‘Identità’ cercasi: la Marvel e Pirandello dicono come trovare il vero io (sempre che esista)

Trovare la propria identità è un’attività tutt’altro che semplice. Forse l’unica soluzione è imitare una fenice, cioè consumarsi fino a rinascere dalle proprie ceneri. Ma siamo sicuri che un ‘true self’ esista?

Esiste un ‘true self’?

Secondo gli antichi filosofi cinesi, un true self non esiste. Questo vuol dire che, in realtà, noi siamo degli esseri multifaccia, in cui ognuna di queste facce ha lo stesso valore. Evitare un atteggiamento, sostenendo che esso ‘non sia da noi’ sarebbe dunque estremamente limitante, perché si andrebbero a non considerare tutte le sfumature che ci compongono. Destabilizzante vero? Fino ad ora si era creduto di avere le idee chiare sulla propria identità; ma invece, se si sceglie di dare retta a saggi uomini vissuti secoli fa, ci si rende conto che tutto quello su cui avevamo deciso di basarci non è altro che una bugia.

Alla fine, però, il fatto che un true self non esista potrebbe essere positivo. Cosa le persone sono infatti disposte a fare pur di trovare chi sono veramente? Ma soprattutto, cosa effettivamente porterebbe a comprendere cosa siamo, senza lasciarci imprigionati in una ricerca senza fine? A volte pare che l’unico modo per scoprirci interamente sia bruciarci e rinascere dalle nostre ceneri, anche se anche questo non sembra sempre essere utile.

 

Jean Grey, la fenice

Jean Grey è esattamente la figura che al momento fa al caso nostro. La fenice è uno dei personaggi più interessanti dell’universo Marvel, che proprio ora l’ha resa protagonista di una pellicola tutta sua uscita nelle sale italiane questo 6 giugno. Il film ruota intorno alla figura di Jean che sta prendendo coscienza delle sue enormi capacità, purtroppo per lei non sempre benevole. Questa rinascita come fenice causa un’enorme confusione nella protagonista, che si perde alla ricerca di se stessa.

Jean mette in dubbio tutto ciò che conosceva ed inizia una lunga scoperta di quello che non solo era, ma anche che è e che dovrà essere. La fenice, quella entità spaziale con cui ormai farà coppia fissa, le fa riscoprire dettagli della sua personalità che la faranno dubitare su quello che ‘è da Jean’ e quello che non lo è. Gli antichi cinesi andrebbero a nozze con questo personaggio spezzato che cerca disperatamente di rimettere insieme la sua vita attraverso piccoli passi.

Ma la particolarità più divertente è che solo attraverso quello stesso essere che l’ha messa in dubbio, Jean riuscirà a comprendere quello che crede essere il suo posto del mondo. La ragazza non ha altra scelta che bruciare tutto ciò che conosceva di se stessa e, da quelle ceneri, ricostruirsi. Lasciar morire una parte di sé per accoglierne un’altra che non può essere ripudiata. Accettare ciò che sconvolge per crescere ed evolversi. Bruciare e rinascere dalle proprie ceneri. Ma è quindi essenziale consumarsi come una fenice per riscoprire la propria identità, sempre che essa esista?

Sophie Turner è la fenice nera nel nuovo film Marvel

 

Il fu Mattia Pascal 

Questa prospettiva spaventa. Essere costretti ad effettuare dei gesti estremi come morire in parte per rinascere non è esattamente qualcosa che tutti sono disposti a fare, perché significherebbe rinunciare ad una certezza per un’incognita.

Ma ancora più spaventoso è quando si sceglie di morire per davvero al fine di identificarsi con il proprio io. Luigi Pirandello fa di questa idea non solo un romanzo, ma anche un’ideologia. Il tema del doppio, del faticare a rappresentarsi in se stesso, della ricerca incessante di un’identità che sembriamo destinati a non trovare mai; il tema delle maschere, del perdere se stessi quando ci si stava cercando… Tutta la sua opera si incentra su questo malessere umano di perdita e falsa conquista. Un esempio ne è ‘Il fu Mattia Pascal‘.

Qui il protagonista, Mattia Pascal, sceglie di morire due volte per trovare se stesso. Vive una vita doppia, dove è tutto ma anche niente. Mentre è Mattia ruba le donne d’altri, viene considerato uno sfaccendato e viene infine dato per suicida. Mentre è Adriano Meis, il suo alter ego romano, abita in uno specchio della realtà, dove potrebbe avere tutto ciò che desidera ma effettivamente non può, non esistendo per il resto del mondo. Il protagonista non riesce ad immedesimarsi in nessuna delle sue facce, troppo imperfette per motivi diversi, e decide di scappare da ognuna di esse. Se all’inizio crede che la morte sia la soluzione per ritrovarsi e riscoprirsi, alla fine ‘Il Fu’ si rende conto che neanche fingersi una fenice gli può servire nella sua incessante ricerca, segnando forse un punto a favore della ideologia asiatica.

Luigi Pirandello

 

(Cercare di) essere o non essere, dunque? La domanda che Shakespeare poneva secoli fa pare essere ancora perfettamente contemporanea. Tutte le società hanno infatti girato attorno a questo punto ed una cultura come la nostra, dove sembra necessario trovare il proprio posto nel mondo, non fa eccezione. Che la soluzione sia andare a riflettere con uno teschio in mano sulle guglie di un castello in Danimarca?

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