La televisione è vista da molti come il male in terra. Una scatola magica cattura menti e totalmente e completamente ipnotica. Un essere che se riesce a catturarti, non ti lascia più andare. Quello che è certo, è che passare una giornata a guardare la tv non sarà mai paragonabile allo spendere lo stesso tempo davanti ad un buon libro. Soprattutto quando si parla di bambini.

Quanto è vero che i bambini rimangono incantati davanti allo schermo senza capacità di ragionare?

Abbandonare gli infanti davanti allo schermo per ore non è mai un comportamento sano. Anche se, in realtà, non per tutte le ragioni che si potrebbero pensare. Si sente spesso parlare dei ‘bambini dagli occhi quadrati‘, totalmente incapaci di intendere e di volere davanti alle scene che il palinsesto televisivo ha deciso di propinar loro.

Ma se non fosse così? E se anche i bambini fossero in grado di ragionare sui contenuti, di porsi in modo critico davanti al medium e di arrivare a comprendere, veramente e nel profondo, ciò che stanno guardando?

 

Uno spettatore intraprendente

Per molti anni dalla nascita dei media digitali si è pensato che l’audience non fosse in grado di effettivamente metabolizzare i contenuti proposti. Gli esperti temevano che tutto ciò che passasse su uno schermo venisse preso per verità assoluta da un pubblico passivo e credulone, non in grado di crearsi un pensiero proprio.

Le audience sono passive o attive?

Per i sociologi della comunicazione è stata una rivelazione comprendere che, in realtà, l’audience era tutto tranne questo. Si inizia a credere che sia più il pubblico ad influenzare i media, piuttosto che l’opposto. Varie teorie vedono la luce. Teorie che si basano sugli usi che la popolazione fa dei media, ma anche del modo in cui essa li sceglie, e del perché.

Insomma, ci si rende conto che da un audience ostile e passiva, quella che ci si ritrova davanti ogni giorno è un audience pensante, critica, riflessiva ma sopratutto attiva ed intraprendente nei confronti dei prodotti mediali. Diventa piano piano chiaro che ogni persona rielabora ciò che sta seguendo a modo proprio, e decide quale elementi fare propri e quali invece eliminare. Dettaglio che potrebbe sembrare sconvolgente è che, in effetti, molte delle ricerche che sono giunte a questa conclusione sono partite proprio dall’analisi delle abitudini televisive dei bambini.

Verrebbe dunque da chiedersi: se è proprio dai bambini che si è arrivati a fare il passo avanti da audience passiva a audience attiva, questi non possono che essere spettatori consci di sé. O no?

 

Le tre ricerche targate anni ’80: Patricia Palmer

Nella seconda metà degli anni ’80, il dimostrare che anche i bambini possiedono tutte le capacità necessarie per una lettura attiva dei media diventa un obiettivo che molti sociologi prendono a cuore. Essi vogliono non solo portare ad un’evoluzione al già spiegato concetto di spettatore, ma anche far comprendere che la televisione può costituire anch’essa un’opportunità di crescita e di sviluppo.

‘Bambini e Televisione’ di Hodge e Tripp

Sono tre i protagonisti di questo ‘salto evolutivo’: Patricia Palmer, Bob Hodge e David Tripp, e David Buckingham. La prima, attraverso un’attenta osservazione etnografica e un’organizzata serie di interviste, arriva a dei risultati da molti inaspettati. Comparando i dati ottenuti con esiti di un’indagine precedente, la Palmer dimostra che i bambini sono in grado di ritagliarsi dei momenti in cui prestare attenzione al mezzo televisivo, ma non solo esclusivamente ad esso.

Se la tv è il fuoco primario di attenzione, non è l’unico. Accompagnate alla fruizione della televisione, vi sono tutta una serie di attività diverse per ogni bambino. Capisce inoltre che di differente c’è anche il modo d’utilizzo del medium, rendendo chiaro il fatto che i più piccoli sono in grado di sviluppare delle modalità proprie di fruizione e che non sono marionette passive posizionate davanti allo schermo.

 

Le tre ricerche targate anni ’80: Hodge&Tripp e Buckingham

I risultati a cui arrivano Hodge e Tripp confermano l’idea di una capacità critica dei bimbi. I due mostrano a bambini di diverse età delle scene di un cartone animato da loro sconosciuto. A fine visione, i sociologi interrogano i bambini e si rendono conto che essi sono stati in grado di cogliere le marche di genere del testo e di prevederne una possibile continuazione. Questo dimostra che anch’essi, come gli adulti, riescono ad rielaborare con capacità nuove trame, di scioglierle e di analizzarle.

David Buckingham

Per ultimo arriva Buckingham. Lui sceglie l’analisi delle reazioni di bambini ed adolescenti ad una serie considerata ‘dai contenuti inappropriati per la giovane età’, soprattutto per l’idea di famiglia frammentata che presenta. Ancora una volta, i più giovani dimostrano di essere un passo avanti. Essi non recepiscono le informazioni e le generalizzano, ma le problematizzano ed articolano, leggono l’ironia della situazione e smontano così le paure dei genitori che li credono innocenti vittime dello show business.

 

Insomma, i bambini ed i ragazzini si dimostrano in grado di andare oltre l’immagine sullo schermo. Non sono ‘totalmente incapaci di intendere e di volere davanti alle scene che il palinsesto televisivo ha deciso di propinar loro’. Piuttosto, sono capaci di crearsi un proprio palinsesto e di dedicarci il giusto tempo. Riescono ad analizzare una serie e, anche mettendola in relazione con la propria quotidianità, di imparare da essa e di rigettarne i contenuti nocivi. Come si è già detto, la tv non può battere un’ora di lettura. Ma questo non vuol dire che sia solo una volgare incantatrice da denigrare e gettare nel cassonetto alla prima occasione.

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.