è necessaria una corazza. Lo sanno bene i contadini de “L’inviolata”, tenuta immaginaria nell’Alto-Lazio dove vivono come mezzadri per la marchesa Alfonsina De Luna. Una vita difficile la loro, che si adeguano al sistema di sfruttamento al quale sono costretti e in maniera analoga sfruttano il giovane Lazzaro, che sorridente, accetta sempre di buon grado qualsiasi lavoro. Guardandoli dall’alto della sua villa, la Marchesa commenta il lavoro dei suoi mezzadri con il figlio Tancredi:

“io sfrutto loro, loro sfruttano quel povero ragazzo”

“Forse lui non sfrutta nessuno”

“Non è possibile”

La gentilezza nel mondo non può esistere, è una pianta troppo delicata per poter resistere nella terra aspra dei mezzadri della Marchesa; eppure Lazzaro sa farla fiorire. Continuerà la sua opera di bene, un’ostinata missione di bontà contro tutto e tutti, che determinerà la sua salvezza, quando starà per essere divorato dai lupi. Ma il lupo non lo mangia, perché sente un odore che non ha mai sentito prima; l’odore “di un uomo buono”.

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Il tempo della gentilezza

È proprio la bontà la chiave di lettura del film, che si muove su due tempi paralleli ma diversi, uno rettilineo– quello di Lazzaro- e uno circolare– quello dei contadini. Questi, nella loro assenza di bontà racchiudono l’essenza dello sfruttamento: sfruttano e pertanto sono sfruttati, situazione che non cambierà mai- anche quando si libereranno della perfida Marchesa, pertanto restano bloccati nella loro circolarità, condannati all’immobilità eterna.

Lazzaro, invece, è l’unico personaggio che è libero di muoversi nel tempo e nello spazio restando “sé stesso”, rimanendo fedele ai propri ideali e non cambiando mai. Pur seguendo l’evoluzione temporale e i cambiamenti spaziali delle riprese, il suo personaggio mantiene sempre la propria aura di sacralità. Non è Lazzaro a cambiare il mondo, ma è questo che cambia per lui, esterrefatto dalla sua purezza, un fiore sempre più raro, ma che dovremmo imparare a coltivare e preservare.

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