Ho visto cose che voi umani: lo stare-per-la-Morte in Blade Runner

L’opera decisiva di Ridley Scott, oltre a costituire un inarrivabile e imitatissimo affresco del mondo futuro (freddo, piovoso e orientaleggiante) e codificare così l’immaginario collettivo, ci offre uno spunto per comprendere il presentimento tragico della morte.

Rutger Hauer nei panni del replicante Roy Batty

Tratta da uno spunto di Philip K. Dick, la vicenda è nota: agli albori del XXI secolo i Nexus 6, robot dalle sembianze umane così precise da essere quasi indistinguibili, circolano tra l’umanità del futuro. Sono così simili a noi da essere definiti “replicanti”, in grado di emulare la complessità intellettiva umana. Solo la resistenza fisica è eccezionale, per questo motivo, infatti, sono impiegati nella colonia dell’extramondo. A tutti gli effetti, sono schiavi del terzo millennio. Dopo una ribellione fallita, ai replicanti è precluso il ritorno e il soggiorno sul nostro pianeta. Per rintracciare e ritirare (delicato eufemismo per uccidere) i robot disobbedienti è stato introdotto un nuovo corpo delle forze dell’ordine terrestri, i Blade Runner. Pur essendo privati di ogni forma di emozione in fase di progettazione, il complesso cervello dei replicanti ha tradotto in sentimenti umani (dall’odio alla paura, dall’amore alla paura) gli stimoli esterni codificati dal sistema neuronale artificiale. Per impastare il quotidiano con la situazione emotiva, è necessario un vissuto che ogni uomo costruisce dalla nascita ma che, nel caso dei Nexus 6, non sussiste. Per questo motivo, il loro creatore Tyrell ha previsto per loro una memoria (con ricordi falsi, provenienti da cervelli a base carbonio) su cui costruire la comprensione sentimentale del mondo. Per sicurezza (degli uomini), poi, scatta un dispositivo che concede solo 4 anni di vita ai replicanti. La consapevolezza della propria fine, la conoscenza della propria data di obsolescenza programmata (sarà un guasto interno a ritirare\uccidere i replicanti) eccita nei robot l’ossessione emotiva della fine.

“Tu sei stato progettato nel mondo più perfetto possibile”

Quello che Heidegger definisce stare-per-la-morte, intendendo l’accettazione consapevole e proattiva della propria mortalità, è rovesciato in questo caso. Luogo dell’impossibilità di ogni altra possibilità, la morte arriva a chiudere l’orizzonte dell’esserci, divenendo la possibilità insuperabile e certa, condivisa da tutti gli uomini, seppur incerta. Questa impredicibilità rende lo spazio della nostra permanenza terrena più denso e significativo, immergendoci appieno nel tessuto temporale dell’esistenza. Il vero aspetto del tempo è la qualità non la quantità, l’attesa per il tempo giusto, il kairos di cui parlano i Vangeli, quando parlano di Dio “che arriva con un ladro nella notte”. Il tempo non è un filo di perle di istanti successivi che, nella somma e nello sguardo retrospettivo, acquistano senso e valore. Non è cronos, ma appunto un insieme di istanti, corpuscoli punti temporali che hanno peso diverso e assoluto, perché svincolati dal passato (che in questo sistema cessa di esistere). Un’esistenza in scadenza come la nostra esige una consapevolezza, una cura (maggiore attenzione verso il mondo e il gli altri) per la propria vicenda terrena, per dare spessore a ogni scelta, perché non si sa mai. Il nuovo modo di vedere il tempo non calcola o cerca di comprendere il fluire, cerca invece le discontinuità e le irregolarità che, come il Cristo, sono dietro l’angolo. Conoscere l’evento fatale rende vana ogni scelta terrena, ogni possibilità e ogni progettualità si svuota di senso. Vale tutto, in un senso o nell’altro, e quindi non ha valore niente. Siamo al terribile ribaltamento dialettico.

Harrison Ford è il poliziotto del reparto speciale dei Blade Runner

Tu hai sempre bruciato la tua candela da tutte e due parti

Capitanati da Roy, un manipolo di quattro replicanti scende sulla terra per incontrare il proprio creatore chiede proprio tempo, tempo quantitativo, in misura “necessaria”. Quattro anni sono insufficienti per sviluppare una vita contemplativa, l’orologio divora il tempo rimanente. Per suffragare la propria scelta, Tyrrell prova a essere Heideggeriano, il tempo concesso ai robot è più brillante, più denso e definito, per questo è più breve. “La luce che arde con il doppio di splendore brucia in metà tempo”, gli ricorda il suo artefice, rivendicando l’azione di ingresso della temporalità di un ente artificiale come Roy, “solo” un umanissimo robot. Rintracciato dal corpo dei Blade Runner, dopo aver visto il ritiro dei suoi compagni per mano dell’agente Deckard, Roy ingaggia l’ultimo combattimento. Nell’illusione della vittoria, dopo aver inferto il colpo ferale, arriva la più tragica delle beffe: si sta avvicinando la fine, la vita nel replicante ha iniziato a spegnersi. In questo momento, in cui il presagio della morte diventa ancora più accentuato, Roy apprezza e gode appieno di quel pochissimo che gli rimane, dando senso al suo tempo, salvando l’uomo, prendendosi cura dell’aguzzino dei suoi simili. La vita che alberga in lui è destinata a spegnersi e, per questo, le ultime fiammate (di pura generosità cristologica) significano ancora di più. La cura, qui, è davvero autentica, coerente con il pensiero del filosofo tedesco: è autenticamente affrontare con gli altri la vita, in questo caso, offrendo aiuto e sostegno, senza sostituirsi al singolo. Roy muore per una vicenda che esula da quella di Deckard, letteralmente il tessuto esistenziale è differente. 

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia

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