I falsi miti da sfatare su Nerone, l’imperatore definito folle e sanguinario

Ancora oggi ci insegnano che Nerone era pazzo; è ricordato da tutti come l’incendiario di Roma. Molte sono le accuse, tutte false, che accompagnano le memorie di un uomo che fu tutto tranne che crudele.

Figura 1: tipica raffigurazione di Nerone nel corso dei secoli. “L’imperatore Nerone contempla l’incendio del 18 luglio, 64”, autore sconosciuto, diciannnovesimo secolo.

Tacito e Svetonio lo raffigurano come malvagio, odiato tanto dal popolo quanto dal Senato. Gli autori cristiani lo definiscono un persecutore senza precedenti, sino a delinearlo come l’anticristo. Ma chi era in realtà Nerone? Le fonti archeologiche e il confronto di quelle letterarie (che portano a galla numerose contraddizioni) ci aiutano a riportare la figura dell’imperatore in una nuova e positiva luce.

1. L’incendio di Roma del 64 d.C.

Il primo storico ad accusare Nerone di aver dato fuoco alla città è Svetonio; è a lui che si deve la descrizione del pazzo principe che canta la distruzione di Troia mentre gioisce, scrutando le fiamme che divorano Roma. Sorprendentemente, è lo stesso Tacito a sfatare quest’accusa: l’imperatore, spiega, non era nemmeno presente in città allo scoppio dell’incendio. Trovandosi ad Anzio e detenendo l’autorità assoluta sui vigiles del fuoco (tradizione voluta da Augusto e da lui passata ai suoi successori), questi non potevano cominciare ad adoperarsi per lo spegnimento dell’incendio senza suo ordine. Dei messaggeri dovettero quindi andare a chiamarlo e con lui ritornare in città, dove ormai il fuoco era divampato, probabilmente a causa del caldo di luglio e del forte vento. Era molto frequente, infatti, che scoppiassero incendi in quel periodo dell’anno. Gli storici, a partire da Livio, frequentemente ne rendono conto. Anche se durante i secoli, a causa della tradizione formatasi nel tempo, ci è pervenuta l’immagine di un incendio epocale e mai scoppiato prima, la realtà era ben diversa. L’ultimo incendio si era registrato pochi anni prima sotto il predecessore di Nerone, Claudio, anche quello durato giorni interi.

Figura 2: Statua di Nerone da giovane, estremamente diverso dalle raffigurazioni postume. Non è da escludere che si miri a deformare anche l’aspetto del prinicipe, definito bello persino da Svetonio.

2. Un elemento mai considerato: la ricostruzione di Roma

A questo proposito è anche interessante sottolineare come l’origine dell’incendio venne identificata nelle cucine delle taverne accanto al Circo Massimo, luogo che Nerone amava molto: sin da bambino, ci raccontano gli storici, adorava seguire le corse dei carri e una volta divenuto imperatore gareggiò lui stesso come auriga. Era impossibile dunque che avesse deciso di incendiare un luogo a lui così caro: anche dunque le illazioni che lo vogliono fautore dell’incendio per far spazio alla meravigliosa Domus Aurea (costruita peraltro per motivi anche politici) cadono. Ancora una volta è Tacito a smentire, ma non solo: elogerà anzi grandemente il modo in cui Nerone si adopererà nella gestione dell’emergenza.

Rimase, ci dice, accanto ai vigiles e al popolo sino a che le fiamme non vennero estinte, e aprì i suoi palazzi e i suoi giardini agli sfollati. Finanziò in gran parte la ricostruzione di Roma, abbellendola da un punto di vista architettonico e rendendola anche funzionale, in modo tale cioè da limitare gli incendi futuri. La pianta della città da lui ideata (amava anche le arti, dalla scultura all’architettura e seguì egli stesso il progetto) fu talmente ben organizzata che non solo gli incendi futuri (comunque presenti, basti pensare a quello dell’80 d.C. sotto Tito, di soli 16 anni più tardi) furono ridotti per dimensioni e frequenza, ma rimase invariata sino al Medioevo.

3. La sua follia e l’odio provato dal popolo

Quest’altro elemento è talmente forte nelle fonti antiche da aver surclassato altri aspetti, sottolineati da critici moderni ma anche dagli stessi Tacito e Svetonio. Per prima cosa è bene considerare che Nerone viene definito in tale luce principalmente da Svetonio; Tacito tenta infatti di essere maggiormetne oggettivo, malgrado non provi simpatie parrticolari per l’imperatore. Questo è dovuto al fatto che entrambi provenivano dall’aristocrazia romana, estremamente conservatrice. Il principe al contrario fu sempre politicamente liberale e attento ai bisogni del popolo romano e provinciale; nel corso di tutto l’arco del suo impero (durato 14 anni) agevolò le sue condizioni in maniera che spesso non venne approvata da alcuni senatori. Solo la frangia più tradizionalista del Senato quindi provò realmente odio per Nerone; al contrario, ci furono anche molti nobili legati a lui e che elogiarono il suo operato. Il popolo, viceversa, amava profondamente il principe. Lo testimonia suo malgrado lo stesso Svetonio, scrivendo di una sfilza di Falsi Nerone che dopo il suo suicidio furono appoggiati dai popoli orientali e dalla stessa plebe romana, che sperava in un suo ritorno. Ma non solo: la sua tomba fu ornata per molto tempo da dediche, fiori e preghiere del popolo lì riunito.

Per quanto riguarda la sua follia e crudelitas, a questo punto non sorprenderà sapere che è un altro filone portato avanti principalmente da Svetonio. Si è già cercato, nel paragrafo precedente, di mettere in luce come in realtà Nerone fu estremamente illuminato e brillante nelle sue strategie, specie nelle emergenze che fu costretto ad affrontare nell’arco del suo principato. Egli fu anche un grande mecenate; dopo Augusto più nessuno si era preoccupato della letteratura, che sotto di lui ebbe nuovo impulso. Lui stesso scrisse poesie, cosa considerata estremamente sconveniente all’epoca. A questo si aggiunse anche la sua volontà di esibirsi come auriga nel Circo per la plebe e accanto a questa, cosa che lo portò ad essere uno fra gli imperatori più popolari in tutta la storia dell’impero. Al contrario, tali comportamenti turbarono profondamente i conservatori, strettamente legati alla tradizione degli antenati e al decoro che vedevano qui infranto da Nerone. Proprio questa concezione si è poi accentuata nelle fonti sino a trasformare la figura del principe, additato come folle assieme a suo zio Caligola.

 

 

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