Nel Novecento la questione del tempo si fa talmente pressante e urgente da entrare persino nell’arte, e in particolare nella pittura. Irrompe con prepotenza nei quadri cubisti mandando all’aria secoli di tradizioni e convenzioni pittoriche.

Georges Braque, Violino e Brocca, 1910 (Pinterest)Braque e Picasso, nei primi anni del XX secolo, sperimentano per cercare soluzioni di linguaggio artistico nuove e inedite, capaci di introdurre il fattore durata nella pittura. In Violino e brocca, del 1910, i piani tattili e i frammenti che compongono gli oggetti derivano da punti di vista diversi. Questo vuol dire che il pittore traduce sulla tela l’indagine visiva che ha svolto per conoscere l’oggetto, un’indagine che si è svolta nel tempo e nello spazio. Già Cézanne aveva intuito questo espediente, e nei suoi lavori la tela del quadro smette di essere una finestra trasparente come lo era nell’Umanesimo e si fa opaca, dove può problematizzare quello che vede della realtà.

Non è un caso forse che questo accada proprio quando i ritmi di vita si fanno più frenetici. Con l’avvio della modernità il tempo infatti riceve una spinta d’accelerazione non indifferente. Le ore di una giornata sembrano non bastare mai e gli impegni si susseguono uno dopo l’altro, in una corsa sempre più veloce.

In quegli stessi anni un altro gruppo di artisti, questa volta italiani, registra la novità del fattore tempo. Nel 1909 Filippo Tommaso Marinetti dà vita al Futurismo lanciando il suo Manifesto letterario, mentre l’anno dopo verrà pubblicato quello relativo alla pittura. I futuristi sono interessati a due cose principalmente: il progresso e la velocità. Registrano come carattere della modernità proprio questo suo andare di corsa, sempre in movimento, proiettata in avanti verso il futuro. Russolo in Automobile in corsa (1912-13) cerca di rendere attraverso la frammentazione del soggetto il suo dinamismo, la velocità capace di piegare persino la casa sullo sfondo.

Luigi Russolo, Automobile in corsa, 1912-13 (artefootball.com)

Lo sappiamo fin troppo bene, la spinta che ha ricevuto il tempo nel Novecento non si è di certo fermata prima di arrivare fino a noi. I ritmi di vita che abbiamo oggi sono spesso forzatamente rapidi e i momenti di riposo e pausa non sono poi molti. Ma c’è una cosa che è cambiata, e credo che possa essere vista come una sorta di evoluzione della velocità. Se pensiamo ai social, e soprattutto a Instagram, ci accorgiamo come al loro interno il tempo non sia solo rapido ma è diventato transitorio. Le storie che pubblichiamo hanno il respiro di 24 ore, poi scompaiono. Quanto dura un giorno? Pochissimo, oppure un’eternità. Certo è che che con i ritmi che stiamo affrontando, 24 ore ci possono sembrare molto più lunghe di quello che sono in realtà, perché ogni attimo viene riempito, ogni minuto occupato.

(seguidores.online)

Un piccolo gesto del pollice basta a far scorrere immagini, video e parole, relegandoli in fondo alla schermata, dove non li vedremo più. Quanti stimoli riceviamo al minuto? Fin troppi, oppure troppo pochi, dato che catturano solo una minima parte della nostra attenzione e spesso ci ritroviamo a pensare ad altro mentre i post ci scorrono davanti agli occhi.

Il tempo da veloce è diventato transitorio, ha invaso ogni ambito della nostra esistenza (anche la superficie di un quadro) e si riempie sempre più di nuovi significati. Ora è persino capace di sovrapporsi e muoversi con due andature diverse. Il ritmo della vita e quello del digitale che si sfiorano e contagiano a vicenda. Forse il passaggio dalla velocità al transitorio non significa nulla. Io però credo che sia cambiato il nostro modo di stare al mondo, ma soprattutto quello in cui pensiamo le nostre giornate e la nostra vita.

Martina Volpato

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