Le aziende, tagliando gli stipendi, si dimostrano sempre più solidali nei confronti di un Italia in ginocchio. Verga dice che il guadagno non porta alla felicità, i manager saranno d’accordo?

Guadagnare di meno per vivere. Sembrava impossibile fino a un anno fa sostenere tale affermazione, ma ora l’importante è lavorare, non guadagnare. La sopravvivenza è diventata un sentimento comune che supera i sogni finalizzati all’avere. Vedremo se il padre del verismo italiano, con la sua lotta verso la smania di possesso, aveva ragione nel sostenere gli ideali incentrati sull’etica.
Si toglie ai grandi per dare ai piccoli
Diverse imprese, per far fronte a questa emergenza, hanno deciso, di comune accordo con i diretti interessati, di diminuire gli stipendi dei manager. I risparmi accumulati sono stati, giustamente, girati a strutture sanitarie in chiara difficoltà economica o ai dipendenti in cassa integrazione che non avevano ancora ricevuto liquidità da parte dello Stato. Nomi anche di rilievo a livello europeo hanno preso parte a questa iniziativa, come Luxottica, Ikea, Generali, Unicredit e tante altre. Il riservare questi soldi ai dipendenti, aspettando quelli promessi dal Governo, è fattore positivo che porta a rendere i lavoratori parte integrante di una famiglia e a crescere il senso di appartenenza a essa. Fondamentale, in questo periodo, mantenere un potere d’acquisto che sia quantomeno discreto, e anche in questo il lavoro delle aziende è stato più che rilevante.
Giovanni Rana è stato un esempio per tutti: ha promesso un aumento salariale, del 25%, a tutti i dipendenti per ringraziarli del lavoro che in questo giorni hanno dovuto affrontare per gestire grandi quantitativi di ordini. A questo è stato aggiunto un bonus di 400 euro per mantenere le spese di babysitting vista la chiusura delle scuole. Come se tutto questo non bastasse per considerarlo, oltre a un grand’uomo, un egregio capo, ha stipulato un’assicurazione che copre tutti i dipendenti in caso di contagio da Covid-19.
E se tutti seguissero il buon esempio?
Uno studio dell’Osservatorio Jobpricing, confrontando i dati già in suo possesso riguardo gli stipendi e i numeri che l’Inps mette a disposizione, ha constatato che, se tutte le più grandi aziende facessero come quello che abbiamo citato sopra, il denaro risparmiato ammonterebbe a una cifra che oscilla vicino i 2,5 miliardi di euro. Le più recenti notizie riportano un possibile ritardo per quanto riguarda l’arrivo della liquidità finalizzata alla cassa integrazione dei lavoratori; questo si potrebbe contrastare seguendo lo studio dell’Osservatorio. Gli stipendi dei dirigenti analizzati, se ridotti solamente del 10%, potrebbero portare all’immediato utilizzo di ben 750 milioni di euro; solo arrivando al 50% del taglio la cifra raggiunge i 2,5 miliardi.
La denuncia verghiana
Negli anni in cui era attivo Verga si stava affermando una società che portava tutti i cittadini verso un inesorabile baratro caratterizzato da smania di possesso e aggressiva febbre di denaro. Un uomo come Verga, che ha faticato a trovare una stabilità economica con la sua vocazione, non poteva accettare che questi nuovi concetti entrassero nella testa delle persone. Nel progresso lui ci vedeva la morte dell’arte e della cultura: l’artista e l’intellettuale non erano più le figure di spicco della società, la loro funzione si limitava a osservare e ritrarre la condizione di degrado che l’etica e la morale subivano gradualmente.
I più poveri e più umili erano quindi, per lo scrittore siciliano, i conservatori di un patrimonio basato sugli affetti e suoi valori ideali della famiglia. Queste comparse della società erano degli eroi per Verga, eroi a cui però spetta un destino crudele esattamente come a tutti i partecipanti a questo mondo. Un destino di sconfitta che avviene non appena questa vita campestre deve, necessariamente, scontrarsi con la vita sociale, uno scontro traumatico per gli eroi verghiani che sono costretti a soccombere.
L’esempio di “Mastro don Gesualdo”
Gesualdo è un lavoratore instancabile, un muratore (mastro) che arriva a ricevere il titolo di “don”, e quindi ad entrare nell’élite dei benestanti cittadini. Tutto questo però ha un prezzo, un prezzo forse troppo alto, ma necessario: l’allontanamento degli affetti che distraevano dagli obiettivi di possesso. Sposa così Bianca Trao, la figlia di un nobile, rinunciando all’amore della sua serva Diodata, da cui ha avuto due figli. Dal matrimonio con Bianca nasce Isabella, una figlia viziata che si vergogna delle umili origini del padre anche davanti al suo futuro sposo, il duca di Leyra. Questi s’impossessa del sudato patrimonio di Gesualdo, il quale si troverà a morire, considerato un ingombro, nel castello di Isabella e di suo marito.
Il messaggio è chiaro: la legge del profitto non ripaga. Una vita di sacrifici non ha portato al titolo di “don”, il vuoto degli affetti e la solitudine che governano la vita del protagonista sono la vera e unica conquista finale.