Il Superuovo

I cinque più grandi “falsi miti” sulla filosofia greca

I cinque più grandi “falsi miti” sulla filosofia greca

Interpretare la filosofia non è mai semplice, e alcune volte si travisa del tutto quello che l’autore voleva in realtà spiegarci. In questo modo, nel nostro linguaggio comune sono entrate espressioni usate del tutto erroneamente, e racconti di discutibile credibilità.

La Grecia dei filosofi, che ci appare così distante nel tempo, ha influenzato a lungo la nostra cultura e l’intera storia della filosofia. Ancor oggi, il pensiero degli antichi ci offre grandi spunti di riflessione e molti insegnamenti, mantenendosi sempre attuale. Alcune volte, però, la distanza temporale ha impedito che gli scritti e le testimonianze pervenute risultassero chiare, dando origine a interpretazioni decisamente sbagliate e a veri e propri “falsi miti”.

L’amore platonico

Probabilmente vi è capitato più di una volta di sentire l’espressione “il nostro è un amore platonico” nei discorsi di tutti i giorni: espressione utilizzata, però, in modo del tutto improprio. Infatti, è ormai entrato nel linguaggio comune l’aggettivo “platonico” per definire un amore non fisico, puramente mentale-spirituale. In realtà, l’amore platonico è una cosa ben diversa: l’eros non è un semplice sentimento, una parola per descrivere la relazione tra due persone. È piuttosto un impulso, una spinta interiore verso la “bellezza” che l’anima subisce nel suo percorso di ricerca della conoscenza. Si configura essenzialmente come “amore per la conoscenza”, è un sentimento che ci spinge a ricercare e a comprendere il vero significato di ciò che ci circonda.

Platone profeta di Gesù

Alcuni tra i Padri della Chiesa (i primi importanti scrittori cristiani) hanno definito Platone un “cristiano” ancor prima dell’avvento del cristianesimo. Innanzitutto fa parecchi riferimenti riguardo al dualismo anima-corpo, ritenendo (come nella dottrina cristiana) la prima immortale e divina, il secondo corruttibile e impuro. Ma il passo che più venne travisato fu un brevissimo brano della Repubblica, dove narra:

Il giusto, proprio in virtù degli atti che compie, sarà flagellato, torturato, gettato in catene, gli saranno bruciati gli occhi e infine, dopo aver patito tutti questi mali, verrà affisso al palo.

Gli interpreti avrebbero visto, in tale affermazione, una profezia niente meno che di Gesù, che appunto sarebbe stato il più giusto tra gli uomini e che comunque venne condannato. Ovviamente, Platone niente aveva a che fare con il cristianesimo, dato che il suo unico ambiente era stato quello della Grecia del IV secolo. Con questo racconto il filosofo intendeva piuttosto mostrare un esempio estremizzato dell’uomo giusto, che per poter dire di possedere a pieno la virtù, deve essere capace di massima sopportazione.

Una celebre statua raffigurante Platone

Il monoteismo di Aristotele

Se, a differenza di Platone, Aristotele venne ricordato e tradotto per tutta l’età medievale, fu a causa di un grosso errore di interpretazione. Aristotele infatti sembrerebbe aver designato una teologia in cui il motore immobile, “pensiero di pensiero”, è l’ente più alto, è privo di materialità, è origine di tutto. Con l’avvento del cristianesimo, questa teorizzazione aristotelica venne fraintesa come una teoria monoteista. In realtà, il filosofo ateniese considerava sì il motore immobile come la più elevata delle essenze divine, ma non credeva certo che fosse l’unica. Anzi, questo primo motore avrebbe poi dato origine, a cascata, ad altri 55 cieli o motori, corrispondenti alle divinità del pantheon greco. Non ne riconosceva quindi la raffigurazione antropomorfa, ma rimaneva strenuamente politeista.

Essere un sofista

Il termine “sofista” ci porta a pensare a una figura negativa, una persona senza scrupoli e senza morale, che non crede alla distinzione tra vero e falso. I sofisti, si crede, sarebbero stati disposti a sostenere o controbattere una qualunque tesi solo per denaro, o a mero scopo edonistico. Sebbene alcuni, tra gli esponenti della “prima sofistica”, si siano comportati effettivamente in questo modo, il movimento in sè fu molto più ampio e articolato di quanto l’opinione comune sostiene. È innegabile, innanzitutto, la grande innovazione filosofica che portarono, mettendo in discussione i cosiddetti “dogmi” della cultura greca. Si configurò quasi come una sorta di “illuminismo” ante litteram: lo scopo della sofistica non era tanto quello di mettere in discussione le opinioni correnti per il gusto della sterile confutazione, bensì per rivalutare e riconsiderare ciò che fino ad allora si era dato per certo. Mettere in dubbio le credenze comuni, insomma, aveva anche uno scopo più altro: domandarsi se bisognasse adeguarsi a queste in modo assoluto, se veramente fossero le opinioni migliori, o se bisognasse cercare altri valori.

Diogene, il “Socrate pazzo”

Su Diogene di Sinope esiste una notevole quantità di aneddoti, tra i quali è difficile definire quali possano essere plausibili. Fondatore della scuola cinica, ricordato come il primo “cosmopolita”, fu di certo una personalità controversa ed eccentrica, ma anche un pensatore originale. Una leggenda popolare, con ogni probabilità totalmente inventata, narra che ci fu un incontro tra Diogene e Alessandro, e che quest’ultimo gli si fosse presentato ottenendo una reazione di indifferenza. Si dice che Alessandro gli avesse chiesto: “Come posso servirti?” e che la sua risposta fosse stata: “Spostati dal sole”. Perciò Alessandro, dopo l’incontro, avrebbe affermato: “Se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene”. Tale storia, che molto ha di romanzesco, fa ben comprendere però il carattere di questo filosofo non ordinario, da cui è appunto nata la scuola cinica.

Diogene, che avrebbe trascorso la vita in una botte

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