Il Superuovo

I punk si pronunciano sull’aborto: Bodies dei Sex Pistols come denuncia sociale

I punk si pronunciano sull’aborto: Bodies dei Sex Pistols come denuncia sociale

Da sempre, nel nostro immaginario, i punk sono considerati come sporchi attaccabrighe. Ma che opinione hanno sui temi sociali tipicamente considerati progressisti? Vediamolo.Citando un meme molto in voga in queste ultime settimane: facile giudicare un punk per come si presenta, prova a giudicarlo per come la pensa. Sketch di Elio a parte, dal momento della fondazione di questa sottocultura, a fine anni ’70, le persone che si sono riviste in questa sono state denigrate e osteggiate. Ma siamo proprio sicuri che il movimento punk non voglia dirci altro, oltre a sporcizia e ribellione? I Sex Pistols non sono di quest’idea.

Bodies dei Sex Pistols: la denuncia sociale

E’ il 1977 quando l’Inghilterra viene sconvolta da uno degli album più rivoluzionari del decennio: Never Mind The Bollocks, Here’s The Sex Pistols. L’autore è proprio la band Sex Pistols, gruppo costruito a tavolino, con il solo intento di provocare, da Malcom McLaren, sorta d’imprenditore culturale, e sua moglie, la famosa stilista Vivienne Westwood. Il risultato? Un unico disco, presto diventato un’icona. Questo affronta tutti i temi caldi del declinante Regno Unito di fine anni ’70, tra critiche alla monarchia, proteste per l’altissimo tasso di disoccupazione e denunce su temi sociali. Parliamo, per esempio, della canzone Bodies: la protagonista del testo è Pauline, una ragazza di Birmingham internata in un istituto per la salute mentale. Proprio qui, nel luogo dove sarebbe dovuta essere più tutelata, viene stuprata da un infermiere e rimane incinta. Decide, però, di abortire e ciò la segnerà talmente tanto che, una volta dimessa dalla casa di cura, racconterà la sua storia a John Lydon, frontman dei Sex Pistols, dopo un concerto. E il resto è storia.

Bodies difende o attacca l’aborto?

In Bodies, John Lydon canta tutto il dolore e la frustrazione di giovane ragazza che va incontro ad un aborto dopo uno stupro. Infatti, il ritornello recita:

Mummy,

I’m not an animal

Sebbene per anni sia stata considerata una canzone anti-abortista, oltre che scandalosa per la crudezza delle immagini evocate, Il cantante si è più volte pronunciato su questa, dichiarando che il brano non vuole essere né pro, né contro l’aborto, ma desidera solo riportare, in chiave realistica, tutta la confusione, la rabbia, la tristezza e la sofferenza che molte donne provano in una situazione del genere. Perché, come dice il cantante stesso:”Non è soluzione facile da prendere. Non bisogna dare la vita umana per scontata, ma non bisogna neanche pensare in termini moralistici.“.

La storia dell’aborto in Italia

Partiamo dagli anni ’30. Il Codice Penale Rocco contiene ben quattro articoli riguardanti l’aborto, che è considerato un reato contro ‘l’integrità della stirpe (alla luce dell’ideologia fascista), punito con la detenzione. I movimenti femministi degli anni ’60 contribuiscono ad aprire il dibattito pubblico sull’aborto, pubblicando un’importante inchiesta sull’aborto clandestino. Servono ancora quindici anni e tanti processi (quello a Gigliola Pierobon del 1973, in particolare) per arrivare alla sentenza 27 del 1975 della Corte Costituzionale, che dichiara incostituzionale l’articolo 546 del Codice Penale, relativo alla penalizzazione dell’aborto nel caso di una donna consenziente. Riconoscendo che questo contrasta con gli articoli 31 e 32 della Costituzione Italiana (diritto alla protezione familiare e alla salute), viene sancito che la tutela del nascituro ha sicuramente fondamento costituzionale, ma che può collidere con altri beni protetti dalla legge, quindi non può essere una garanzia assoluta.

L’aborto oggi, tra diritto ed obiezione di coscienza

In definitiva, la gravidanza può essere interrotta quando il suo proseguimento implica danno o pericolo grave alla salute della madre: tutte le possibili casistiche sono regolamentate dalla legge 194 del 1978, che impone come limite massimo per abortire il terzo mese di gestazione. La ratio della norma è il bilanciamento fra il diritto alla salute della donna e del nascituro e l’autodeterminazione della prima. Il risultato? Il numero di aborti si è dimezzato e molte vite sono state risparmiate da ambo le parti. Oggi, però, il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza non è pienamente garantito. Infatti, vediamo il numero di ginecologi obiettori di coscienza in costante crescita da anni, con tragiche conseguenze: una recrudescenza degli aborti clandestini, abusi da parte di medici senza scrupoli e, da parte di chi se lo può permettere, l’utilizzo di cliniche straniere. Il problema è ancora lontano dal risolversi, ma auspichiamo un intervento del legislatore per un giusto bilanciamento fra il diritto all’autodeterminazione e alla salute delle donne ed il diritto all’obiezione di coscienza e all’autodeterminazione dei medici.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: